«Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti», così scriveva Pirandello in uno dei suoi celebri romanzi. I legami tra lo scrittore siciliano e gli eventi che nelle ultime settimane hanno stravolto l’assetto politico-istituzionale egiziano non paiono così evidenti. Eppure, la sua massima si presta benissimo a descrivere lo stato d’animo delle fazioni che sostengono o che si oppongono a un ritorno dell’ex presidente Mohammed Morsi, destituito a inizio luglio da un colpo di stato guidato dal generale Abdel Fattah Al-Sisi.

All’indomani della caduta di Mubarak, avvenuta nel febbraio 2011, tutte le forze politiche e sociali egiziane gridavano all’unisono cori e slogan contro l’esercito, che pure si era assunto il compito di guidare la transizione sino a nuove elezioni. Dopo poco più di un anno dalla prima rivoluzione, si sono svolte le elezioni che hanno dato l’abbrivo della presidenza di Morsi. Nonostante tutti i limiti personali e i dubbi relativi al partito Libertà e Giustizia, Morsi è riuscito a convincere la maggioranza degli egiziani a preferirlo ad Ahmed Shafiq, l’ultimo primo ministro dell’epoca di Mubarak. «Sono il presidente di tutti gli egiziani» – ha chiosato più volte il nuovo ra’is – «Se non rispetterò il volere di Allah e non soddisferò le promesse fatte al popolo egiziano allora non obbeditemi». Era il giugno 2012 e l’Egitto era spaccato tra filo-islamisti, ex membri del regime e moltissimi indecisi. In qualche modo, però, la presenza di una figura nuova, per quanto legata ai Fratelli Musulmani, ha indotto parecchi egiziani a scegliere il male minore: meglio un presidente islamista «nuovo» che un leader «vecchio» come Shafiq. Si badi bene che novità e vecchiaia, in questo caso, sono riferite all’assunzione di precedenti incarichi e non al tipo d’istituzioni e alle dinamiche di funzionamento delle stesse. Dietro all’obiettivo dichiarato dei Fratelli Musulmani di fare dell’islam e della shari’a i punti cardine del nuovo assetto politico egiziano, infatti, è emersa una sostanziale uniformità tra il «vecchio» e il «nuovo». Mubarak ha fatto del clientelismo il suo punto di forza, cooptando uomini a lui vicini e affidando loro incarichi di massima responsabilità. Morsi ha adottato lo stesso principio, ponendo persone di fiducia in diversi ministeri (Interno, Comunicazioni, Antichità, Cultura) e provando ad esercitare una certa influenza anche sul sistema giudiziario e sull’esercito.

A livello economico, poi, le liberalizzazioni di Mubarak si sono rivelate uno specchietto per le allodole e non hanno scalfito l’indiscusso potere economico di cui godono i militari. Ne è convinto anche Robert Springborg, professore alla Naval Postgraduate School di Monterey ed esperto di questioni militari egiziane: «La visione economica dei Fratelli Musulmani non differisce molto da quella dei militari, di cui Mubarak ha fatto parte. Entrambi rivendicano una forte presenza dello stato nell’economia, ma, di fatto, sia i Fratelli Musulmani che l’esercito perseguono i propri interessi facendo leva sulle istituzioni pubbliche». Non sorprende, dunque, che la dialettica inclusiva di Morsi abbia presto lasciato spazio a una politica esclusiva e parziale, incapace di migliorare il benessere dei cittadini. Benessere non solamente economico, ma anche politico e culturale. Morsi, infatti, non è stato in grado di risollevare le finanze pubbliche, non ha invertito l’andamento negativo del settore turistico, faro dell’economia egiziana, e non è riuscito a concordare il pacchetto di aiuti con il Fondo Monetario Internazionale. Accordo che il Consiglio Supremo delle Forze Armate (Scaf) aveva già tentato di concludere per un ammontare complessivo di 3,3 miliardi di dollari, mentre Morsi ha rilanciato a 4,8 miliardi (+45%). Il presidente egiziano, poi, ha imposto a tappe forzate il referendum sulla nuova costituzione, che pure mirava a garantire alle forze armate notevoli privilegi economici e finanziari. Una carta approvata con il 32% degli aventi diritto al voto, di cui solo circa il 20% si è dichiarato favorevole, e con una costituente sbilanciata verso le posizioni dei partiti islamisti. Infine, il ra’is e il ministro della Cultura Alaa Abdel Aziz hanno acceso ulteriormente gli animi dei cittadini dopo la rimozione del direttore della Cairo Opera House, dell’Autorità generale egiziana del libro e del responsabile nazionale degli archivi di stato.

Non sorprende, dunque, che il malcontento in Egitto abbia continuato a montare incessantemente dopo le elezioni. La popolazione, però, ha teso a sostenere le forze armate soltanto saltuariamente. Inizialmente, Tahrir ha teso la mano all’esercito, specialmente subito dopo la caduta di Mubarak. Ben presto però, l’uso dei tribunali militari, la repressione dei manifestanti e l’accordo sottobanco con i Fratelli Musulmani hanno distanziato le forze armate da una larga fetta della società civile. Questo è durato sino a quando il generale Al-Sisi non ha deciso di rompere gli indugi e destituire Morsi. La piazza è tornata a urlare «l’esercito e il popolo sono una sola mano» e le bancarelle, che fino a un anno fa vendevano le effigie di Morsi, hanno cominciato a riempirsi d’immagini del generale. Alcuni manifestanti inneggianti Al-Sisi hanno deciso di sfilare con effigi raffiguranti gli esponenti principali dei Fratelli Musulmani in galera, mentre altri hanno fatto dell’antiamericanismo il loro punto di forza. Nei giorni scorsi, proprio mentre sulla testa dei manifestanti passava l’ennesimo convoglio di aerei militari osannato da tutta Tahrir, era ricorrente e comune l’idea che Obama fosse un terrorista che «sostiene un presidente che il popolo egiziano non vuole», secondo le parole di uno dei tanti ragazzi della piazza. Mohammed, però, non pare apprezzare il modo in cui le persone hanno rimosso quanto avvenuto durante il regime di transizione guidato dallo Scaf: «L’esercito adesso è appoggiato dalle classi medio-alte e dalla gente comune che trovi a Tahrir. Gli stessi organizzatori della protesta Tamarruud vogliono dimenticare, per il momento, poiché la priorità è evitare un ritorno di Morsi». L’impressione, sebbene smentita dallo stesso Al-Sisi, è che il generale possa presentarsi alle prossime elezioni presidenziali e vincerle grazie all’enorme sostegno di cui gode in questo momento. Se ciò avverrà, significherà che l’Egitto dovrà fare i conti con una nuova maschera, ma dal volto noto.

di Giovanni Piazzese