Elezioni in Birmania, un passo verso la democrazia?

di Matej Misturik

Nel mondo esistono alcuni paesi che naturalmente attirano la nostra attenzione e, dopo, ci sono quelli che vivono la propria storia perlopiù nell’ombra. La Birmania fa parte del secondo gruppo, ma proprio gli eventi degli ultimi giorni offrono un’occasione per mettere in luce questo grande paese del sud-est asiatico. Più che la chiamata alle urne dello scorso 7 novembre, a catalizzare l’attenzione della comunità internazionale è stata la scelta della giunta militare di porre fine agli arresti domiciliari a cui, per ben quindici anni, è stata sottoposta Aung San Suu Kyi, liberata il 13 novembre. La signora Kyi rappresenta senz’altro l’icona della lotta per la democrazia in Birmania, ma il suo ritorno ad una vita normale non indica automaticamente una vittoria per i sostenitori del pensiero libero e democratico, anzi, i leader militari al potere non sembrano affatto intenzionati ad allentare la presa e ciò era noto ben prima dello svolgimento del processo elettorale. Innanzitutto, bisogna decidere come chiamare questo paese: Birmania o Myanmar? Entrambi i nomi fanno riferimento alla maggioranza etnica del paese – i birmani. Il nome Birmania è stato adottato dagli inglesi, colonizzatori del paese dalla metà dell’Ottocento fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale e mantenuto fino al 1989: quell’anno, infatti, la giunta militare al governo decise di utilizzare il nome Myanmar, recentemente sostituito dalla dicitura Repubblica dell’Unione Myanmar. Attraverso questo cambio la giunta ha cercato legittimarsi come la liberatrice dal colonialismo. Cosi come Birmania è diventata Myanmar, allo stesso modo Rangoon, oggi, si chiama Yangon. Il cambio di nome è stato più di un semplice esercizio linguistico: agli occhi dei militari, esso ha rappresentato il superamento dello schema coloniale. Allo stesso modo , per l’élite al potere la democrazia proclamata dalla signora Kyi è staya percepita come qualcosa di estraneo tanto quanto il vecchio nome Birmania1.

Non bisogna dimenticare che la signora Kyi e stata sposata con un professore inglese e questa anglofilia, intesa come una mancanza di patriottismo, non doveva essere tollerata. L’opposizione interna rimane legata all’uso del nome Birmania, perché nega il diritto della giunta di cambiare il nome del paese. All’interno della comunità internazionale, poi, paesi come la Cina e la Germania hanno iniziato ad usare il nuovo appellativo, mentre altri, come Stati Uniti e Gran Bretagna, hanno preferito rimanere ancorati al nome tradizionale. Va da sé che una semplice propensione verso l’uno o l’altro nome indicherebbe anche l’atteggiamento che un paese vorrebbe adottare nei confronti dello stesso Myanmar2. Dopo aver ottenuto l’indipendenza il 4 novembre 1948, le elezioni multipartitiche hanno contraddistinto la vita politica del paese, almeno fino al colpo di stato del 1962 guidato dal generale Ne Win, rimasto al potere per 26 anni; la politica dittatoriale di Ne Win ha iniziato ad essere conosciuta con l’espressione Burmese Way to Socialism e a partire dal 1974 è stata perseguita con l’ausilio del partito unico Burma Socialist Programme Party (BSPP). Questa politica consisteva nella nazionalizzazione delle imprese e nella pianificazione centralizzata in puro stile sovietico, ma i fallimenti sono diventati ben presto evidenti e il risentimento popolare non ha tardato a farsi sentire. Il culmine del serpeggiante malcontento interno è stato raggiunto nel 1988 in occasione della Rivolta 8888, i cui numeri indicano la data 8/8/1988. La risposta dei militari nei confronti dei manifestanti è stata la repressione violenta, la dichiarazione dello stato d’emergenza, la creazione dello State Law and Order Restoration Council (SLORC) e le dimissioni di Ne Win. Nonostante la repressione, la giunta militare al potere dovette piegarsi alla richiesta dei dimostranti di svolgere delle elezioni multipartitiche. Queste, tenutesi nel maggio 1990, hanno visto la partecipazione della National League for Democracy (NLD), la nuova formazione guidata da Aung San Suu Kyi, figlia del leader nazionale birmano Aung San. In quell’occasione il risultato ha premiato l’NLD, capace di accaparrarsi in parlamento 392 seggi su 489, ma lo SLORC e il suo leader Than Shwe non hanno mai permesso all’NLD di salire effettivamente al potere. Nel 1997 lo State Peace and Development Council (SPDC) ha sostituito lo SLORC, ma i volti dei militari non sono minimamente cambiati; compito dell’SPDC è stato quello di garantire una discipline-flourishing democracy. Nel 2007 sono scoppiate le proteste di massa, fomentate dall’annuncio del governo sulla cessazione delle sovvenzioni ai carburanti che ha causato l’aumento dei prezzi anche di cinque volte in una sola settimana.

Nel 2008, in concomitanza con il referendum costituzionale, si è ricominciato a parlare per la prima volta di elezioni parlamentari, da tenersi nel 2010; nel suddetto referendum costituzionale i punti più controversi erano quelli che garantivano ai militari un quarto dei seggi in parlamento, il ministero degli interni, nonché il diritto di proibire a qualunque cittadino sposato con un non-birmano di presentarsi alle elezioni come candidato premier (quest’ultimo provvedimento chiaramente rivolto contro Suu Kyi)3. La campagna per il “no” referendario promossa dall’opposizione, tuttavia, è stata repressa pesantemente e il risultato finale, naturalmente, non poteva che essere una larga approvazione del progetto dei militari4. Giungendo ai fatti più recenti, il 7 novembre si competeva per 1160 nelle 14 assemblee in cui è diviso il parlamento bicamerale. I due partiti fortemente appoggiati dal governo militare sono Union Solidarity and Development Party (USDP) ed il National Unity Party (NUP) e dalla loro parte ci sarebbe una coesione che, seppur vaga, manca

invece ai partiti dell’opposizione, divisi tra chi vuole partecipare alle elezioni e chi no. In precedenza, infatti, dopo che un cittadino statunitense, John Yittaw, il 3 maggio 2009 era riuscito ad entrare senza invito nell’abitazione di Suu Kyi, provocandone il prolungamento degli arresti domiciliari per altri 18 mesi, la stessa Suu Kyi aveva invitato i suoi sostenitori a boicottare le elezioni, una cosa che i militari non hanno gradito – difatti, una legge consente loro di sciogliere qualunque partito che non si presenti alla tornata elettorale. Questo ha causato la fuoriuscita dall’NLD della National Democratic Force (NDF), una fazione intenzionata a partecipare alle elezioni del 7 novembre. Altri partiti d’ispirazione etnica hanno deciso di parteciparvi, tra cui il più importante è lo Shan Nationalities Democratic Party (SNDP): il lato curioso della faccenda, però, è che quest’ultimo partiva subito da una posizione di svantaggio, a causa dell’inoppugnabile decisione dei militari di non far svolgere le elezioni in alcune regioni del paese adducendo motivi di sicurezza nazionale.

Al di là dei numeri e delle adesioni alle elezioni multipartitiche, però, la possibilità che questo evento sia visto come un passo decisivo verso la democrazia è scarso; il fatto che i militari detengano di diritto il 25% dei seggi in parlamento e che per apportare modifiche alla costituzione serva una maggioranza superiore al 75% indica come gli alti gradi in divisa vogliano riservarsi sempre l’ultima parola su qualsiasi questione. Si nota, poi, che i candidati dei due partiti appoggiati dalla giunta militare, l’USDP e il NUP, rappresentano circa 2/3 di tutti i candidati.

Una considerazione a parte andrebbe fatta in merito alle sanzioni a cui è sottoposto il paese: queste, infatti, non hanno intaccato il potere dei militari, in quanto si sono rivelate spesso ambigue non avendo coinvolto i settori vitali del commercio birmano (soprattutto quello dell’esportazione del legno teak). Infine, non si dimentichi il ruolo fondamentale della Cina che, allo stato attuale, non sembra intenzionata a fare pressioni sul governo birmano per ottenere progressi nella salvaguardia dei diritti umani e nel rispetto dei processi democratici. Oggi, le condizioni in cui si trova il paese sembrano indicare che con ogni probabilità i partiti vicini ai militari otterranno una larga vittoria. Pur non essendo ancora disponibili i risultati ufficiali è ragionevole ipotizzare che questi non saranno molto diversi dai numeri dichiarati dai partiti, secondo i quali l’USDP avrebbe ottenuto 885 seggi, l’SNDP 53 seggi e l’NDF 16 seggi5. A questo punto, la domanda che ci si pone e a cui solo il tempo potrà rispondere è se l’elezione del 7 novembre possa, se non altro, offrire un piccolo ma essenziale spazio di manovra per l’opposizione birmana.

 

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