Lezioni accelerate di non violenza: il post-amnistia nel Delta del Niger

di Laura Solinas

Il 1° ottobre 2010 la repubblica federale della Nigeria ha celebrato il cinquantesimo anniversario della sua indipendenza dal regime coloniale inglese. In molti si sono chiesti cosa, di preciso, si festeggiasse, visti i trascorsi post coloniali, l’irresponsabilità politica dimostrata della classe dominante del paese e il conseguente insuccesso statale nel garantire i diritti di cittadinanza ai suoi 150 milioni di abitanti. Tale insuccesso, inoltre, è stato amplificato dai media internazionali, in particolare per quel che riguarda la crisi del Delta del Niger.

Area del sud della Nigeria comprendente soltanto nove dei trentasei stati federati e di interesse vitale per le estrazioni petrolifere e di gas da parte di numerose compagnie multinazionali (MNCs) – l’80% delle estrazioni di greggio nigeriano, infatti, proviene da qui e questa percentuale corrisponde al 52% del totale delle risorse finanziarie dello stato centrale – il Delta del fiume Niger è stato teatro delle lotte di numerosi gruppi armati attivi in particolar modo dagli anni novanta in poi, tra cui il più noto è il MEND, Movement for the Emancipation of Niger Delta.

L’azione esasperata e destabilizzante dei guerriglieri, volta a “sensibilizzare” governo e multinazionali su temi quali l’impatto ambientale, economico e sociale delle estrazioni a danno delle comunità locali e a catalizzare una riflessione seria e condivisa su un intervento redistributivo relativamente ai profitti derivanti dalle risorse idrocarburiche, ha ottenuto l’effetto concreto di ridurre l’estrazione di petrolio da 2,5 milioni sino a un minimo di 800 mila barili giornalieri (dato del giugno 2009).

Lo stato centrale, posto ripetutamente di fronte alla necessità di garantire la sicurezza dei dipendenti delle MNCs estere pronte alla fuga verso paesi i cui governi fossero in grado di tutelare i propri investimenti, ha cercato di aprire un canale di dialogo con i capi dei guerriglieri, testando negli anni strategie atte a “comprare” la pace nella zona: nel 2004, l’allora presidente Olusegun Obasanjo offrì 2000 dollari per ogni fucile AK-47 restituito al governo. Peccato, però, che il prezzo di questo tipo di arma sul mercato nero fosse allora molto inferiore e, così, con un’abile operazione di price bouncing, il guerrigliero interessato all’affare fosse in grado di intascare la differenza. Nel 2007, in maniera simile, uno degli stati federati, il Rivers State, ha concesso una mini-amnistia a tutti i miliziani interessati ad abbandonare le armi in cambio di denaro, senza registrare, purtroppo, alcuna riduzione significativa degli atti violenti nella zona.

I cinquanta anni di indipendenza sono coincisi col primo anniversario del processo di pace messo in moto dall’ormai defunto presidente Umaru Musa Yar’Adua, sostituito nelle sue funzioni dal suo vice, Goodluck Jonathan, egli stesso proveniente dalle zone del Delta ed ex governatore dello stato di Baylesa. Quest’ultimo, in quanto portavoce delle istanze del sud del paese, non ha riscontrato forti opposizioni da parte dei diversi gruppi armati.

Il progetto politico d’amnistia prevedeva la restituzione delle armi da parte dei guerriglieri e la cessazione delle ostilità in cambio di una cifra pari a 235 dollari al mese (remunerativo, essere un ex-guerrigliero: in media un operaio nigeriano guadagna infatti 150 dollari al mese), più un piano di rieducazione alla nonviolenza e di reinserimento sociale e lavorativo che potesse mettere al riparo dalla tentazione di imbracciare nuovamente il fucile.

La proposta al tempo era stata accolta da oltre ventimila giovani del MEND; un anno dopo, circa cinquemila di loro avrebbero già usufruito del piano rieducativo/riabilitativo, stabiliscono le fonti ufficiali. I sabotaggi degli stabilimenti, il “bunkeraggio” del petrolio e i rapimenti del personale degli stabilimenti sarebbero drasticamente diminuiti, in virtù del messaggio chiave del governo ai rieducandi, sintetizzato nello stralcio di discorso tenuto da Timi Alaibe, consigliere del presidente sulle questioni del Delta: «[Nonviolence method] directs the “attack” at the issues of injustice, evil, etc, NOT the persons and institutions through which the unjust or evil acts are perpetuated».

Il sostegno alla riqualificazione sociale e alla professionalizzazione di questi ragazzi pare un tentativo di mostrare loro che la Nigeria offre alternative alla lotta armata, come quella di guadagnare del denaro onestamente, se le sfide che essa pone sono affrontate con «the power of love». Il tentativo è quello di far scorgere il vantaggio individuale insito nell’abbandonare la lotta rispetto al contribuire al miglioramento della condizione collettiva tramite la prosecuzione della violenza.

In un paese dove la reificazione degli interessi politici è sempre passata attraverso il conflitto, però, quest’iniezione di pacifismo fa sorridere e la sua portata viene ridimensionata dalle dichiarazioni di un combattente del MEND. H. Okah, figura di spicco del Movimento, presunto artefice del doppio attentato nella capitale nel giorno del 50° anniversario, smentisce le cifre ufficiali: i combattenti realmente coinvolti nell’iniziativa sarebbero soltanto 500; le armi continuerebbero a circolare a migliaia, come gli atti di sabotaggio dei gruppi armati e della connivente criminalità organizzata, così come i rapimenti, ripresi il 7 novembre scorso. Il significato politico dell’attentato di Abuja deve essere ancora chiarito, vista la campagna elettorale alle porte e la competizione fra forze politiche del nord e del sud del paese per assicurarsi, nei prossimi 4 anni, un presidente della rispettiva area geografica. Gli osservatori politici non fanno mistero dell’incertezza che circonda il risultato di queste prossime consultazioni. Quello che pare certo, invece, è la necessità di smorzare gli istinti autocelebrativi del governo e ripensare a una politica perlomeno realistica di stabilizzazione del Delta che riparta dalla natura redistributiva del problema. La revisione del “principio di derivazione”, in base al quale lo stato centrale rende agli stati federati il 13% di quanto effettivamente versato in termini produttivi, e il ridimensionamento del principio demografico, per cui le risorse vengono inevitabilmente indirizzate verso il più popoloso nord musulmano, sarebbero un ottimo punto di partenza. Chissà che altri cinquant’anni non bastino per avere qualcosa di meglio da celebrare.

Fonti

  • T. Alaibe, Presidential Amnesty Programme: one year after, News Diary Online, 1 ottobre 2010 (http://newsdiaryonline.com/amnesty_anniversary.htm, consultato il 30 ottobre 2010)
  • W. Adebanwi et al., Nigeria at fifty: the nation in narration (special issue), «Journal of Contemporary African Studies», vol.28, n°4, ottobre 2010.
  • L. Bagnoli, Abuja, le ombre del dopo attentato, «Africa News», 4 ottobre 2010 (http://www.africanews.it/abuja-le-ombre-del-dopo-attentato, consultato il 30 ottobre 2010).
  • A.M. Gentili, Il leone e il cacciatore. Storia dell’Africa sub-sahariana, Roma, Nuova Italia Scientifica, 1995.
  • Gugliotta, Il Delta del Niger: petrolio, gas e lotte sociali, «Cartografare il Presente», 10 ottobre 2007 (http://www.cartografareilpresente.org/article116.html, consultato il 30 ottobre 2010).
  • Gugliotta, Nigeria: risorse di chi?, Bologna, Odoya, 2008.
  • O. Obayiuwana, Time to take stock, «New African», n°499, pp 48-50, ottobre 2010.
  • Nigeria amnesty deal falters, militants return to violence, «The Nigerian Inquirer», 29 aprile 2010, (http://www.nigerianinquirer.com/2010/04/29/nigerian-amnesty-deal-falters-militants-return-to-violence, consultato il 5 novembre 2010)
  • The gang of Port Harcourt, «Africa Confidential», vol. 51, n°21, 22 ottobre 2010.
  • The politics takes over again, «Africa Confidential», vol.51, n°20, 8 ottobre 2010.

 

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