Storm in a Teacup

di Gaetano Di Tommaso

La sera del 16 dicembre 1773, incuranti della temperatura vicina allo zero che stringeva Boston, centinaia di persone si organizzarono in turni per buttare a mare circa quarantacinque tonnellate di tè, contenute in 342 ceste a bordo di navi arrivate direttamente dall’Inghilterra. Il tè a bordo era di proprietà della Compagnia delle Indie che, in preda ad una crisi economica, chiese agevolazioni alla madrepatria per vendere direttamente la propria merce alle colonie, scavalcando così la mediazione (e di conseguenza annullando i profitti) di commercianti, rivenditori e contrabbandieri della costa. Stanchi di essere oppressi finanziariamente e invasi burocraticamente da un legislatore lontano e delegittimato, i coloni si organizzarono e gettarono il carico nell’oceano. Il passo successivo fu la rivoluzione.

Il mito della rivolta popolare contro un governo elitista e lontano dal popolo, colluso con interessi economici forti e lesivo della libertà dei cittadini, è il collegamento che si può tracciare tra il Boston Tea Party del 1773 e la scelta del nome effettuata dall’odierno movimento del Tea Party che, nato nel corso del 2009 da sporadiche proteste e manifestazioni, è arrivato a far eleggere propri rappresentanti nel Congresso statunitense nelle elezioni di metà mandato del 2 novembre scorso. La miccia del risentimento popolare si accese circa un anno e mezzo fa durante il salvataggio delle banche e degli istituti finanziari di Wall Street, l’opposizione al quale rappresentava, agli occhi dei promotori, la trasposizione moderna della rivolta contro le ingiuste tasse inglesi. Allo stesso modo, l’originaria protesta contro il governo della madrepatria venne traslata a livello federale, con il dissenso verso la spesa e il potere, entrambi considerati eccessivi e corrotti, del governo centrale. In pratica, così come i coloni lottarono per ottenere la libertà dalle vessazioni inglesi, gli statunitensi del ventunesimo secolo ancora sognano l’indipendenza dal potere centrale del governo federale, considerato usurpatore delle libertà individuali. Il Tea Party è nato così nel solco della nobile storia populista nordamericana, contraddistinta da insorgenze popolari che di volta in volta hanno segnato la politica dello stato unitario, a partire dall’apparizione del primo vero e proprio partito populista a fine ottocento. Sfruttando continui richiami alla tradizione antistatalista e antifiscale statunitense, alla mitologica morigeratezza dei padri fondatori, all’assoluto ideale di “libertà” e alla purezza della costituzione, nell’arco dell’ultimo anno e mezzo il Tea Party movement è cresciuto in maniera straordinaria e imprevedibile, scombussolando la vita sia del Partito Democratico sia di quello Repubblicano, tanto che sono diversi quelli pronti ad indicarlo come uno straordinario fenomeno destinato a cambiare il sistema politico degli Stati Uniti.

In realtà, il Tea Party odierno, più che una moderna rinascita delle originarie proteste, è una loro caricatura, contraddistinto e appesantito da incredibili contraddizioni, sia ideologiche sia pratiche. Per questo le sorti del movimento attuale potrebbero non essere migliori di quelle degli illustri antenati, vista anche la deriva “televisiva” che esso ha intrapreso. Il moderno Tea Party, a differenza, per esempio, del People’s Party del 1887 – il primo e probabilmente anche il più illustre dei precedenti populisti –, non è un partito ma, appunto, un movimento e come tale non ha una struttura propria, non è organizzato a livello nazionale e non elegge ufficialmente candidati propri (tutti i candidati del Tea Party alle ultime elezioni hanno corso all’interno del Partito Repubblicano). Inoltre, il movimento manca di un leader ufficiale, così come di un piattaforma politica unica e organica: alla sua guida si trovano figure di spicco a cavallo tra il mondo politico e quello televisivo e il suo manifesto politico, sebbene sia chiaro che si condensi attorno al conservatorismo fiscale e alla limitazione del potere del governo federale nei confronti dei diritti e delle libertà degli stati e del cittadino, fa tremendamente fatica quando si tratta di proporre politiche alternative, precise e credibili.

Tutto questo tralasciando alcune macroscopiche incongruenze interne, come la decisa opposizione del movimento agli aiuti federali e all’ampliamento dei programmi di sicurezza sociale – emblematico in tal senso il rigetto della nuova riforma sanitaria democratica – che in realtà cozza duramente con le vicende politiche della sua figura simbolo, Sarah Palin. Infatti, la già candidata vicepresidente e attuale conduttrice di show televisivi è in realtà governatrice uscente di uno stato, l’Alaska, la cui economia è basata per un terzo proprio sui tanto bistrattati aiuti federali e a cui il governo centrale di Washington assegna in aiuti economici il doppio della media nazionale1.

L’altra figura di riferimento del Tea Party è, invece, Glenn Beck, conduttore televisivo della Fox e organizzatore di successo del Restoring Honor Rally lo scorso 28 agosto a Washington DC. È lui il capo simbolico di una truppa di commentatori radio-televisivi (tra i quali spiccano Rush Limbaugh e Lou Dobbs) che, grazie all’enorme potenza della cassa di risonanza della Fox, sono riusciti a gonfiare incredibilmente la popolarità del movimento in pochi mesi2. Sono stati loro la vera arma in più del Tea Party e grazie ai loro sermoni quotidiani, in cui si trovano non di rado venature razziste, sono riusciti a rendere televisivamente invincibile una schiera di candidati a volte politicamente impresentabili.

Le elezioni, quindi, dovevano essere il vero test per il movimento. I numeri dicono che dei 140 candidati appoggiati dal Tea Party (130 al congresso e 10 al senato), poco più del 30% ha passato la prova delle urne (circa 40 al Congresso e 5 al Senato)3. Sebbene il gioco del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno potrebbe continuare all’infinito, di fatto c’è che quelle considerate come le vittorie migliori dei candidati del Tea Party sono arrivate negli stati dove probabilmente l’avrebbe spuntata anche un “semplice” repubblicano, come in Florida (Mark Rubio), in Kentucky (Rand Paul), in Utah (Mike Lee) e forse addirittura in Pennsylvania (Pat Tomeey)4. Al contrario, la presenza di candidati del movimento in Delaware (Christine O’Donnell), Nevada (Sharron Angle) e Alaska (Joe Miller) hanno sicuramente affossato le speranze repubblicane di vittoria e, di conseguenza anche la possibilità di strappare il Senato. Non a caso, infatti, i “teapartisti” sconfitti erano proprio tra i candidati considerati più politicamente impreparati e/o radicali. Questo ha allontanato gli elettori moderati repubblicani e gli indecisi, che hanno scelto l’alternativa democratica, consentendo così al partito di Obama di mantenere la maggioranza al senato per un pugno di seggi.

Il vero problema dei Foxulist odierni è che sono formidabili nella pars destruens (tutti sapevano a cosa erano “contro”) ma con delle forti difficoltà nella parte propositiva, una caratteristica perfetta per chi fa campagna elettorale dall’opposizione, molto meno buona per governare credibilmente gli Stati Uniti5. Queste carenze sono evidenti anche in rapporto ad altri movimenti populisti del passato, alcuni dei quali avevano una invidiabile concretezza di leader e proposte. L’unica reale somiglianza che possono vantare con i loro predecessori riguarda la composizione etnico-societaria: si tratta sempre di bianchi, intimoriti e spaesati, e quindi arrabbiati. In fondo gli elementi perfetti per la ricetta populista non sono così difficili da individuare: «you go into some of these small towns in Pennsylvania, and like a lot of small towns in the Midwest, the jobs have been gone now for 25 years and nothing’s replaced them…And they fell…And it’s not surprising then they get bitter, they cling to guns or religion or antipathy to people who aren’t like them or anti-immigrant sentiment or anti-trade sentiment as a way to explain their frustrations»6. Lo capì subito anche Barack Obama che, con questo commento fatto alla cena dell’alta società liberal di San Francisco il 6 aprile del 2008, quasi si giocò la campagna elettorale.

Oggi, quella frase può essere considerata paradossalmente l’inizio della rottura tra la pancia profonda del paese e una classe politica disprezzata per il suo elitismo, di cui Obama viene considerato il rappresentante par excellence. In effetti, ciò che rimarrà veramente di questi mesi è proprio il messaggio che è arrivato dall’America, un messaggio che dice che esiste ancora una parte significativa della società statunitense disposta a lottare per valori come l’antistatalismo, che fa del discorso antifiscale un principio intoccabile e che vuole ancora veder brillare la stella del nazionalismo. Ciò che invece probabilmente non rimarrà è il mezzo usato, cioè un Tea Party insostenibilmente grossolano e dai toni sopra le righe.

 


5 Il termine Foxulist, coniato da Jonathan Alter in un articolo del «Newsweek», viene dalla fusione dei termini populist e Fox ed è usato per indicare l’origine spuria dell’odierno populismo statunitense, fortemente condizionato dai contenuti della potente rete televisiva. Vedi http://www.newsweek.com/2009/11/28/enter-the-foxulists.html.

 

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