Verba volant, Coca manent

di Valentina Abalzati

Quando nel maggio scorso Obama accolse con un brindisi ufficiale il presidente Calderón e signora, le parole di benvenuto risuonavano di amicizia e di intesa. In un discorso piuttosto breve, a celebrare la «nuova era di cooperazione e partnership tra i due paesi, basata su mutuo interesse, rispetto, e reciproca responsabilità», la parola “ponte” è comparsa tre volte, puntellata da svariati sinonimi che contribuivano a cementare il saldo legame nordamericano. La parola “muro”, non c’è da sorprendersi, mai. Dopo il brindisi, la cena. Dopo la cena, «the real party» come l’ha definito Barack, al ritmo bipartisan di Beyoncé e Rodrigo y Gabriela[1].

Chissà se il presidente messicano è rimasto per tutta la sera con lo stomaco attorcigliato e la mente assorta, o se le sinuosità della Beyoncé sono riuscite ad intrattenerlo, distogliendolo almeno per qualche ora dalle intricate faccende di casa. La cosiddetta “guerra alla droga”, cavallo di battaglia della presidenza Calderón, ha lasciato in terra messicana una scia di morte di dimensioni comparabili a quella lasciata dagli Stati Uniti in Iraq, e gli auspici per il futuro non sono per nulla confortanti[2]. Dall’ottobre 2007, quando venne lanciata l’iniziativa congiunta Mérida, quasi la metà dei 1,6 miliardi di dollari è già stata spesa, ma il bilancio dei risultati ottenuti in tre anni di implementazione non consente grande ottimismo[3]. Di fatto, proprio nel periodo 2008-2010 nel México lindo y querido la violenza ha registrato un drastico aumento, nonostante la massiccia entità delle forze messe in campo da entrambi i governi per contrastarla[4]. Né l’incremento delle pattuglie della Border Patrol, forte oggi di 17.500 agenti a fronte dei 9.700 del 2004, né quello del budget dedicato all’agenzia statunitense responsabile della sicurezza del confine (il Department of Homeland Security), gonfiatosi del 90% in cinque anni, sembrano essere riusciti a ridimensionare l’emergenza[5]. In alcune occasioni la strategia di sicurezza elaborata dal Pentagono, innestata nella paradossale realtà messicana, ha generato dei veri e propri mostri, con risultati più che grotteschi. Come nel caso dei GAFE (Grupos Aeromóviles de Fuerzas Especiales), le truppe scelte addestrate negli Stati Uniti a tattiche d’assalto che avrebbero formato il corpo d’élite dell’antidroga messicana. Che però, per un sacco di input e di output, dopo pochi anni di ligia attività istituzionale sono passate in blocco ai narcos, mettendo le proprie eccellenti competenze al servizio del cartello del Golfo. Oggi lavorano in proprio, costituiscono un cartello a sé stante e sono noti ai più come Los Zetas.

Come se tutto ciò non fosse già abbastanza per le meningi di Calderón, giusto poco tempo prima della suddetta cena un ex-senatore del PAN nonché suo amico personale era stato rapito. La posizione del presidente messicano di fronte al suo omologo statunitense era, ed è tuttora, particolarmente delicata: da una parte occorre assicurarsi che il coloso del Norte mantenga la mano tesa (e piena di dollari) ad aiutare lo sfortunato partner, dall’altra non bisogna allarmare eccessivamente l’alleato prefigurando scenari da “stato fallito” alla sua porta di casa. A tal fine è necessaria dunque una sapiente abilità nel dipingere il quadro, alternando alle tinte fosche dei numeri della violenza in ascesa quelle più fulgide delle cifre dei sequestri e degli arresti, altrettanto in crescita.

Tuttavia è doveroso sottolineare che di per sé le cifre possono sostenere le visioni di entrambi gli schieramenti in campo, utili a dar sostanza tanto ad una certa linea interpretativa quanto al suo esatto contrario. Così, annunciare trionfalmente che la quantità di droga intercettata sulla via del fruttuoso mercato statunitense è in aumento, che dalle 590 tonnellate del 2004 si è passati alle 1133 del 2009, non ci dice assolutamente nulla sulla quantità di droga che non è stata sequestrata e che quindi arriva indisturbata a destinazione[6]. Il prezzo della cocaina nelle strade statunitensi, rimasto essenzialmente stabile negli ultimi anni, è forse un miglior indicatore del fatto che se anche sulle vie di questo commercio s’incontrano degli ostacoli, questi sono tutt’altro che insormontabili. Allo stesso modo, dare sfoggio dei sempre più numerosi arresti ed estradizioni di narcodelinquenti non rende conto degli effetti sulla capacità organizzativa dei gruppi criminali.

In Messico voci critiche sempre più numerose si levano per denunciare la strategia attuata dalla guerra alla droga di Calderón (con il plauso di Bush, e poi di Obama), tutta muscoli e poco cervello, e per sottolineare non solo l’inefficacia delle misure messe in atto ma anche gli effetti nocivi da esse generate. I cartelli della droga sono dei cerberi a molte teste. Nel momento in cui una di queste viene mozzata, ecco che l’equilibrio si rompe, tra le teste rimanenti scatta la lotta per occuparne lo spazio, l’odore del sangue attira le altre bestie che approfittano della debolezza altrui per attaccare, generando una spirale di instabilità e di violenza.

Fino ad oggi il governo messicano ha mantenuto rispetto al problema del narcotraffico e della violenza ad esso correlata un’attitudine cocciuta, in virtù della quale il problema della corruzione dilagante della polizia (soprattutto quella municipale, ampiamente collusa con il crimine organizzato) si è fronteggiato a muso duro, giocando al rialzo e dispiegando l’esercito nelle zone di frontiera, le più roventi del paese, con delle ripercussioni gravi in termini di violazioni di diritti umani[7]. Di conseguenza, nella bolgia di collisioni violente tra lo Stato e i cartelli, tra un’organizzazione criminale e l’altra, tra lo Stato e i propri elementi deviati, la popolazione civile rimane schiacciata nel bel mezzo di un fuoco incrociato.

A ben vedere, quella contro i cartelli dei narcos sembra proprio una guerra persa. Per una lunga serie di motivi pratici, per non parlare poi dell’impostazione teorica del problema in termini di guerra, con i corollari scontati di nemici, eserciti, battaglie e vittime. In primo luogo, vanno considerati gli incentivi economici legati al contrabbando in generale, un fenomeno che prospera in quell’interstizio ineliminabile che si crea tra l’autorità dello stato di creare un divieto e la capacità (anzi, l’incapacità) di farlo rispettare, cioè di controllare pienamente il territorio coperto dalla sua sovranità. In secondo luogo, va menzionata la disarmante redditività proprio del commercio della droga, ultimo capitolo della lunga storia di contrabbando attraverso il confine tra Messico e Stati Uniti che ha visto passare illegalmente in epoche passate schiavi neri, alcolici, tabacco, cinesi, cotone, animali rari (soprattutto pappagalli imbottiti di tequila per tenerli calmi durante il viaggio), insetti da collezione, televisori, latte, medicinali[8]. La droga, di cui è illegale non solo il passaggio ma anche il possesso, il consumo e la vendita, gode di un margine di guadagno spaventoso in virtù della relativa facilità di trasporto e della domanda stabile e forte che la sorregge, facendone un business sempre conveniente a prescindere dalle difficoltà.

Un altro elemento da considerare riguarda la peculiarità del confine tra Messico e Stati Uniti, una linea incontrollabile lunga più di 3000 km, attraversata ogni giorno milioni di volte, dove le stesse condizioni politiche, economiche, materiali che favoriscono gli intensi intercambi legittimi sono utilizzabili piuttosto facilmente anche per gli scambi illeciti. Poco vale, lungo questo confine interminabile, costruirci un muro. Non si fa in tempo a vederne completato un tratto che già decine di tunnel spuntano a scavalcarlo da sotto. Effettivamente Obama aveva ragione, nel suo ottimismo affettato da cocktail: vincono i ponti.


[1] Il resoconto della cerimonia e della cena si trova in http://www.whitehouse.gov/blog/2010/05/19/state-dinner-with-mexico.

[2] In quel momento il numero delle vittime correlate alla war on drugs ammontava a 23.000. Ad oggi la cifra è lievitata a 28.228 secondo le stime del «Los Angeles Times», vedi http://projects.latimes.com/mexico-drug-war/#/its-a-war.

[3] Il Piano Mérida è un programma di cooperazione Messico-Stati Uniti che si propone di rafforzare le istituzioni di sicurezza e di intelligence messicane attraverso il trasferimento di risorse tecniche, che consistono in strumenti tecnologici di varia natura (elicotteri, sensori a raggi x, veicoli ed equipaggiamenti per ispezioni) e addestramento militare. Per i dati sul bilancio vedi il report del Government Accountability Office degli Stati Uniti del 21 luglio 2010 su http://www.gao.gov/htext/d10837.html.

[4] La rivista messicana «Nexos» riporta le seguenti cifre: tra il 2001 e il 2007 il numero di morti violente su base annua è rimasto relativamente stabile, aggirandosi sui 1.300. Nel 2008 e nel 2009 si registrano invece rispettivamente 5.207 e 6.587 omicidi. Vedi http://www.nexos.com.mx/?P=leerarticulo&Article=1197808.

[5] Dai 6 miliardi di dollari previsti per l’anno fiscale 2004 si è giunti nel 2010 agli 11,4 miliardi. Dati dell’«Arizona Daily Star», cfr. http://azstarnet.com/news/local/border/article_dc909571-05b9-5f70-be39-bfa148091380.html.

[7] Ciudad Juárez, esempio paradigmatico, vanta il doppio record di città più violenta del paese e di città più sorvegliata dalle forze dell’ordine. Qui si registra ogni anno il 21% degli omicidi di tutto il Messico, nonostante l’imponente presenza dei Federales e dell’esercito. Già prima dell’invio di un contingente di 5.000 soldati nel marzo 2009 il rapporto tra forze di polizia e abitanti era di 4,3 a mille, laddove l’indice raccomandato dall’ONU è di 2,8. Dati della rivista «Nexos», su http://www.nexos.com.mx/?P=leerarticulo&Article=1197808.

[8] Nell’era attuale di liberalizzazione commerciale, in cui la gamma dei «prodotti proibiti» si è notevolmente ridotta, i narcotici condividono la piazza del contrabbando con armi e migranti messicani e centroamericani, aspetti, questi, che però meritano di essere trattati a parte.

 

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