Alma mater hominum voluptas

di Dario Fazzi

La partecipazione politica è una misura dell’efficienza della democrazia. Se non altro, la capacità di mobilitazione di una popolazione tende a rifletterne il grado di apatia, una delle più pericolose minacce al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche1. In una democrazia matura la possibilità di manifestare il dissenso costituisce parte imprescindibile delle regole del gioco democratico. Da parte loro, i movimenti e le proteste organizzate hanno spesso agito da stimolo, hanno incanalato le forze del mutamento sociale in ambiti e contesti politici e hanno costretto le élite a dare risposte compiute alle richieste provenienti dalla base. Nei sistemi democratici solidi i malcontenti non spaventano, anzi rafforzano la legittimazione delle istituzioni.

La Gran Bretagna è uno dei modelli classici di un simile virtuosismo. Nessun governo e nessuna opposizione hanno mai sottovalutato la capacità di mobilitazione della popolazione, convinti che la cifra democratica della nazione passasse soprattutto attraverso l’espressione di opinioni divergenti da quelle della classe dirigente. Spesso, invece, dal dialogo con la piazza sono sorte alcune tra le più importanti innovazioni che hanno saputo mantenere in vita e trasformare il tessuto democratico del paese (forse un esempio potrebbe essere utile..mi viene in mente la nascita delle trade unions –tra le prime se non le prime al mondo-  ). In Italia, le cose stanno diversamente. La piazza si è ritrovata molte volte a scatenare le paure, le tensioni e le reazioni violente dei governanti. La classe politica di turno ha di solito visto le proteste provenienti dalla base da un lato come un pericoloso antagonista, dall’altro come un facile oggetto di strumentalizzazione da parte delle opposizioni e solo obtorto collo ha accettato di soddisfare le richieste che dalla pancia del paese sembravano provenire.

Oggi, questi due paesi si confrontano con agitazioni che riguardano il mondo delle università. Sia nel Regno Unito che in Italia, governi guidati da coalizioni conservatrici (liberale è un termine che mal si addice al caso italiano) stanno discutendo e approvando riforme atte a modificare l’accesso e la regolamentazione dell’istruzione universitaria. I punti chiave delle riforme e le esigenze che le hanno dettate sono, com’è ovvio che sia, diverse e diverse sono anche le forme di protesta venutesi a creare. Ma le considerazioni che si possono trarre dai due casi sono, almeno in parte, non del tutto dissimili.

In Gran Bretagna le ultime elezioni hanno segnato una svolta storica. Nel senso che, dopo la nota «scelta di campo» di Churchill, i liberali hanno nuovamente acquisito un rilevante peso elettorale, sono ritornati al governo e hanno contribuito a modificare l’assetto tradizionalmente bipolare del panorama politico britannico2. Dopo la lunga era tatcheriana e l’esaurirsi della spinta neolaburista di Blair, il partito liberale ha saputo interpretare, forse meglio degli avversari, le richieste di cambiamento provenienti dalla popolazione britannica. Clegg ha trovato più naturale allearsi con i conservatori, anche perché l’offerta politica di un Labour stanco e indebolito dal necessario rinnovamento della propria leadership era oggettivamente meno attraente di quella della controparte3. Detto ciò, l’accusa che sin da subito i laburisti hanno mosso ai liberali è stata quella di aver rinunciato a parte della loro anima e di essersi messi a totale disposizione dei conservatori. I tagli alla spesa votati il mese scorso non hanno fatto altro che confermare i timori che lo stesso Miliband nutriva da tempo4. Il sostegno, peraltro non privo di forme di dissenso interno, garantito dai liberali alla scelta del governo di triplicare le tasse universitarie ne ha inevitabilmente compromesso l’immagine ed è stato interpretato come un vero e proprio voltafaccia da buona parte del vecchio e del nuovo elettorato liberale5. Le università hanno reagito in maniera compatta e la maggior parte degli organi direttivi ha espresso le proprie perplessità al governo. La componente studentesca ha mobilitato la piazza e fomentato agitazioni in tutto il paese6. L’apice di queste proteste si è raggiunto nel corso delle ultime settimane, con le occupazioni della sede storica dei conservatori, con la chiusura di molti atenei, con manifestazioni che hanno paralizzato il sistema di insegnamento pubblico britannico e con scontri che hanno infuocato la piazza del parlamento e il ministero del tesoro durante la votazione della riforma. Eccezion fatta per un paio di casi isolati, una sorta di British way è però prevalsa nella gestione e nell’organizzazione delle manifestazioni. I sit-in sono stati preferiti ai cortei, le fiaccolate e le veglie alle occupazioni, il volantinaggio e le campagne informative alle assemblee7. Le necessità di risanare il debito e il bisogno di allontanare fantasmi «greci» o «irlandesi» hanno guidato le scelte del governo liberal-conservatore, ma hanno altresì prodotto una crisi di coscienza in molti alleati liberali. Il timore espresso da Cameron sulla possibile defezione di alcuni ministri si è rivelato fondato. Inoltre, anche tra le fila dei conservatori in molti si sono opposti alla riforma, che alla fine è passata con una maggioranza di appena 21 voti8. Clegg si era premurato di affermare che, date le circostanze, solo l’aumento delle tasse avrebbe potuto garantire «università di livello mondiale alle generazioni future e permettere ai più giovani non soltanto di sognare di entrare alle università, ma di poterle realmente frequentare a prescindere dalle loro condizioni di nascita»[1]. Le circostanze, però, passano, così come le spinte emotive che spesso caratterizzano le proteste di piazza, mentre la legge ha lasciato il segno sulla legittimazione del governo e ha notevolmente ridotto lo spazio di manovra della coalizione.

In Italia la situazione è ancora più torbida. Che l’università pubblica avesse bisogno di un intervento di riforma era chiaro a tutti e negarlo sarebbe stato come ammettere che un sessantennio di spesa pubblica fuori controllo, completamente discrezionale, clientelare e inefficiente sia stata una pratica di buon governo. Tuttavia, far bene una diagnosi è un conto, predisporre una cura adeguata è un altro. Sembrerebbe giusto pensare ad una riforma che inserisca il merito come criterio di valutazione dei docenti, che riduca a due le fasce degli insegnanti, che affossi la scriteriata proliferazione dei corsi di laurea e delle sedi distaccate, che ridisegni la megastruttura degli atenei in termini moderni ed economicamente efficienti. Nonostante i nobili fini, però, la proposta dell’esanime governo italiano, oltre a non scalfire quei poteri forti che, causa prima di ogni male, sottraggono in maniera esagerata le risorse e non ne consentono una corretta allocazione, contiene alcune misure che non risolvono il problema. È prevista la creazione di un fondo per il merito, ma né se ne definisce l’entità, né se ne chiariscono i criteri di accesso. L’annosa questione del pensionamento degli ordinari non viene toccata. Non si affronta la delicata questione del diritto allo studio, voce alla quale sono destinati tra i finanziamenti più bassi d’Europa[2]. L’accesso alla carriera universitaria, infine, è demandato ad una trafila di precariato strutturale che, nel lungo periodo, decapiterà l’insegnamento universitario pubblico, favorendo e stimolando l’emigrazione dei migliori talenti nostrani. Le categorie accademiche, dai ricercatori agli studenti, dai rettori agli ordinari, hanno provato a far sentire la propria voce. Dai tetti, però, sono provenute più urla che proposte[3]. È mancato un coordinamento unitario in grado di determinare azioni collettive contro la riforma e, laddove queste si sono invece manifestate, sono state vittime dello strutturale vizio italico della caciara e della violenza[4]. Il tutto condito da una retorica veterocomunista che a volte ha riportato alla memoria immagini degli anni Sessanta e Settanta, distinguibili dalle attuali solo per l’evidente presenza degli iPod tra le mani degli studenti, piuttosto che dei Quaderni di Gramsci. Adesso che il governo ha retto alla verifica di metà dicembre e che la riforma è stata approvata, la conseguenza sarà un graduale ma totale assoggettamento del ministero dell’istruzione a quello dell’economia.

La crisi, quindi, e le logiche di un mercato faticosamente rianimato dai governi sembrano dettare la necessità di intervenire, come storicamente si fa, sulla spesa pubblica e, di conseguenza, anche sull’istruzione. Scontrandosi con queste esigenze, le due proteste studentesche non sembrerebbero né aver prodotto risultati tangibili né, in particolare, aver determinato cambiamenti di rotta nelle azioni dei rispettivi governi. In Gran Bretagna, l’aumento delle tasse, oltre a trasformare le università del Regno Unito in quelle più care del continente, porterà una graduale chiusura dell’accesso all’istruzione universitaria se non subentreranno ingenti investimenti sul diritto allo studio[5]. Aaron Porter, presidente della National Union of Students, ha dichiarato che, nonostante la sconfitta in campo politico, la campagna degli studenti «ha vinto la battaglia sull’opinione pubblica». La riforma è passata soltanto perché, ha aggiunto, «alcuni parlamentari hanno infranto le loro promesse» e questo non può che irritare una popolazione fortemente convinta della gravità dell’accaduto[6]. In Italia, invece, all’ombra dei manganelli restano solo manifestanti sopiti e svogliati, la cui unica certezza, oltre a quella di vedersi privati della possibilità di ricevere un’adeguata istruzione universitaria pubblica, è quella che la mobilitazione produce bei momenti di estasi collettiva, ma in rari casi essa si traduce in concreti termini politici. Il gap democratico che ne deriva è sostanziale.


1 N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984.

2 Le elezioni tenutesi nel maggio del 2010 hanno dato alla Gran Bretagna un «hung Parliament», un Parlamento cioè, all’interno del quale nessuno dei due partiti maggiori ha conquistato la maggioranza assoluta. I conservatori hanno ottenuto 307 seggi; i Laburisti 257. I Liberali si sono ritrovati ad essere, con i loro 56 seggi, l’ago della bilancia e la chiave di volta necessaria per la formazione del governo. Questa situazione, piuttosto rara e verificatasi prima del 2010 solo nel 1910 (con l’ascesa del Labour), nel 1929 (con delle elezioni che, come e nel 1924, portarono alla formazione di un governo laburista di minoranza presieduto da MacDonald) e nel 1974. A fronte dell’avanzata laburista, Churchill scelse nel 1922 di abbandonare i liberali per schierarsi con i conservatori. Per i risultati delle elezioni del 2010, vedi http://www.guardian.co.uk/politics/blog/2010/may/07/general-election-2010-results e http://www.guardian.co.uk/politics/hung-parliament.

3 Sebbene alcuni analisti considerassero il partito liberale più vicino alle posizioni laburiste, un’analisi più attenta delle elezioni, soprattutto a livello locale, mostra che è stata un’alleanza tra liberali e conservatori a garantire a questi due partiti di sconfiggere il Labour, sia in alcuni grandi collegi come nei casi di Leeds, Carlisle, Newport, Ipswich, Warrington, St Helens, che nei distretti londinesi di Camden, Southwark e Brent, che, infine, in diverse aree rurali e piccole città, vedi http://www.telegraph.co.uk/news/election-2010/7628789/How-will-the-Lib-Dems-jump-Look-to-their-councils.html.

4 Ed Miliband è passato, sempre nel corso dell’ultimo anno, alla guida del partito laburista, proponendone una graduale uscita dal «new labourism», dalla cosiddetta «Terza via» di Blair, e auspicandone un ritorno alle radici socialdemocratiche. Lo stesso Miliband, giudicando la prima finanziaria proposta dalla coalizione liberal-conservatrice «incredibilmente ingiusto», ha ammesso di capire che i conservatori fossero inevitabilmente interessati a votare in favore di simili tagli alla spesa, ma, allo stesso tempo ha dichiarato che «questo non è quello che la gente che ha votato per i liberali si sarebbe aspettata», vedi http://www.demo-critic.com/archives/285, e http://blogs.journallive.co.uk/journalblogcentral/2010/06/miliband-vs-miliband.html.

5 Nel corso della campagna elettorale, Clegg aveva assicurato la National Union of Students che il suo partito si sarebbe opposto ad ogni forma di aumento delle tasse universitarie. «Ci opporremo, voteremo contro e protesteremo contro ogni aumento delle tasse» aveva detto, aggiungendo che tali aumenti sarebbero stati, per il sistema universitario britannico, «un disastro», vedi http://www.mirror.co.uk/news/politics/news/2010/10/11/lib-dems-threaten-to-revolt-over-university-fees-115875-22625056/.

6 L’attore principale delle proteste è stata di certo la National Union of Student, http://www.nus.org.uk/. La NSU, dopo l’approvazione della legge, ha accettato di rinunciare alla propria campagna e  ha accettato di rinunciare al «dogma» dell’istruzione libera, in favore di un graduale e controllato ingresso nel mondo delle università delle forze di mercato, vedi http://www.guardian.co.uk/education/2008/apr/02/highereducation.uk2 e http://www.chroniclecareers.com/article/British-Student-Union/40737/.

7 Secondo gli studenti, con l’aumento delle tasse fino a 9.000 sterline l’anno, «oltre un terzo delle università inglesi si troverebbero in condizioni di “forte rischio”, con la prospettiva di essere fuse o addirittura chiuse». Secondo uno studio del NSU ben «49 dei 130 istituti universitari inglesi si sarebbero trovati ad “altissimo, alto o medio-alto rischio” di chiusura» con la proposta del governo, vedi http://www.independent.co.uk/news/education/education-news/thousands-set-to-protest-against-tuition-fee-rises-2154308.html.

8 Prima del voto era emerso che una mezza dozzina di parlamentari conservatori avrebbero votato contro la proposta. David Davis, l’ex ministro-ombra dell’interno, Julian Lewis. Lee Scott, Bob Blackman e Andrew Percy sono alcuni dei leader conservatori che avevano dichiarato la propria opposizione all’aumento delle tasse, vedi http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/clegg-concedes-party-is-split-as-tories-defect-too-2154053.html.

[2] Il testo della riforma, con le ultime modifiche approvate dalla Camera dei Deputati nel novembre 2010 è disponibile su http://www.camera.it/465?area=31&tema=78&Interventi+per+l%27universit%C3%A0.

[4] Le manifestazioni e gli scontri più violenti si sono avute lo scorso 24 novembre, quando un gruppo di studenti ha fatto irruzione nel palazzo del Senato, vedi http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=127956 e http://tv.repubblica.it/dossier/la-protesta-degli-studenti/protesta-studenti-irruzione-in-senato/57109?video. Le proteste degenerate negli scontri avvenuti a Roma lo scorso 14 dicembre, in occasione del voto di fiducia parlamentare, non sono del tutto riconducibili al movimento studentesco e universitario. Per quanto, infatti, le forze dell’ordine abbiano trattenuto principalmente studenti, quel pomeriggio romano ha catalizzato il dissenso di varie fasce della popolazione contro le diverse politiche del governo.

[5] Eppure, non è difficile ipotizzare che il sistema terrà, dal momento che gli alti costi dovrebbero rientrare su cifre maggiormente abbordabili in caso di (auspicabile) uscita dalla difficile congiuntura economica. Ne pagheranno le conseguenze, insomma, gli studenti di domani, ma potrebbero esserne effettivamente avvantaggiati quelli di dopodomani.

 

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