Cento unilateralismi fanno un multipolarismo?

di Valeria E. Benko

Il primo dicembre del 2010, in risposta ad una lettera del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, il presidente brasiliano Luis Ignacio da Silva ha annunciato che il Brasile riconosce l’esistenza dello Stato Palestinese entro i confini precedenti alla Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967, Israele occupò la regione orientale di Gerusalemme, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza che oggi, secondo il Governo Brasiliano, costituiscono invece parte integrante dello Stato Palestinese. L’azione del Brasile segue quella di altri centoquattro governi, tra cui India, Cina e Russia, e precede il riconoscimento formale di Argentina e Uruguay, che hanno seguito con entusiasmo la linea diplomatica dell’Itamaraty.

Criticando la decisione brasiliana nei suoi aspetti giuridici e politici, il ministro degli esteri israeliano ha commentato sostenendo che «il riconoscimento dello stato Palestinese rappresenta una violazione degli accordi siglati tra Israele e l’ANP nel 1995. Tali accordi implicano che lo status della West Bank e della Striscia di Gaza sarà determinato attraverso la negoziazione. Ogni tentativo di aggirare tale processo e di decidere unilateralmente sulla questione mina la fiducia tra le parti in causa e danneggia l’impegno di entrambe a sottostare al quadro negoziale di riferimento»[1]. La reazione statunitense è seguita a ruota: il portavoce del Dipartimento di Stato Philip Crowley ha seccamente dichiarato che gli Stati Uniti non guardano con favore ad una simile linea di condotta e che ogni azione unilaterale è controproducente[2]. Inoltre, una serie di critiche bipartisan sono fioccate sulla dichiarazione di Lula. Ileana Ros-Lehtinen (Rep-Florida) ha sostenuto che «la decisione brasiliana di riconoscere uno stato palestinese è deplorevole e serve soltanto a minare la pace e la sicurezza in Medio Oriente», mentre Eliot Engel (Dem-NY) non ha esitato ad attribuire la manovra alle tendenze socialiste del governo uscente[3]. Engel ha dichiarato che il riconoscimento dello Stato Palestinese «è sbagliato e rappresenta l’ultimo sussulto della politica estera di Lula, già sostanzialmente fuori controllo». Ha poi aggiunto: «ora si può solo sperare che la nuova leadership possa modificare la propria impostazione e comprendere che azioni di questo genere non migliorano lo status di potenza emergente e non portano alla membership permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite»[4].

Senza ombra di dubbio, non erano necessarie le schermaglie diplomatiche seguite all’azione brasiliana per evidenziare la risonanza internazionale del processo di pace tra Israele e Palestina. Tuttavia, se prima dello scorso dicembre si fosse osservata la lista dei governi che avevano formalmente riconosciuto l’esistenza dello stato palestinese, sarebbe stato difficile non notare l’assenza del Mercosur, il più influente blocco regionale dell’America del Sud. Ecco perché Mahmoud Abbas, consapevole di poter conquistare una terra quasi vergine, ha portato a termine una serie di visite nel sub-continente latinoamericano ed ha usato la politica del riconoscimento per aumentare la pressione della comunità internazionale su Israele e su chi ne prende le parti[5].

A dispetto dell’innegabile rilevanza del conflitto arabo-israeliano, le reazioni alla manovra diplomatica brasiliana fanno però luce su un aspetto che, in fondo, ha poco a che vedere con la questione palestinese. Ovverosia, ogni occasione è buona per procedere alla conta degli alleati e, attraverso la stessa, tentare di ridefinire gli equilibri internazionali. Si comprende così chi collabora con gli Stati Uniti e chi invece gioca per sparigliare le carte. Ad esempio, al di la del recentissimo riconoscimento dello stato Palestinese, nello scorso mese di maggio, Brasile e Turchia hanno scavalcato le potenze occidentali siglando un accordo con l’Iran simile a quello proposto, senza successo, dai paesi del “5+1”[6]. La nuova intesa prevede che gran parte dell’uranio iraniano venga arricchito dal governo turco sul suo territorio. In questo modo, prima che il combustibile nucleare torni a Teheran per scopi civili, il suo processo di arricchimento verrebbe controllato da Ankara, rassicurando – almeno in teoria – Israele e i suoi alleati. E’ evidente come né Turchia né Brasile abbiano negoziato da posizioni troppo distanti da quella statunitense, di cui conoscono bene i limiti ed i vantaggi, ed è altrettanto evidente che la firma del trattato non mette il punto finale ad una delle crisi diplomatiche più gravi degli ultimi anni[7]. Tuttavia, vedere Washington in disparte in una negoziazione internazionale sul nucleare è parso sorprendente ad alcuni, che si sono affrettati a dichiarare uno spostamento dell’epicentro del mondo occidentale verso inedite ed intraprendenti medie potenze, una nuova alba della diplomazia multilaterale e la definitiva conferma che le relazioni internazionali non sono più quelle di un tempo[8]. Sulla falsariga di tale interpretazione, è allora possibile che, come sostiene Eliot Engel, il riconoscimento dello stato palestinese sia l’ultimo colpo di coda di un’amministrazione tendente al socialismo, determinata ad acquisire lo status di grande potenza e l’agognato seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Oppure, potrebbe essere la matrice economica ad informare la scelta politica brasiliana: laddove gli Stati Uniti perdono terreno nella competizione internazionale, il Brasile approfitta della nuova libertà e persegue una politica estera indipendente. A quanto sembra, il comportamento degli Stati Uniti è ancora la variabile chiave: l’ortodossia interpretativa che si basa su un’immaginaria consequenzialità di bipolarismo, unipolarismo e multipolarismo continua a costituire l’unico punto di riferimento per comprendere il presente. Il ricorso alla multipolarità come paradigma di un non ben precisato mondo post-1989 rischia però di compromettere la pertinenza delle domande e la ragionevolezza delle risposte. Dunque, è il Brasile una nuova potenza diplomatica? Se si, quante altre nuove potenze diplomatiche esistono nel mondo contemporaneo? E soprattutto, perché mai le relazioni internazionali dovrebbero essere ancora quelle di una volta?

Per quanto riguarda il caso specifico, sebbene la Lega Araba possa sembrare un’entità politica lontana anni luce dal Mercosur – con cui gli Stati Uniti condividono, se non altro, lo stesso continente – lo sguardo del Brasile si è rivolto al Medio Oriente ben prima delle vicissitudini internazionali di questi ultimi mesi. Come gli stessi diplomatici brasiliani si sono affrettati a rispondere, «la decisione è in linea con lo storico appoggio del Brasile alle risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedono la fine dell’occupazione israeliana e non vogliono in alcun modo impedire le negoziazioni pacifiche tra le parti»[9]. Gli esempi non mancano: nel 1967, la risoluzione 242, che chiedeva il ritiro israeliano dai territori appena occupati – gli stessi territori che il Brasile considera oggi Palestina a tutti gli effetti – fu votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’epoca, di cui il Brasile era membro non permanente. Paradossalmente però, nonostante le ipotetiche rigidità ideologiche del confronto bipolare, nel 1975 il regime militare brasiliano disobbedì alla linea diplomatica dell’alleato statunitense e votò a favore della risoluzione dell’Assemblea Generale 3379, che equiparava il sionismo ad una forma di razzismo. Lungi dal gettare acqua sul fuoco del conflitto arabo-isrealiano, la risoluzione servì per lo meno a dimostrare che il regime militare brasiliano si riservava la possibilità di definire autonomamente i propri spazi di manovra sull’arena internazionale[10]. Inoltre, durante lo stesso 1975, il Brasile riconobbe formalmente l’MPLA, che aveva reso indipendente l’Angola dal Portogallo e aveva posto alla guida del nuovo stato un governo dalla consistente inclinazione pro-sovietica. Nonostante questo, quantunque lo scarto ideologico fosse evidente, negli anni settanta era difficile contestare l’appartenenza del Brasile alla comunità politica occidentale.

In realtà, nemmeno il movente economico sembra rappresentare una novità. Difatti, le relazioni finanziarie e commerciali del gigante latinoamericano con il Medio Oriente subirono una profonda accelerazione già in seguito alla crisi petrolifera del 1973, quando l’improvvisa carenza di greggio costrinse il Brasile a corteggiare i paesi esportatori alla ricerca di approvvigionamenti energetici e di nuovi mercati per i beni prodotti nell’industria brasiliana – nella Lega Araba e nell’Africa Occidentale.

Al di là delle similitudini e delle differenze del passato con il presente, è legittimo interrogarsi sui motivi e sulle ricadute delle azioni diplomatiche brasiliane. Apparentemente, affinché il Brasile possa essere una potenza economica e diplomatica non è necessario un seggio permanente, come non sarebbe necessario – e non lo è mai stato – complicare di proposito le relazioni con gli Stati Uniti, che, a dispetto della Guerra Fredda e della sua fine, sono rimaste sempre piuttosto stabili. Ciò nonostante, nelle dichiarazioni che veicolano le reazioni alla scelta diplomatica brasiliana ricorre il termine “unilaterale” e il costante riferimento alla presenza brasiliana nel Consiglio di Sicurezza. Come fa notare Laura Rozen, tra i centoquattro paesi che hanno riconosciuto lo stato palestinese, ci sono oggi tutti e quattro i BRIC, buona parte dell’America Latina, la maggior parte degli nazioni africane e l’Europa orientale[11]. Con l’evidente sostegno di centinaia di stati, più che verso la ricerca di un potere definito in termini anacronistici, il cosiddetto unilateralismo brasiliano sembra quindi orientato a proporre una dialettica diplomatica alternativa e ad allargare la definizione delle strategie che possono far fronte ai nodi irrisolti delle relazioni internazionali contemporanee. Più facile a dirsi che a farsi, ma il seggio permanente potrebbe allora realmente essere una conseguenza di tale sforzo, e non già la sua causa.

Nel frattempo, mentre gli osservatori riflettono sulla definizione di potenza e sui rapporti di causalità, oggi Brasilia riconosce l’esistenza dello stato palestinese, collabora alla negoziazione della sicurezza nucleare internazionale, si pone a guida di un blocco regionale ogni giorno più influente e, soprattutto, contribuisce ad aumentare il numero ed il peso degli stati che traggono la loro legittimità diplomatica dall’azione.


[3] Ileana Ros-Lehtinen sta per assumere l’incarico di presidentessa del Comitato per gli Affari Esteri della U.S. House of Representatives mentre Eliot Engel è il presidente uscente del sotto-comitato agli Affari Emisferici della U.S. House of Representatives, vedi  http://www.virtualjerusalem.com/news.php?Itemid=1770.

[5] Per il dettaglio delle visite di Lula in America Latina, vedi http://www.qnaol.net/QNAEn/News_Bulletin/News/Pages/10-12-29-1507_969_0044.aspx.

[6] Il gruppo dei “5+1” è formato da Stati Uniti, Russia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Cina. Il testo dell’accordo è disponibile  sul  sito http://www.guardian.co.uk/world/julian-borger-global-security-blog/2010/may/17/iran-brazil-turkey-nuclear.

[8] Prima della visita in Iran di Lula, pochi tra i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite erano ottimisti sulle sue possibilità di successo. Il presidente russo Dmitri Medvedev dava la riuscita della manovra di Lula al trenta per cento, mentre il Segretario di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton aveva chiesto ai brasiliani di non intraprendere la missione diplomatica. Commenti sulla nuova assertività del Sud del mondo nelle negoziazioni multilaterali sono apparsi su Le Monde, http://www.lemonde.fr/cgi-bin/ACHATS/acheter.cgi?offre=ARCHIVES&type_item=ART_ARCH_30J&objet_id=1124136&clef=ARC-TRK-D_01 e su Open Democracy, http://www.opendemocracy.net/mariano-aguirre/iran-turkey-brazil-new-global-balance.

[10] La risoluzione, particolarmente controversa nella sua formulazione, fu duramente contestata dall’allora ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Chaim Herzog e fu poi revocata nel 1991, quando Israele ne fece una condizione necessaria per partecipare alla conferenza di pace di Madrid.

[11] I paesi del BRIC sono Brasile, Russia, India e Cina. Per l’articolo di Rozen, vedi http://www.politico.com/blogs/laurarozen/1210/Brazil_explains_recognition_of_Palestine_.html.

 

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