Le donne nepalesi e le tradizioni difficili da abbandonare

di Eleonora Lago

«Un’altra donna muore per il freddo nel Chhaupadi», questo il titolo di un trafiletto in quinta pagina sull’Himalayan Times, uno dei pochi giornali in lingua inglese distribuito in Nepal. Seduta in una tea house nella brulicante Durbar Square di Kathmandu e a pochi passi dal mercato della frutta dove centinaia di donne, e nessun uomo, hanno già iniziato la loro lunga giornata di vendita e contrattazione, proseguo nella lettura dell’articolo. Belu Damai, leggo, un’anziana donna di 40 anni, è morta cinque giorni fa, presumibilmente a causa del freddo, dopo aver trascorso alcuni giorni nella capanna “Chhaupadi”, in una zona rurale nel distretto di Achham.

Parlando con Shryia, una ragazza nepalese di casta bramina laureata in una prestigiosa università di Londra e che ha trascorso la maggior parte della sua vita in Occidente, scopro che Achham è solo uno dei numerosi remoti distretti del Nepal occidentale in cui le donne sono costrette a passare sette giorni al mese, durante il loro periodo mestruale, in una capanna separata, di solito una vecchia stalla, lontana dalla casa dove il resto della famiglia risiede1. Considerate impure in quei giorni, mi spiega Shryia, le donne induiste nepalesi non possono, tra le tante limitazioni, toccare altri esseri umani, lavarsi, mangiare cibi di origine animale o bere dalla stessa fonte d’acqua pulita da cui si serve il resto della famiglia2. Questa pratica radicata ha origine nella credenza che se a una donna fosse concesso di rimanere in casa durante quei sette giorni, ciò scatenerebbe l’ira degli dèi portando disgrazia, povertà e malattie a tutta la famiglia.

Questa una delle tante usanze praticate in Nepal, rappresentativa di una società patriarcale, e per molti versi feudale, in cui le donne sono discriminate e oppresse, indipendentemente dalla casta di appartenenza. Usanze barbare e brutali ai nostri occhi, in realtà niente di più di una comunissima tradizione per la maggior parte dei nepalesi, così diffusa e radicata da essere accettata e considerata normale non solo dagli abitanti del remoto Nepal occidentale o del Tarai ma anche dalle persone più istruite di Kathmandu, dalla stessa famiglia benestante di Shryia.

La disuguaglianza di genere, la discriminazione e la violenza contro le donne sono una costante in Nepal. Le donne costituiscono più di metà della popolazione nepalese ma in termini di Gender-related Development Index (GDI) e Gender Empowerment Measure (GEM), il Nepal rimane uno dei Paesi meno sviluppati dell’Asia e uno dei tre al mondo in cui l’aspettativa di vita delle donne è inferiore a quella degli uomini (53,5 anni per le donne e 55,9 per gli uomini)3.

La discriminazione di genere avviene a ogni livello, dal governo, alle leggi, alle famiglie. Sebbene l’attuale Costituzione ad interim nepalese stabilisca l’uguaglianza di genere, alcune leggi, incluso il Muluki Ain ( il Codice Civile), discriminano le donne in diversi campi inclusi i diritti di proprietà, il divorzio e i diritti di eredità4. L’esempio più lampante è costituito dal Women’s Inheritance and Property Right Bill che, fino al 2002, prevedeva che le donne, alla morte dei genitori, non avessero diritto ad alcuna eredità, la quale veniva divisa tra i soli figli maschi. In seguito all’undicesimo emendamento del Codice Civile del 2002, le donne hanno iniziato a godere del diritto di ereditare la proprietà fin dalla nascita ma, una volta sposate, sono obbligate a restituire qualsiasi avere alla famiglia dei genitori, di solito ai fratelli. Ciò significa totale mancanza di indipendenza economica, rischio costante di trovarsi in condizioni di povertà estrema e completa dipendenza prima dal padre, poi dal marito e infine dai figli maschi5.

Le donne nepalesi hanno un limitatissimo accesso alla giustizia, alla sanità e all’istruzione6. Questo implica che la loro unica opportunità di guadagno sia rappresentata dai lavori sotto pagati, informali e che non richiedono particolari abilità. Di fatto, il 90% della forza lavoro impegnata nell’agricoltura è costituito da donne. È sufficiente uscire da Kathmandu e guidare  per un paio d’ore in qualsiasi direzione dalla capitale per accorgersi che i campi sono costellati da figure rosso scuro, il colore dell’abito delle donne sposate.

La povertà e la mancanza di istruzione sono le principali cause della bassissima partecipazione delle donne alla vita politica e ai processi di decision-making. La loro quasi inesistente rappresentanza politica si rispecchia nella legislatura nepalese che contribuisce ben poco ad assicurare l’uguaglianza di genere e la giustizia. Sebbene il Nepal abbia formalmente abbracciato convenzioni e trattati internazionali riguardanti la protezione dei diritti umani, la costituzione prevede, ad esempio, che un bambino di madre nepalese non possa ottenere la cittadinanza nepalese se il padre è straniero, disposizione in aperta violazione della Convention on the Elimination of all Forms of Discrimination Against Women (CEDAW) adottata nel 1979 dall’Assemblea Generale dell’ONU e ratificata dal Nepal nel 19917.

In questa società patriarcale e saldamente basata su valori tradizionali, principalmente derivanti dall’induismo, i figli maschi sono considerati fonte di sicurezza economica per la vecchiaia e in grado di portare avanti il nome della famiglia, i suoi riti e le tradizioni; le figlie sono poco più che delle ausiliarie nella conduzione delle faccende domestiche, semplici proprietà da cedere attraverso il matrimonio. Sposarsi è la sola ragione di vita per la maggior parte di loro. Una donna senza un marito, senza quell’abito rosso, non ha alcun valore[1].

Singolare e drammatica è infatti la condizione delle vedove nepalesi. Fino ad alcune decine di anni fa era pratica comune, alla morte del marito, che la vedova si gettasse nel fuoco crematorio insieme al defunto. Sebbene oggi questa pratica non esista più, le vedove continuano ad essere tenute ai margini della società e ad essere considerate portatrici di sfortuna, ospiti indesiderate anche ai matrimoni o alle celebrazioni per la nascita dei nipoti. Questa condizione non è imposta contro la loro volontà, ma viene totalmente accettata dalle vedove, le quali, come la nonna di Shryia, ben lontana dalle condizioni di povertà e totale mancanza di istruzione che caratterizza la stragrande maggioranza della popolazione, non oserebbero mai presentarsi al matrimonio del proprio figlio.

Senza alcuna libertà di movimento e completamente assoggettate dall’uomo, le donne restano intrappolate in un circolo di sfruttamento e privazione familiare. La loro vita è in funzione di qualcun altro, non è mai per loro stesse.

Laureati o analfabeti, Bramini o intoccabili, proprietari di ville e giardini a Kathmandu o di capanne di fango nelle remote campagne e montagne nell’ovest del Nepal, tutti sembrano condividere e accettare tradizioni vecchie di secoli, pratiche  brutali e irrispettose dei più fondamentali diritti umani, usanze radicate, come il Chhaupadi, che nessuna delle centinaia di ONG o organizzazioni umanitarie presenti in Nepal e impegnate nella lotta per il rispetto dei diritti umani e la promozione della democrazia riuscirà facilmente a sradicare. Tradizioni che tutti i nepalesi, incluse le donne, sono restii ad abbandonare, perché parte della loro società, della loro religione e del loro passato. In una società tanto maschilista e discriminatoria, in cui le donne, solo per il fatto di essere donne, sono considerate inferiori e, come risultato di centinaia d’anni di sottomissione, si percepiscono inferiori, in cui non sono concretamente protette dalla legge e dalle istituzioni e in cui non sono nemmeno consapevoli dei loro diritti, le possibilità di riscatto e di miglioramento sono scarse. E senza rispetto per se stesse, senza orgoglio e dignità, il traguardo della protezione dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere diventa sempre più un miraggio.


1 La società nepalese è rigidamente divisa in 103 caste. La casta più alta è quella Bramina-Chhetri, la più bassa è costituita dai Dalit, o “intoccabili”.

2 Questa usanza è largamente praticata nei distretti occidentali del Nepal dove si possono vedere centinaia di capanne Chhaupadi. Secondo il Women Development Office di Achham, solo in quel distretto, circa 800 donne trascorrono alcuni giorni nelle capanne ogni mese. Sebbene non esistano dati statistici ufficiali, si stima che circa 20 donne ogni anno muoiano per il freddo, per problemi respiratori e per morsi di serpenti nelle capanne Chhaupadi.

3 Si veda il Nepal Human Development Report  2009 al sito http://www.undp.org.np/publication/html/nhdr2009/chapter2.pdf. Si noti come i valori del Gender-Sensitive Development Index (GDI) e del Gender Empowerment Measure (GEM) forniti dal Nepal Human Development Report 2009 siano tre volte più bassi di quelli dei Paesi industrializzati.

4 Laxmi Keshari Manandhar e Krishna B. Bhattachan, Gender and Democracy in Nepal, Central Department of Home Science, Women’s Studies Program, Tribhuvan University, Kathmandu, 2001.

5 Molte delle informazioni riguardanti i diritti legali delle donne nepalesi mi sono state fornite durante alcune interviste (risalenti a gennaio/febbraio 2010) dagli avvocati Bindu Khadka e Uma Lama, rappresentanti dell’organizzazione no-profit “Maiti Nepal” di Kathmandu, impegnata ad aiutare le ragazze nepalesi vittime del traffico sessuale tra Nepal e India.

6 Secondo le ultime stime dell’UNDP del 2006, il tasso di alfabetizzazione delle donne nepalesi è del 54,5%, quello degli uomini è del 81%. Se si considera solo la casta dei Dalit, il tasso di alfabetizzazione delle donne scende vertiginosamente, toccando il 17%.

 

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2 risposte a Le donne nepalesi e le tradizioni difficili da abbandonare

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  2. emanuela ha detto:

    povera donna è orribile non so come si faccia a sopportare queste cose …. il nepal pur essendo un bello stato … molte tradizioni pur essendo affascinanti sono brutte soppratutto per le donne

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