Non c’è rosa senza spine: la Cina in America Latina

di Niccolò Locatelli

L’ascesa internazionale della Repubblica Popolare Cinese (Prc) ha conseguenze su ogni regione del mondo e l’America Latina non fa eccezione. Pechino ha tutto da guadagnare dai maggiori contatti con l’area, mentre quest’ultima dovrebbe calibrare meglio i propri obiettivi e disfarsi di alcune illusioni. Il rapporto con la Cina, di natura prevalentemente economica ma con importanti ricadute politiche, può essere fonte di infinite opportunità e di altrettante trappole.

La Repubblica Popolare è portatrice di un messaggio accattivante: come più grande paese in via di sviluppo, cerca partner nella costruzione di un nuovo ordine mondiale meno succube delle decisioni statunitensi. Tale messaggio fa presa su governanti di destra (Colombia, Messico, Cile con Piñera), di sinistra riformista (Brasile, Uruguay, Cile con Lagos e Bachelet) e di sinistra dittatoriale o cosidetta populista (l’asse bolivariano Venezuela-Bolivia-Cuba e in parte l’Ecuador). L’America Latina è la regione che più ritiene di aver subito le angherie di Washington e delle istituzioni da lei controllate (Fondo Monetario Internazionale in primis) ed è quindi favorevole alla ridistribuzione del potere, soprattutto in un’epoca in cui la crisi economica sta cambiando le carte in tavola. Se poi la sintonia con Pechino può essere ammantata di  un significato anti-americano, che la Cina non vuole ma che serve a galvanizzare l’opinione pubblica interna ed internazionale (come nel caso dell’asse bolivariano), tanto meglio.

La rosa cinese non è però priva di spine. Innanzitutto c’è il problema della rappresentanza asimmetrica, per cui i partner strategici della Prc (Argentina, Brasile, Venezuela e Messico) possono dialogare con lei su più tavoli (Bric, G-20, commissioni bilaterali, etc), ma non possono rappresentare bene le istanze di un’area così diversificata e complessa, che comprende anche il Centroamerica e le isolette caraibiche. Un esempio di questo è proprio l’Accordo sul clima di Copenaghen, negoziato dai BRIC e dagli Usa ma firmato da meno di un terzo degli Stati latinoamericani. Inoltre, come dimostra la redistribuzione dei voti alla Banca Mondiale, in cui Pechino è divenuto il terzo shareholder dopo Usa e Giappone mentre l’America Latina è rimasta praticamente a bocca asciutta, la Cina ha la tendenza a spacciare le proprie vittorie diplomatiche per successi di tutti i paesi in via di sviluppo1. Per non parlare dei negoziati del Wto, in cui l’obiettivo latinoamericano dell’apertura dei mercati agricoli dei paesi sviluppati non è una priorità per Pechino, a sua volta importatrice netta di commodities alimentari.

Chi politicamente beneficia dell’attenzione cinese sono i paesi del Centramerica e i Caraibi, assieme al Paraguay, che è rimasto l’ultimo bastione di Taiwan. Del resto, 12 dei 23 paesi al mondo che riconoscono la Repubblica di Cina (Roc) sono in questa zona e sfruttano la rivalità fra Pechino e Taipei per strappare al primo concessioni economiche assolutamente sproporzionate al loro effettivo peso specifico internazionale2. Paradossalmente però, sono proprio questi Stati dell’America centrale ad essere colpiti più duramente dalla competizione commerciale con la Prc.

La Cina ha un duplice effetto sulle economie latinoamericane: contribuisce con la propria fame di materie prime ad innalzare il prezzo mondiale delle stesse, beneficiando i paesi commodity-exporter (soprattutto sudamericani) anche quando queste non vendono a Pechino, e naturalmente compra anche da questi paesi generi alimentari (Brasile, Argentina), petrolio (Venezuela ed Ecuador), rame (Cile), etc. La Repubblica Popolare cinese negli ultimi anni, complice la crisi economica che ha colpito particolarmente gli Stati Uniti, ha soppiantato Washington divenendo primo partner commerciale di Brasile, Cile e Perù3. La bilancia commerciale, tradizionalmente favorevole all’America Latina, ha iniziato ultimamente a sorridere a Pechino, che esporta (poco) più di quanto non importi dall’area4. Non si ravvisano flussi di investimenti esteri potenzialmente destinati verso l’America Latina e distratti in direzione di Pechino, che da par suo investe nell’area molto poco, privilegiando progetti su infrastrutture in grado di garantire l’estrazione e il trasporto delle materie prime5.

I numeri del commercio bilaterale, pur in aumento, sono piccoli per la Cina, ma grandi e importanti per la regione, che è quindi di fronte a una duplice sfida. I commodity exporters, che al momento benedicono lo shopping del Dragone, devono evitare di ricadere nella trappola del dutch desease e preoccuparsi di investire gli extra-profitti di questi anni nell’industrializzazione e nelle infrastrutture6. Il prezzo delle materie prime, infatti, è per natura volatile e le conseguenze di un suo ribasso sarebbero molto negative per i paesi esportatori, che devono prepararsi a questa evenienza. I paesi dell’America centrale e in minor misura i Caraibi stanno invece patendo la concorrenza cinese nel settore manifatturiero sul mercato per loro più importante, ovvero quello statunitense. Dato l’incolmabile gap salariale fra Pechino e l’area, l’unico modo di limitare questo fenomeno è quello di investire nelle infrastrutture, abbattendo i costi di trasporto e sfruttando al massimo il fattore-vicinanza7. Peccato che la Cina abbia già pensato anche a questo, andando a investire e cercando di siglare accordi di libero commercio proprio nei paesi più vicini agli Usa.

L’entrata in scena della Repubblica Popolare Cinese è stata accolta con grande favore dall’America Latina, ansiosa di attenzioni (politiche ed economiche) in questa lunga fase in cui Washington ha altro per la testa. La retorica terzomondista, le grandi promesse di scambi e investimenti hanno conquistato i cuori e le menti dei governanti latinoamericani. È bene però che la luna di miele finisca presto e che ci si renda conto che Pechino, al pari di ogni altro stato del mondo, persegue anche in America Latina i propri interessi nazionali, con una pianificazione strategica di lungo corso sconosciuta a sud del Rio Bravo. La rosa cinese è particolarmente apprezzabile ora che la crisi economica ha messo nell’angolo gli Usa. In un futuro forse non troppo lontano, le sfide poste alla regione dall’ascesa di Pechino (capacità di pensare un modello di sviluppo autonomo e di avere una propria agenda internazionale), se non affrontate in un momento di prosperità economica e relativa concordia politica, potrebbero sembrare insormontabili: a quel punto saranno in tanti a pungersi con le spine.


1 Ad aprile 2010 la Cina è divenuto il terzo azionista per importanza della Banca Mondiale (dopo Stati Uniti e Giappone): la sua quota di voti è passata dal 2.8 al 4.42%, mentre l’America Latina ha aumentato la sua quota totale dell’1%. Mentre il governo di Pechino festeggiava “un importante passo verso una distribuzione dei voti più equa fra Paesi sviluppati e in via di sviluppo”, il ministro delle Finanze brasiliano Mantega esprimeva la propria insoddisfazione per il risultato. Anche la riforma del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha riconosciuto il crescente peso economico della Prc e degli altri BRIC. La Cina non fa ricorso all’Fmi dal 1986-7, anzi nel 2009 ne ha potenziato la capacità di prestito acquistando buoni per 50 miliardi – garantendosi con ciò la possibilità di influire maggiormente sulle decisioni dell’istituzione di Bretton Woods. China: Financial Position in the Fund as of April 30, 2010 (nd), http://www.imf.org/external/np/fin/tad/exfin2.aspx?memberKey1=180&date1key=2010-05-08. News Wires (26 aprile 2010), Beijing gains clout in World Bank vote shift, http://www.france24.com/en/20100426-beijing-gains-clout-world-bank-vote-shift-china. Development Committee Communique (25 aprile 2010), http://siteresources.worldbank.org/NEWS/Resources/FinalCommunique.pdf. Intergovernmental Group of Twenty-Four on International Monetary Affairs and Development Communique (April 22, 2010), http://www.g24.org/04-10ENG.pdf. IBRD 2010 Voting Power Realignment (nd), http://siteresources.worldbank.org/NEWS/Resources/IBRD2010VotingPowerRealignmentFINAL.pdf.

2 Esemplare il caso del Costa Rica, il Paese più importante (per collocazione geografica, rilevanza geopolitica e legami con gli Usa) fra quelli che di recente hanno riconosciuto il governo di Pechino. San José ha ceduto nel 2007, dopo aver ottenuto dalla Prc l’acquisto di titoli di Stato per 300 milioni di dollari, aiuti per 130, borse di studio per studiare in Cina e la costruzione del nuovo stadio di calcio della capitale, per un valore di 74 milioni di dollari.  I due Paesi hanno anche negoziato un trattato di libero commercio ratificato nel 2010.  Nel 2004 Dominica ha rotto le relazioni con Taiwan in favore della Cina comunista dopo che quest’ultima aveva surclassato l’offerta di aiuti di Taipei (112 milioni di dollari contro i 9 promessi dalla Repubblica di Cina). Erikson D. (May 27, 2009), China’s Strategy toward Central America: The Costa Rican Nexus, http://www.jamestown.org/single/?no_cache=1&tx_ttnews%5Btt_news%5D=35040&tx_ttnews%5BbackPid%5D=13&cHash=136ed4fb60. Briges T. (8 luglio 2009), China makes its move as U.S. falls back in Latin America, http://www.mcclatchydc.com/2009/07/08/71510/china-makes-its-move-as-us-falls.html. Erikson D.P., Chen J.(2007), China, Taiwan and the Battle for Laitn America, cit.: Watson, C. (nd), Adios Taiwan, Hola Beijing: Taiwan’s Relations wth Latin America, http://www.jamestown.org/single/?no_cache=1&tx_ttnews%5Btt_news%5D=3659.

3 CEPAL (2010), La República Popular de China y América Latina y el Caribe: hacia una relación estratégica, http://www.cepal.org/cgibin/getProd.aspxml=/publicaciones/xml/2/39082/P39082.xml&xsl=/comercio/tpl/p9f.xsl&base=/comercio/tpl/topbottom.xsl.

4 Ministry of Commerce of the People’s Republic of China, Total Import & Export Value by Country (Region), (2008/01-10), http://english.mofcom.gov.cn/article/statistic/ie/200901/20090105995088.html.

5 Chantasasawat B., Fung K.C., Iizaka H., Siu A. (2004), Foreign Direct Investment in East Asia and Latin America:Is there a People’s Republic of China Effect?, Working Paper presented at the 2004 Laeba Annual Conference, Beijing, http://www.adbi.org/discussionpaper/2004/11/16/810.FDI.PRC.effect/. Cravino J., Lederman D., Olarreaga M. (2007), Substitution in Foreign Capital between China, India, the Rest of theWorld, and Latin America: Much Ado about Nothing?, The World Bank Policy Research Working Paper No.4361 http://wwwwds.worldbank.org/external/default/WDSContentServer/IW3P/IB/2007/09/20/000158349_20070920095500/Rendered/PDF/WPS4361.pdf. Cravino J., Lederman D., Olarreaga M. (2007), Foreign Direct Investment in Latin America during the Emergence of China and India: Stylized Facts, The World Bank Policy Research Working Paper No.4360, http://wwwwds.worldbank.org/external/default/WDSContentServer/WDSP/IB/2007/09/20/000158349_20070920100259/Rendered/PDF/WPS4360.pdf. García-Herrera A., Santabárbara D. (2004), Does China have an Impact on Foreign Direct Investment to Latin America?, Working Paper presented at the 2004 Laeba Annual Conference, Beijing, http://idbdocs.iadb.org/wsdocs/getdocument.aspx?docnum=780475. Inter-American Development Bank (IADB, 2004), The emergence of China: opportunities and challenges for Latin American and the Caribbean, http://ctrc.sice.oas.org/geograph/caribbean/China_idb.pdf.

6 l boom delle esportazioni di materie prime porta all’apprezzamento della valuta del Paese esportatore, per via del quale il settore manifatturiero perde competitività sui mercati internazionali. Questo in sintesi è il dutch disease.

7 Ad esempio, il costo di fabbricazione di una camicia in Cina è pari a 1,12 dollari; in Nicaragua, lo Stato latinoamericano  col costo della manodopera più basso, è pari a 1,5 dollari. Inter-American Development Bank (IADB, 2004), The emergence of China, cit.

 

 

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