Okinawa. L’avamposto dell’Impero

di Matteo Dian

«La geografia è destino», scriveva Nicholas Spykman, uno dei padri della geopolitica classica, nel 1941[1]. Per alcuni luoghi è sicuramente vero. Uno di questi, oggi come in passato, è l’isola di Okinawa. Quest’isola, infatti, è stata definita «the Keystone of the Pacific» per la sua posizione strategica: soli 1500 chilometri da Tokyo, Seul, Taiwan e Shanghai. Il controllo del suo territorio permette la difesa (o l’attacco) di tutti i punti fondamentali dell’Asia orientale.

Okinawa è stata teatro di una delle più sanguinose e più importanti battaglie della Seconda Guerra Mondiale. Per Washington la conquista dell’isola costituiva l’ultima tappa prima dell’attacco decisivo al territorio giapponese. La battaglia è durata ottanta giorni al costo di 200 mila vittime giapponesi e 65 mila vittime statunitensi. Le isole Ryukyus (Okinawa e Iwo Jima soprattutto) sono poi diventate la rampa di lancio per il bombardamento delle città giapponesi.

Dopo il 1945 il valore strategico inizia a fondersi con il valore simbolico legato alla memoria del conflitto. Per i Giapponesi Okinawa diventa uno dei simboli della sconfitta e delle sofferenze della guerra, da superare e trascendere attraverso il rifiuto di «ogni diritto sovrano alla belligeranza» e la costruzione di una «nazione pacifica» (heiwa kokka)[2]. L’isola, inoltre, incarna come nessun altro luogo l’invadenza della presenza militare statunitense e lo condizione di perdurante inferiorità dello stato giapponese[3].

Alla fine della guerra, il Giappone rimane occupato per sette anni, fino al 1952. Okinawa non torna sotto la sovranità giapponese ma diventa una colonia di fatto, rimanendo sotto l’amministrazione militare di Washington. Durante la Guerra fredda diventa il punto vitale della strategia statunitense nel Pacifico, indispensabile per la difesa del Great Asian Crescent, la “mezzaluna asiatica” che si allunga dal pacifico fino al Medio Oriente[4]. Sull’isola, infatti, viene concentrata la più grande quantità di armamenti e strutture militari del Pacifico. Qui, negli anni sessanta sono dislocati fino a 60.000 soldati statunitensi e, sempre da qui, dal 1965 partono i B-52 diretti in Vietnam e poi in Cambogia e in Laos. Nella sola base di Kadena, nel sud dell’isola, vengono accumulate tra le 1000 e 1500 armi nucleari.

Fino ai primi anni settanta, soprattutto durante la guerra in Vietnam, l’opinione dei militari è chiara: restituire l’isola è impossibile. E’ troppo importante per lo sforzo bellico in Vietnam e per l’intera strategia di contenimento del comunismo. Con l’escalation in Vietnam, però, l’equilibrio inizia a cambiare. L’opinione pubblica giapponese denuncia il permesso dell’uso delle basi come una complicità nel conflitto e come un tradimento dell’identità pacifista dello stato. La memoria del trauma della guerra e l’identificazione con le vittime vietnamite si saldano con l’aspirazione nazionalista del ritorno delle isole alla madrepatria.

La restituzione della sovranità avviene nel 1972 e rappresenta il prezzo pagato dagli  Stati Uniti per la collaborazione economica e logistica giapponese alla guerra del Vietnam[5]. Formalmente il governo del Giappone guadagna il diritto di veto sulle attività militari sull’isola e applica tutte le limitazioni vigenti sul proprio territorio, in primo luogo il divieto di introdurre armi nucleari[6]. La presenza militare statunitense rimane però massiccia e un accordo segreto permette di mantenere le armi nucleari nelle basi di Kadena e Futenma[7].

La questione di Okinawa è ancora, anche dopo la restituzione, la fonte di attrito più grande nei rapporti bilaterali tra USA e Giappone. Alla fine della guerra fredda, infatti, gli Stati Uniti iniziano una complessa riforma del sistema di basi e del posizionamento delle loro forze in tutto il globo[8]. Il numero di soldati all’estero viene ridotto e molte basi vengono chiuse. Nonostante le notevoli tensioni con la popolazione locale, però, la centralità di Okinawa rimane intatta. Nello scacchiere geopolitico dell’Asia orientale, infatti, il suo valore continua ad essere enorme. L’ascesa della Cina, la minaccia nordcoreana, la generale instabilità dell’Asia Centrale rendono il controllo dell’isola fondamentale per la proiezione del potere aereo e navale di Washington in Asia orientale. Ad oggi 28.000 soldati statunitensi sono stanziati nell’isola e il territorio è ancora coperto per il 25 % da aree esclusivamente militari, spesso circondate da zone densamente popolate, come la base dei marine di Futenma.

La “questione di Okinawa” attraversa tutta la storia recente ma è anche un problema attuale, soprattutto dopo la storica vittoria del DPJ (Partito Democratico del Giappone) che ha messo fine al monopolio quasi ininterrotto dei conservatori del Partito Liberal Democratico, iniziata nel 1955[9].

Il Primo Ministro Hatoyama nel 2009 ha promesso lo spostamento totale della base di Futenma a Guam, chiedendo la revisione dell’accordo raggiunto tra il governo precedente guidato da Abe Shinzo e l’amministrazione Bush nel 2006[10]. La reazione statunitense è stata decisamente negativa. Quella del DPJ è stata descritta dai principali analisti vicini al governo come una «rivoluzione confusa», gestita da politici inesperti e incompetenti che potrebbe compromettere i rapporti bilaterali[11]. Davanti al rifiuto di rinegoziare l’accordo da parte del Segretario alla Difesa Gates il governo Hatoyama è entrato in crisi e il Primo Ministro, davanti all’impossibilità di mantenere l’impegno, è stato costretto alle dimissioni[12].

Gli analisti indipendenti da Washington però sottolineano come questa «nuova battaglia di Okinawa» abbia radici profonde che non si limitano alla presunta inesperienza del nuovo governo[13]. Secondo i sostenitori di questa posizione, Okinawa è il luogo in cui si concentrano le tensioni tra le esigenze del complesso militare statunitense e l’espressione della volontà popolare locale[14]. L’alternanza al governo ha portato Okinawa (e la base di Futenma in primo luogo) al centro dell’agenda politica, evidenziando l’irriducibilità delle logiche e degli interessi sottostanti[15]. La necessità strategica e la perenne occupazione militare non si conciliano, infatti, con l’espressione della volontà popolare degli “occupati”. Per questo, al di là dei dettagli legati al trasferimento di Futenma, il destino di Okinawa sembra un insuperabile contraddizione: da una parte il tentativo giapponese (e ancora di più locale) di maturare un identità e una pratica pacifista; dall’altra l’incessante presenza della forza militare, che ricorda come l’isola rimanga una pedina fondamentale nel gioco delle potenze.

 

 

 

 


[1] Nicholas Spykman, America’s strategy in world politics: the United States and the balance of power. New Brunswick, NJ : Transaction Publishers, 2007.

[2] L’articolo nove della Costituzione giapponese, la cosiddetta clausola della pace, impone al Giappone di rinunciare alla guerra, al diritto sovrano di belligeranza e a ogni potenzialità di guerra. Per una discussione sull’articolo nove e le sue interpretazioni, Richard Samuels and Patrick J. Boyd, Nine Lives? the politics of constitutional reform in Japan. East-West Center. Policy Studies. Washington, D.C; 19. 2005. Per uno studio della cultura antimilitarista giapponese dopo la guerra, Glenn Hook, Militarization and Demilitarization in Contemporary Japan. London, UK: Routledge. Thomas U. Berger, Cultures of Antimilitarism: National Security in Germany and Japan. Baltimore, MD: Johns Hopkins Press. 1998.

[3] Gavan McCormack Client State: Japan in the American Embrace Verso, 2007.

[4] Michael Schaller, Securing the Great Crescent: Occupied Japan and the Origins of Containment in Southeast Asian. The Journal of American History, Vol. 69, No. 2 (Sep., 1982), pp. 392-414.

[5] James Llewelyn, Balancing Okinawa’s return with American expectations: Japan and the Vietnam War 1965–75. International Relations of the Asia-Pacific Volume 10 (2010) 305–342.

[6] Nel 1967 il primo ministro Sato dichiara i «Tre Principi Non Nucleari» come dottrina di politica estera. Il Giappone non avrebbe prodotto, introdotto o mantenuto sul proprio territorio nessun tipo di armamento nucleare.

[7]The Japan Times, Secret pacts existed; denials ‘dishonest’ 10 Marzo 2010, http://search.japantimes.co.jp/cgibin/nn20100310a1.html. L’esistenza del patto segreto per mantenere le armi nucleari ad Okinawa è stata rivelata per la prima volta dall’ex ambasciatore Edwin O. Reischauer. La conferma ufficiale da parte giapponese è stata fornita solo nel 2009 dal governo di Hatoyama.

[8] Kent E. Calder, Embattled Garrisons. Comparative Base Politics and American Globalism. Princeton University Press. Princeton 2008. Department of Defense 2004, “Strengthening U.S. Global Defense Posture – Report to Congress”, Washington D.C. http://www.dmzhawaii.org/wp-content/uploads/2008/12/global_posture.pdf.

[9] Sul sistema politico giapponese Gerald R. Curtis, The Logic of Japanese Politics: Leaders, Institutions, and the Limits of Change, New York: Columbia University Press. 1999. Tetsuya Kataoka, Creating single-party democracy : Japan’s postwar political system. Stanford, Hoover Institution Press, 1992. Robert E. Ward, Japan’s political system. Englewood Cliffs, N.J : Prentice-Hall, 1978.

[10] L’accordo del 2006 prevede lo spostamento della base di Futenma in un sito alternativo ma sempre sull’isola di Okinawa.

[11] Michael Green è stato il principale consigliere dell’amministrazione Bush in materia di Estremo Oriente e oggi è Japan Chair presso il Center of Strategic International Studies di Washington DC. Michael Green, Japan’s Confused Revolution. The Washington Quarterly. Gennaio 2010. http://www.twq.com/10january/docs/10jan_Green.pdf.

[12] Japanese PM Yukio Hatoyama resigns amid Okinawa row, http://www.bbc.co.uk/news/10211314.

[13] Axel Berkofsky, Linus Hagström, Futenma and the Mobilisation of Bias: An Alternative Perspective on the Japan–US Alliance. ISPI Working Paper. No 38. Dicembre 2010.

[14] Gavan McCormack, The Travails of a Client State: An Okinawan Angle on the 50th Anniversary of the US-Japan Security Treaty. Monthly Review march 2010 http://mrzine.monthlyreview.org/2010/mccormack110310.html.

[15] Sulla protesta e l’opinione pubblica a Okinawa Masamichi Inoue, Okinawa and the US Military. Identity making in the Era of Globalization. New York : Columbia University Press, 2007.

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