Sudan: il lieto fine è possibile?

di Paola Aguglia

Sudan: il lieto fine è possibile?, di Paola Aguglia

Il Sudan è il paese più grande del continente africano ed è situato nella complessa regione del Corno d’Africa, ponte tra mondo africano ed arabo. La storia del Sudan ha visto vari conflitti interni, tra cui l’ancora irrisolto conflitto del Darfur. In quest’articolo ci occupiamo però di un altro capitolo della storia Sudanese: questo paese, infatti, si appresta ad affrontare una sfida che ne potrebbe cambiare completamente il futuro. Presto, i cittadini del Sud saranno chiamati a scegliere tra l’unità con il Nord  o la secessione.

È da mesi ormai che l’intera comunità Internazionale si chiede se il referendum per l’autodeterminazione del Sud del Sudan avrà un lieto fine, naturalmente con un’interpretazione differente del termine “lieto” in base alla propria posizione sullo scacchiere delle alleanze internazionali. Certamente, però, a prescindere dall’esito referendario auspicato, qualsiasi valutazione sul “lieto fine” dovrebbe fondarsi in primis sulla pacifica accettazione della scelta popolare da parte di tutti gli attori coinvolti.

Ma andiamo con calma. Come la maggior parte delle storie, soprattutto di quelle africane spesso condizionate dall’emergere di numerosi e cruenti conflitti, il racconto inizia nel periodo della decolonizzazione. Il Sudan ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1956 e da allora la politica nazionale fu dominata da governi islamici originari del Nord e contestati dal Sud, regione né araba né musulmana. La differenza religiosa e culturale tra Nord e Sud è stata alla base di due lunghissime guerre civili che hanno segnato tragicamente la vita e i ricordi di tutti i sudanesi. La prima di queste guerre ebbe termine nel 1972, ma gli scontri ripresero nel 1983 e proseguirono per oltre vent’anni provocando più di quattro milioni di profughi e oltre due milioni di morti. I lunghi negoziati di pace portarono alla firma, nel 2005, del Comprehensive Peace Agreement (CPA) tra le due parti: il National Congress Party (NCP), rappresentativo del Nord, e il gruppo ribelle Sudan People Liberation Movement (SPLM) del Sud. Sulla base di tale accordo, al Sud è stato concesso un periodo di autonomia governativa ad interim durante il quale il governo di Juba ha traghettato questa parte del paese fino all’imminente referendum per l’autodeterminazione, previsto per il prossimo 9 Gennaio 2011. Terminati i sei anni di amministrazione transitoria, adesso il Sud è entrato nella fase finale prevista dal CPA. Se i sudanesi del Sud dovessero decidere, come sembra sarà, per la secessione, darebbero vita ad uno stato completamente nuovo.

Oggi, dunque, il Sudan si trova a scrivere uno dei capitoli fondamentali della sua storia e su di esso rimangono puntati i riflettori della comunità internazionale, preoccupata per la stabilità della regione e per le sorti delle ingenti quantità di petrolio presenti nelle zone meridionali del paese. Anche le attenzioni dei governi vicini, sia del mondo africano che arabo, sono rivolte sull’esito di questa consultazione elettorale: a preoccuparli, infatti, c’è il possibile effetto contagio che la secessione del Sud potrebbe provocare nei loro rispettivi paesi.

Finora sembrerebbe che le indicazioni contenute nel CPA siano state rispettate. Nonostante i notevoli ritardi, le procedure di registrazione per gli aventi diritto al voto si sono concluse l’8 dicembre con oltre tre milioni di iscritti e senza che siano stati segnalati grossi incidenti o particolari irregolarità. Lo svolgimento di tali procedure è stato monitorato da una delegazione di osservatori dell’Unione Europea, del Carter Centre e dal personale ONU[1]. Sebbene buona parte della comunità internazionale si sia subito preoccupata di congratularsi per il tranquillo svolgimento delle procedure di registrazione, i fattori di rischio in grado di far saltare l’intero processo non sono stati del tutto eliminati. Un corretto e pacifico svolgimento del referendum nei tempi previsti sembrerebbe garantito, ma rimangono, tuttavia, alcune questioni sulle quali non è stato ancora raggiunto l’accordo tra le due parti e queste potrebbero essere causa di pericolose tensioni, dato il clima di generale diffidenza mai del tutto sopitosi dopo la fine delle ostilità.

Innanzitutto, non è ancora stato siglato un accordo chiaro sui rapporti che si dovrebbero sviluppare tra Nord e Sud in caso di secessione. Non sono state affrontate le questioni concernenti i diritti di cittadinanza, lo sfruttamento delle risorse – in particolare petrolio e acqua –  la gestione della sicurezza,  le relazioni bilaterali e internazionali e l’eventuale spartizione dell’alto debito estero dell’attuale Sudan. Altro punto controverso rimasto aperto è la definizione dei confini tra Nord e Sud. È stato tracciato sulla carta l’80% dei confini ma rimane ancora aperta la discussione sul restante 20%[2]. Inoltre, la presenza di forze militari sui due lati di questo confine aumenta il rischio di incidenti, peraltro già registratisi, e rende pericolosamente alto il livello della tensione proprio in prossimità della data del referendum[3].

Altro punto su cui non si è ancora raggiunto l’accordo, nonostante i tentativi di mediazione degli Stati Uniti e dell’Unione Africana, riguarda lo status di Abyei. Quest’area ricca di petrolio, situata al confine tra Nord e Sud, a seguito dell’accordo del 2005 ha goduto di un periodo di autonomia amministrativa che si sarebbe dovuto concludere il 9 gennaio, attraverso lo svolgimento di un referendum parallelo a quello sull’autodeterminazione del Sud. I residenti di Abyei sarebbero stati chiamati a decidere se continuare a dipendere da Khartoum o se ricongiungersi a Juba. Tuttavia, a causa di contrasti relativi all’eleggibilità delle persone aventi diritto di voto, il referendum sullo status di Abyei non si svolgerà. Abyei, infatti, è abitata da due distinti gruppi etnici: da un lato, gli agricoltori stanziali Dinka Ngok e, dall’altro, gli allevatori nomadi e musulmani Misseriya. Mentre il Sud interpreta le disposizioni del CPA sostenendo che gli unici aventi diritto al voto siano le popolazioni stabilmente residenti nell’area e, dunque, i Dinka Ngok, l’NCP preme invece affinché anche i Misseriya siano inclusi nella consultazione referendaria. Nessun punto di incontro è stato fin’ora trovato[4].

Inoltre, i sostenitori dell’unità avanzano dubbi sull’effettiva capacità e tenuta istituzionale del Sudan del Sud e sollevano timori di creare, in caso di secessione, uno stato già fallito, contribuendo ad un ulteriore peggioramento delle già precarie condizioni di vita dei sudanesi meridionali.

Divenuta ormai sempre più improbabile l’ipotesi di posticipare il referendum, se non a costo di un quasi certo ritorno alla violenza, esiste tuttavia la possibilità che, in caso di secessione, l’NCP decida di contestare l’esito referendario sulla base di irregolarità tecniche, come la mancanza dei tre mesi previsti tra la chiusura della registrazione dei votanti e la data del referendum[5]. Anche in questo caso, però, il mancato riconoscimento dell’esito referendario da parte di Khartoum potrebbe riaccendere la violenza. Gli Stati Uniti, apertamente a favore della secessione, stanno esercitando la loro influenza sul Nord presentando degli incentivi in cambio di garanzie sull’accettazione dell’esito referendario. Tra le proposte sventolate dagli Stati Uniti troviamo la possibile cancellazione del Sudan dalla lista degli stati canaglia, una possibile revoca delle sanzioni economiche unilaterali imposte sul Nord del Sudan, la sospensione del mandato di cattura internazionale pendente nei confronti del Presidente Bashir, diversi aiuti economici e la cancellazione del debito.

Visti i numerosi punti in sospeso, vari sono gli scenari che potrebbero prefigurarsi all’indomani del 9 Gennaio[6]. Certamente un primo vero e proprio “lieto fine” potrebbe essere costituito da un corretto svolgimento del processo referendario, accompagnato dal rispetto della volontà popolare, qualunque ne sia l’espressione, e dalla nascita di un reale clima di collaborazione tra le due parti del paese, anche in caso di secessione. In quest’ultima eventualità, infatti, la vera sfida sarebbe quella di riuscire a costruire dei rapporti di cooperazione in grado di garantire la sopravvivenza tanto del Nord quanto del Sud, ancora fortemente dipendenti l’uno dall’altro, soprattutto dal punto di vista economico[7]. Non resta che aspettare che questo capitolo della storia del Sudan venga scritto dagli eventi per capire quanto questo “lieto fine” sia realmente è possibile.

 

 


[1] Sudan Tribune, UN and Carter Centre say South Sudan registration process was credible, 17 dicembre 2010, http://www.Sudantribune.com/UN-and-Carter-center-say-South,37309. Vedi anche Sudan Tribune, UNSC calls for peaceful and credible South Sudan referendum, 17 Dicembre 2010, http://www.Sudantribune.com/UNSC-calls-for-peaceful-and,37308.

[2] Sudan: Defining the North-South Border, Africa Briefing N° 76, Juba/Khartoum/Nairobi/Brussels, 23 novembre 2010, http://www.crisisgroup.org/~/media/Files/africa/horn-of-africa/Sudan.

[3] Sudan Tribune, North- South borders as “barriers“ can harm future cooperation – Machar, 17 giugno 2010, http://www.Sudantribune.com/North-South-borders-as-barriers,35416.

[4] Sudan Tribune, No Referendum in Abyei, Sudanese offical say, 10 dicembre 2010, http://www.Sudantribune.com/No-referendum-in-Abyei-Sudanese,37221,

[5] In realtà queste operazioni sono state eseguite in appena due settimane.

[6] Sudan Tribune, Post-referendum negotiations continue in Juba on Monday, 13 dicembre 2010, http://www.Sudantribune.com/Post-referendum-negotiations,37247.

[7] Sudan Tribune, NCP official admits likelihood of South Sudan’s secession, downplays its economic impact, 17 dicembre 2010, http://www.Sudantribune.com/NCP-official-admits-likelihood-of,37300.

 

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