Elettori in co(l)lera

di Giovanni Piazzese

Spinti in avanti dalla collera, ma ricacciati indietro dal colera. La rabbia di chi si vede privato di un diritto, quello di un processo democratico trasparente e senza inganni, misto al dolore provocato dalla malattia. A due mesi dal 28 novembre scorso, data in cui si sono svolte le elezioni presidenziali ad Haiti, le emozioni e le sensazioni di buona parte dei cittadini haitiani continuano ad essere le stesse[1]. Il tutto è esacerbato dal recente ritorno in patria di Jean-Claude Duvalier, l’ex presidente a vita destituito con un colpo di stato nel 1986 e il cui regime autoritario ha provocato migliaia di morti. In virtù della chiamata alle urne, però, il clima in tutta l’isola era già molto teso ben prima del ritorno di Duvalier.

La campagna elettorale è iniziata lo scorso giugno, ma è stato solo ad agosto che il CEP, l’istituto responsabile dell’organizzazione delle elezioni, ha rilasciato la lista definitiva dei candidati presidenziali, snellendola fino a 19 nomi (dai 60 iniziali)[2].

Ad un mese dallo scrutinio la tensione ha cominciato ad aumentare dopo il susseguirsi di scontri tra i simpatizzanti delle diverse fazioni politiche. In diverse occasioni, tra i gruppi coinvolti figurava quello dei sostenitori di Jude Célestin, esponente della sinistra haitiana all’interno dell’Inite. Célestin non è stato l’unico ad aver fatto ricorso a metodi illegali, ma è probabilmente quello che più di altri li ha utilizzati. I morti per arma da fuoco e i rapimenti, questi ultimi in rapido aumento, continuano ad essere metodi molto in voga per dirimere le controversie tra correnti in lotta o per finanziare certi gruppi criminali travestiti da supporter politici[3]. Senza dover correre tanto indietro con la memoria, basterebbe ricordare come l’ex presidente Aristide soleva circondarsi dei suoi fedeli Chimeres, gruppi di ragazzi provenienti dalle bidonville più umili di Port au Prince che controllavano le strade della capitale per mantenerne l’ordine (spesso abusando del loro potere). Oppure ancora, ci sarebbe il caso dei Tonton Macoutes di Papa Doc Duvalier, à metà tra un gruppo paramilitare e un organo di polizia al servizio dello stato.

A ridosso delle elezioni, poi, la candidata del Rassemblement des Démocrates Nationaux Progressiste (RNDP), Mirlande Manigat, ha iniziato a diffondere la notizia secondo cui l’Inite avrebbe cercato di condizionare il risultato dello scrutinio con brogli e intimidazioni[4]. A ruota, anche altri candidati come Michel Martelly (esponente del partito Repons Paysan) o Charles H. Baker (Respé) hanno fatto eco alle dichiarazioni della candidata dell’RNDP[5]. I disordini pre-elettorali e le manipolazioni comprovate durante lo scrutinio, però, non hanno alterato di molto le previsioni dei sondaggi[6]. Dal conteggio dei voti, infatti, emergeva che Mirlande Manigat e Jude Célestin avrebbero raggiunto il ballottaggio ottenendo rispettivamente il 31,37% e il 22,48% delle preferenze, mentre Michel Martelly sarebbe stato escluso, avendo ottenuto il 21,84% dei voti[7]. L’esito, tuttavia, non ha soddisfatto i tanti sostenitori di Martelly, i quali hanno più volte accusato Préval di voler avallare un risultato elettorale non trasparente. Le continue manifestazioni di protesta che ne sono scaturite, in molti casi violente, hanno quindi spinto il presidente uscente (e mai più ricandidabile) René Préval a chiedere l’invio di una missione di esperti dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA)[8]. Il 29 Dicembre, dunque, dopo l’accordo siglato tra l’OSA, il Conseil Electoral Provisoire (CEP) e il presidente Préval, sei funzionari dell’OSA provenienti da Francia, Stati Uniti, Jamaica, Canada, Spagna e Cile hanno ricevuto l’incarico di verificare il corretto svolgimento dello scrutinio elettorale del 28 novembre. Le indiscrezioni emerse dal rapporto redatto dai sei esperti indicherebbero un’eliminazione di Célestin in virtù dell’alto numero di schede falsificate in suo favore e, dunque, un ballottaggio tra Mirlande Manigat e Michel Martelly[9].

I principali candidati che hanno partecipato a questa discussa e ovviamente attesa campagna elettorale provengono dai più disparati background e rappresentano le diverse anime della nazione caraibica. Esponente della destra e vicerettore dell’Università Kiskeya, la settantenne Mirlande Manigat non è un volto nuovo della politica haitiana: oltre ad essere stata al fianco del marito Leslie Manigat, presidente della repubblica alla fine degli anni Ottanta, ha successivamente ricoperto la carica di senatrice[10]. Michel “Sweet Mickey” Martelly, invece, è un cantate di musica kompa popolarissimo ad Haiti, soprattutto tra i giovani. Inoltre, i suoi proclami alla gente più povera e umile gli hanno consentito di ottenere un ampio supporto popolare che è riuscito a sottrarre all’Inite e a Célestin. La presenza di un artista nella corsa elettorale non deve sorprendere più di tanto. Già negli anni Novanta il cantate folk Manno Charlemagne divenne sindaco di Port au Prince. Non si dimentichi, poi, che un altro outsider, l’idolo rap Wyclef Jean, aveva presentato la propria candidatura alle elezioni del 28 Novembre, salvo poi vedersela respinta dalla Comission Electorale Provisoire (CEP)[11].

Tornando alle infrazioni avvenute prima (e durante) le elezioni, andrebbe sottolineato che le inosservanze non hanno riguardato solamente lo svolgimento del voto, ma anche il funzionamento delle istituzioni responsabili del processo elettorale. Il CEP, infatti, è per sua stessa natura un organo provvisorio dello stato che, costituzione del 1987 alla mano, andrebbe sostituito da una Commission Electorale Permanente[12]. Inoltre, la stessa composizione del CEP è oggetto di costanti diatribe. Dal 2004 sono stati formati 3 CEP: uno per le elezioni del 2006, poi rimosso dallo stesso Préval, uno per il rinnovo del senato nel 2007 e un altro per le presidenziali del 2010. Nell’ultimo caso è stato Préval, attraverso un decreto presidenziale del 16 ottobre 2009, a modificare la Commissione. Queste modifiche, però, sono state interpretate da diversi esponenti del mondo politico e culturale come un tentativo del presidente per poter esercitare fin dai primi momenti un’ingerenza sul processo elettorale[13]. Il lavoro del CEP, poi, è stato ulteriormente appesantito dalle conseguenze provocate dal terremoto del gennaio 2010: chi ha perso la propria abitazione è costretto a vivere in campi profughi distanti anche chilometri dalle proprie zone di residenza, i seggi elettorali sono perlopiù crollati o seriamente danneggiati e l’aggiornamento delle liste si è rivelato un processo troppo lento per le esigenze di un paese che si appresta a scegliere i propri rappresentati[14]. Dalla commistione di tali situazioni è emerso un clima di generale confusione in cui molti vivi non hanno potuto votare, mentre chi era morto risultava ancora iscritto nella propria lista, nutrendo paradossalmente la speranza di poter ottenere quei cambiamenti che non si erano potuti raggiungere in vita[15]. A quanto pare non è stato necessario rivolgersi ad alcun houngan per veder spuntare uno zombie, in questo caso particolarmente dedito a difendere il proprio diritto al voto[16].

Come se questi problemi non fossero sufficienti, a complicare ulteriormente il quadro haitiano è intervenuta la drammatica emergenza del colera[17]. L’epidemia, i cui primi casi sono stati individuati nella valle-risaia dell’Artibonite il 25 ottobre scorso, sta mettendo a dura prova la resistenza dei cittadini. Dal 25 Ottobre 2010 al 6 gennaio 2011 sono stati registrati 171.304 casi di colera, di cui 3.651 mortali, una media di 50 morti al giorno. I campi d’accoglienza sono stati colpiti pesantemente dalla malattia e capita non di rado di dover attendere dei giorni prima che si presenti una squadra di disinfestatori incaricata di rimuovere i corpi esanimi dei malcapitati, con il rischio di diffondere ulteriormente il batterio. Allo stato attuale, però, la somma raccolta per bloccare l’infezione ammonta a circa 44 milioni di dollari, a fronte di una richiesta di 174 milioni di dollari. Parallelamente, in un clima così teso si cerca anche di portare avanti la ricostruzione: per rimettere in piedi il paese è stato raccolto più di un miliardo di dollari e almeno altri 2 miliardi sarebbero stati promessi in occasione di una conferenza sulla ricostruzione di Haiti tenutasi a New York nel marzo 2010. Le priorità della riedificazione riguardano soprattutto gli ospedali e le scuole: otto nosocomi della capitale, infatti, sono crollati così come buona parte delle strutture educative pubbliche. Oltre a questi aspetti, però, probabilmente un tema di riflessione nell’immediato futuro potrà essere la possibilità di continuare a edificare a Port-au-Prince e se non sia il caso, invece, d’iniziare una decentralizzazione demografica e delle istituzioni pubbliche. La paralisi istituzionale che vige in questo momento ad Haiti, infatti, è anche frutto della presenza di un unico centro nevralgico, la capitale, che una volta crollato ha impedito di fronteggiare tempestivamente le molteplici emergenze che si sono verificate.

Per quanto sia forte il desiderio del popolo haitiano di miglioramenti nella governance del proprio paese, nel funzionamento delle istituzioni pubbliche e nella redistribuzione delle risorse nazionali, è altresì vero che esso resta appeso all’incerto clima politico apparso dopo le elezioni e alla capacità della comunità internazionale di sostenere la ricostruzione del paese. Il futuro dell’isola non può fare perno solo attorno alle importanti conoscenze di Célestin[18], alla popolarità di Martelly o all’aspetto bonario e protettivo della signora Manigat, ma semmai deve fondarsi sulla capacità del futuro leader nazionale di ricostruire il paese, anche con un patto di lunga durata con le altre forze politiche pur di condurre in porto le riforme necessarie. Per adesso, però, se da un lato il possibile ritiro della candidatura di Célestin potrebbe rappresentare il primo passo verso un lento ritorno alla normalità sull’isola, dall’altro lato il ritorno di Duvalier potrebbe dividere ulteriormente il paese e complicare la ricerca della stabilità.

 


[1] Il 28 Novembre 2010 i cittadini di Haiti si sono recati alle urne per designare il nuovo presidente e rinnovare il  totale della Camera dei Deputati (99) e un 1/3 del Senato (11/30).

[2] Il CEP ha approvato una lista di 19 candidati, ma poche settimane prima dalla competizione elettorale Abellard Axan Delson del Konbit Nasyonal pour Devlopman (KNDA) ha deciso di ritirarsi per sostenere Mirlande Manigat.

[3] Si calcola che dal mese di maggio ad oggi siano stati compiuti 85 rapimenti. Si veda L’Espresso n°48, anno LVI, 2 Dicembre 2010 “Haiti al tempo del colera”, oppure International Crisis Group “Haiti: The stakes of the post-quake elections” Latin America/Caribbean Report n°35” – 27 October 2010.

[4] Celestin gode del sostegno del presidente uscente e non ricandidabile, René Préval, Le Nouvelliste 26 Novembre 2010 “500.000 faux bulletins en circulation selon Mirlande Manigat”.

[5] Le Nouvelliste 26 Novembre 2010 Martelly prévoit des «fraudes massive» et pointe INITE du doigt.

[7] Dati disponibili su http://www.haitipolicy.org.

[8] Secondo l’art. 134.3 della costituzione haitiana nessun cittadino può svolgere più di due mandati presidenziali. «Le Président de la République ne peut bénéficier de prolongation de mandat. Il ne peut assumer un nouveau mandat, qu’après un intervalle de cinq (5) ans. En aucun cas, il ne peut briguer un troisième mandat».

[9] La data ufficiale del ballottaggio era prevista per il 16 Gennaio, ma l’arrivo della missione OSA ha reso necessario il rinvio della chiamata alle urne.

[10] Mirlande Manigat è la moglie dell’ex presidente haitiano Leslie Manigat, il primo dopo la caduta della dinastia Duvalier, rimasto al potere dal gennaio al giugno 1988 prima di essere deposto da un colpo di stato guidato dal generale Henry Namphy.

[11] La candidatura di Wyclef Jean è stata respinta poiché secondo la costituzione haitiana ogni candidato deve vivere stabilmente nel paese negli ultimi 5 anni precedenti alle elezioni.

[12] Vedi International Crisis Group “Haiti: The stakes of the post-quake elections” Latin America/Caribbean Report n°35” – 27 October 2010.

[13] La rabbia accumulatasi prima dello svolgimento delle elezioni è cresciuta ancora di più dopo che 12 dei 18 candidati hanno deciso di tenere una conferenza stampa congiunta presso il Karibe Convetion Center di Port au Prince, per denunciare le irregolarità perpetrate da Jude Célestin e dall’Inite.

[14] Secondo i dati forniti dall’OCHA, i morti causati dal terremoto sarebbero almeno 300.000, mentre 800.000 sarebbero i senzatetto.

[15] Dopo il terremoto moltissime persone hanno smarrito i propri documenti di identità, per cui il CEP ha dovuto riorganizzare tutte le liste elettorali, in particolare quelle dei seggi duramente colpiti dal sisma. L’ultimo aggiornamento delle liste elettorali risale al 2005. Vedi International Crisis Group “Haiti: The stakes of the post-quake elections” Latin America/Caribbean Report n°35” – 27 October 2010.

[16] L’houngan è lo stregone in grado di richiamare i vari loa, spiriti che costellano il culto del voudou.

[17] Da settimane si sospetta che possano essere stati i caschi blu nepalesi ad aver diffuso il batterio, ma al momento non esiste prova concreta al riguardo.

[18] Vale la pena ricordare che Célestin è genero del presidente uscente René Préval.

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3 risposte a Elettori in co(l)lera

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  2. paola ha detto:

    Coltivare il difficile talento dell’uomo di cultura: la Verità.
    La tua scrittura è abile, penetrante e lucida.
    Novello Émile Zola, affila le tue lame, la nostra società imbambolata ha estremo bisogno di cervelli pensanti come il tuo.

    • juancho1984 ha detto:

      Ti ringrazio Paola, le tue parole di stima fanno comprendere pienamente il piacevole sapore di un complimento sincero. Nessun uomo potrà mai pretendere la detenzione della verità, ma ognuno di noi può ambire ad avvicinarvisi umilmente senza troppi schiamazzi e con la certezza che alcune volte la verità sia qualcosa di dinamico che si evolve con il passare del tempo.

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