Fortress America

di Valentina Abalzati

«Living next to you is in some ways like sleeping with an elephant. No matter how friendly and even-tempered the beast, one is affected by every twitch and grunt». Così si sfogava nel 1969 Pierre Trudeau, primo ministro canadese, davanti ad un pubblico statunitense, esprimendo attraverso un’efficace metafora faunistica l’essenza dei rapporti tra Washington e Ottawa: storicamente amichevoli ma poggianti su una strutturale asimmetria che spesso lascia ben poco spazio di manovra a chi si vede costretto a stare a stretto contatto con un pachiderma. Specialmente nei momenti in cui l’elefante s’incollerisce.

Nel corso degli anni un vanto sia per il Canada che per gli Stati Uniti, i quasi 9.000 chilometri del «confine non difeso più lungo del mondo» non sono scampati al drammatico contraccolpo seguito agli attacchi terroristici alle Twin Towers. Washington reagì concentrando le proprie attenzioni su quelli che vennero prontamente identificati come i punti di massima vulnerabilità della nazione, i suoi confini. Alla fine del 2001 il Senatore Byron Dorgan tuonava dal confine con il Canada, brandendo un cono segnaletico arancione: «America can’t effectively combat terrorism if it doesn’t control its borders». Il vicino settentrionale, bruscamente scrollato dalla benigna indifferenza dell’alleato statunitense, si vedeva per la prima volta osservato con sospetto e puntato come possibile fonte di insicurezza. Nonostante nessuno dei 19 attentatori fosse entrato negli Stati Uniti attraversando illegalmente il perimetro di confine, questo venne immediatamente additato come il principale colpevole. Al fine di fortificare le linee di confine e di raggiungere un completo controllo operativo su chi e cosa le attraversasse, un massiccio apparato di law enforcement venne dispiegato sulle frontiere settentrionale e meridionale del paese, cosa che provocò forti ripercussioni negative sul volume dei flussi transfrontalieri e assestò una violenta bordata al discorso e alla pratica integrazionista del North American Free Trade Agreement (NAFTA)[1].

Il contesto di sicurezza post-11/9 poneva un arduo rompicapo, ovvero come soddisfare la tensione politica verso la chiusura completa dei confini, inquadrati dal discorso di national security prevalente come temute porte d’accesso facilmente utilizzabili dai potenziali terroristi, senza compromettere l’integrazione economica nordamericana, progetto politico ampiamente condiviso da tutte e tre le nazioni coinvolte. La soluzione all’apparentemente irrisolvibile contraddizione arrivò dalla tecnologia. Attraverso un’iniziativa denominata Smart Borders ci si proponeva di costruire un “muro virtuale” che attraverso molteplici livelli di sorveglianza garantisse uno scrutinio approfondito delle informazioni relative alle merci e alle persone intenzionate ad entrare negli Stati Uniti, in modo da poter convogliare in canali di scorrimento veloce praticamente privi di controlli i «trusted travelers», concentrando più risorse sull’interdizione degli elementi illegali, in particolare terroristi e armi di distruzione di massa (ADM), ma anche immigrati non autorizzati e droga.

Il processo di riconfigurazione dei confini avviato agli albori del nuovo secolo, tuttavia, si avvaleva non solo di questa componente immateriale, deterritorializzata e diffusa, basata sulle capacità di screening e di gestione delle informazioni garantite dalle più avanzate tecnologie, ma anche di una componente materiale, densa, concentrata sulle linee di demarcazione nazionale e fatta di barriere d’acciaio, torrette, agenti e telecamere.

Nonostante a detta dell’allora Segretario del Department of Homeland Security (DHS), James Loy, «there is currently no conclusive evidence that indicates al-Qaida operatives have made successful penetrations into the United States» attraverso i suoi confini territoriali, nel 2006 la Casa Bianca affidò alla Boeing la titanica impresa di costruire una “barriera tecnologica” lungo 1.078 chilometri dei 3.140 dell’intero confine messicano-statunitense[2]. Se anche non fossero state di alcuna utilità per proteggere la nazione dal terrorismo, le nuove mura avrebbero rassicurato un’America intimorita dalle “orde” di migranti illegali ammassate alle sue porte d’entrata.

A quattro anni dall’avvio, dopo aver speso un miliardo di dollari per il solo tratto pilota di 80 chilometri in Arizona, a fronte delle difficoltà di implementazione e dell’inefficacia della misura — che al contrario generava effetti indesiderati sui flussi migratori, deviandone il flusso verso territori desertici spesso letali per i migranti— l’attuale segretario del DHS Janet Napolitano ha sospeso il progetto[3].

L’irrazionale corsa alla conquista di un chimerico controllo fisico dei confini è stata in questi dieci anni sospinta da un apparato anti-terrorismo di dimensioni mostruose, i cui costi hanno raggiunto la cifra inimmaginabile di un trilione di dollari. Ultimamente si è iniziato a mettere in discussione la sostenibilità del gigantesco apparato della Homeland Security, «a self-licking ice cream cone», o addirittura, nella definizione di un’approfondita inchiesta del Washington Post, una vera e propria “geografia alternativa” incontrollabile la cui estensione è impossibile da determinare[4]. La National Security Strategy del 2010, pur collocandosi in una traiettoria di continuità con le precedenti (2002 e 2006), testimonia un parziale smussamento dell’acuminato unilateralismo della guerra al terrorismo bushiana[5]. Questa leggera correzione di rotta potrebbe condurre in futuro all’abbandono di un paradigma di sicurezza costruito attorno ad una minaccia che, se valutata con un occhio razionale basato su criteri di accettabilità del rischio, non si rivela, a conti fatti, più pericolosa per i cittadini nordamericani che l’elettrodomestico in agguato in cucina[6]. Al momento, tuttavia, questa è poco più che fantapolitica.

La securitizzazione delle relazioni interamericane secondo il paradigma dell’antiterrorismo e della homeland security statunitense affermatasi nello scorso decennio ha coinvolto i due paesi confinanti in modo diverso, per i quali l’inevitabile cooperazione con l’elefante inalberato non ha avuto lo stesso prezzo. Il Canada, infatti, poteva contare sulla sostanziale condivisione del tipo di minaccia alla sicurezza interna — il terrorismo — e su una lunga tradizione di partecipazione con gli Stati Uniti nella definizione della strategia di difesa, risalente almeno alla Prima Guerra Mondiale e fortificata dalla collaborazione durante la Guerra Fredda. Per il Messico, invece, con il quale le relazioni bilaterali sono state spesso turbolente e volentieri burrascose, la cooperazione con il vicino settentrionale in materia di controllo delle frontiere comportava il dover ingoiare diversi bocconi amari. In primis, Los Pinos si è dovuta rassegnare a veder sfumare la possibilità di raggiungere un accordo migratorio con la Casa Bianca, questione vitale per i più di 4 milioni di undocumented di origine messicana presenti negli Stati Uniti[7]. Inoltre, la nuova centralità acquisita dalla questione del controllo del confine nel discorso politico statunitense uniformava fenomeni radicalmente distinti come il terrorismo, l’immigrazione e il narcotraffico. Proprio la decisione di fornire una risposta monolitica a problemi sfaccettati risultava particolarmente indigesta all’amministrazione messicana.

Inoltre, anche se dal punto di vista economico tra le tre nazioni nordamericane – attualmente parte della free-trade area che genera più PIL in assoluto, con un volume di scambi commerciali che già nel 2007 aveva superato il trilione di dollari – scorrono ottimi rapporti, non sembra proprio che la cooperazione in ambito di sicurezza e gestione delle frontiere, per quanto sancita (a volte a denti stretti) dai trattati Smart Borders e da diverse misure di collaborazione militare e di intelligence, possa costituire un passo verso la costruzione di un “perimetro di sicurezza” nordamericano. In fin dei conti, se i lamenti del pachiderma statunitense non risultano insopportabili alle orecchie di un Canada mai in sostanziale disaccordo, la loro presenza rappresenta per il Messico un ostacolo insormontabile sulla via dell’integrazione regionale. La progressiva chiusura della frontiera, la percezione divergente della questione migratoria, l’incremento della capacità corruttiva delle organizzazioni criminali e i fallimenti della lotta al narcotraffico non fanno che ostacolare il processo di costruzione di quella comunità di sicurezza continentale che pure sarebbe l’istituzione politica più adatta a fronteggiare tali problematiche transnazionali.


[1] Lo stato dei confini interamericani su cui l’11/9 e la conseguente guerra al terrorismo si abbatterono era caratterizzato da un impressionante volume di scambi. Attraverso il confine con il Canada ogni giorno si scambiavano merci per 1,3 miliardi di dollari e passavano 300.000 persone. Il confine con il Messico era attraversato ogni mese da circa 3,5 milioni di persone ed il volume degli scambi commerciali nella sola zona di frontiera aveva raggiunto l’ammontare di 670 milioni di dollari. A settembre 2001, dopo gli attacchi, il numero di persone che riuscirono ad attraversare il confine si ridusse a 2,9 milioni, mentre nel giro di poche settimane il valore degli scambi commerciali si ridusse del 15%. I dati sono tratti da Andreas, P. (maggio 2003), A Tale of Two Borders: The U.S.-Mexico and U.S.- Canada Lines After 9-11, The Center for Comparative Immigration Studies, University of California, San Diego

[3] La notizia è del 14 gennaio, si veda http://www.nytimes.com/2011/01/15/us/politics/15fence.html.

[4] Per la definizione, si veda Mueller, J. e Stewart, M. (2010), Hardly Existential. Thinking Rationally About Terrorism, Foreign Affairs, aprile 2010, http://www.foreignaffairs.com/articles/66186/john-mueller-and-mark-g-stewart/hardly-existential.

Per il reportage, si veda di Dana Priest e William Arkin, Top Secret America, http://projects.washingtonpost.com/top-secret-america/.

[6] Mueller e Stewart (op. cit.) comparano le percentuali di rischio di diverse “minacce” alla sicurezza negli USA. Il terrorismo appare abbastanza indietro nella classifica, alla pari con incidenti aerei e domestici, molto più in basso rispetto a omicidi e incidenti stradali.

[7] Los Pinos è la residenza presidenziale messicana.


 

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