La pirateria somala e gli (inutili) sforzi della Comunità Internazionale

di Paola Aguglia

La parola pirati rievoca nelle nostre menti avventure fatte di spade, uncini, gambe di legno e lunghe barbe. Ma i pirati di questa storia non hanno molta dimestichezza con le armi da taglio: le armi che utilizzano, anzi, sono molto spesso tecnologicamente avanzate. Inoltre il più delle volte si tratta di imberbi minorenni. Questo racconto trova la sua ambientazione non nel Mar dei Caraibi ma nel Golfo di Aden, uno dei tratti di mare di maggiore importanza strategica del mondo. La traversata di questo golfo, infatti, costituisce una rotta quasi obbligata per moltissime navi mercantili e petrolifere dirette in Africa e in Asia. Generalmente, le operazioni di pirateria avvengono in regioni con ampie zone costiere, altissimi livelli di attività commerciale, ridotte forze navali nazionali e deboli meccanismi di cooperazione regionale[1]. Il Golfo di Aden e la Somalia, da diciannove anni priva di un governo in grado di garantire il controllo del territorio e ancor meno delle acque territoriali, posseggono tutte queste caratteristiche, diventando territorio perfetto per la proliferazione delle operazioni di pirateria.

I casi di pirateria hanno registrato un consistente aumento negli anni ‘90 raggiungendo un picco tra il 2000 ed il 2004. Nel 2007, quasi la metà del numero totale dei casi di pirateria si è verificato in acque africane, soprattutto somale. Nel 2008 gli attacchi in acque territoriali somale sono raddoppiati. Tutto questo ha richiamato l’attenzione internazionale sul fenomeno della pirateria nelle acque del Corno d’Africa, anche perché, allo stato attuale, circa 470 ostaggi si trovano ancora nelle mani dei pirati somali[2].

Secondo i rapporti dell’ONU e degli esperti esistono diversi gruppi di pirati attivi in Somalia, ma sembra che la regione settentrionale semi-autonoma del Puntland sia la base dei gruppi più attivi[3]. La città di Eyl è considerata letteralmente un “covo di pirati”. Con potenti motoscafi armati assaltano le imbarcazioni e ne fanno ostaggio, insieme all’equipaggio, fino al pagamento di sostanziosi riscatti da parte delle compagnie proprietarie, degli armatori o dei governi[4].

La questione resta però provare a comprendere perché giovani ragazzi decidono di intraprendere la vita di banditi del mare. La possibilità di facili profitti non sembra spiegare appieno il fenomeno. Così affermava nel 2008 il Rappresentante Speciale ONU per la Somalia, Ahmedou Ould-Abdallah, sostenendo che «poverty, lack of employment, environmental hardship, pitifully low incomes, reduction of pastoralist and maritime resources due to drought and illegal fishing and a volatile security and political situation all contribute to the rise and continuance of piracy in Somalia»[5].

Molti pirati, intervistati, collegano i loro attacchi alla pauperizzazione delle risorse naturali del loro Paese, provocata da navi straniere che, approfittando dell’incapacità delle autorità somale di controllare le coste e le acque territoriali, conducono attività illegali di pesca e scarico di rifiuti tossici[6]. Questo fornisce loro un pretesto politico che si somma all’attrattiva costituita dai notevoli profitti. Si calcola che nel 2008 siano stai pagati ai pirati, infatti, circa 30 milioni di dollari in riscatti[7].

Le Nazioni Unite hanno adottato quattro risoluzioni nel 2008 (la 1816, la 1838, la 1846 e la 1851) per facilitare una risposta internazionale alla minaccia della pirateria nel Corno d’Africa. Attualmente, la risoluzione 1851 è quella che autorizza forze navali internazionali a svolgere operazioni anti-pirateria in acque territoriali somale con il consenso del Governo Federale Transitorio (TFG). La risoluzione 1872, approvata nel maggio del 2009, autorizza invece gli stati membri a prendere parte all’addestramento ed equipaggiamento delle forze di sicurezza del TFG[8]. Nel gennaio 2009 è stato creato un Gruppo di Contatto multilaterale con l’obiettivo di coordinare le azioni anti-pirateria[9].

Ancora oggi stati Uniti, UE, NATO e altre forze navali continuano a pattugliare le acque somale. Le forze navali internazionali hanno evitato 121 attacchi di pirati nel solo 2010 rispetto ai 21 scongiurati nel 2009. La forza navale dell’UE, la NAVFOR, ha scortato fino a destinazione più di 90 imbarcazioni che trasportavano aiuti umanitari per il World Food Program dell’ONU[10]. Nonostante il forte effetto deterrente esercitato dai pattugliamenti delle forze internazionali, il problema della pirateria somala continua a minacciare le rotte che conducono all’Oceano Indiano.

I pirati, dato l’incremento dei controlli nel Golfo di Aden, si sono spostati più a sud, in pieno oceano, espandendo il loro raggio di azione e attaccando navi più grandi. Recenti attacchi si sono registrati al largo della Tanzania e del Madagascar, fino alle coste dell’India meridionale[11]. In questo modo la già vasta area da controllare ha assunto dimensioni enormi e questo ha reso ovviamente meno efficaci gli sforzi e gli interventi della comunità internazionale.

Inoltre, come afferma un ufficiale della task force europea NAVFOR, Thomas Ernst, la forza non è sufficiente e il debole sistema legale che dovrebbe sostanziarla e sorreggerla, in realtà, vanifica gli sforzi compiuti. Dei 400 pirati catturati quest’anno da NAVFOR, infatti, solo 15 sono sotto processo[12]. Dal 2009 il Kenya è stato scelto dalla comunità internazionale come sede dei processi. Questo paese ha dato prova di voler collaborare, ma reclama la necessità di assistenza finanziaria. I fondi internazionali stanziati sono esigui e più di un centinaio di sospettati sono ancora in attesa di giudizio. I governi occidentali tendono a scaricare il problema dei pirati sulle autorità keniane, sia per gli alti costi dei processi e della detenzione, sia per il rischio che gli accusati possano richiedere asilo politico, vista la crisi umanitaria in corso in Somalia[13].

I costi di questa finta deterrenza sono, però, inestimabili. Il regime di impunità per i pirati incoraggia l’instabilità e gli atti di violenza. Diventa sempre più pressante la necessità di un quadro legale internazionale capace di dare risposte al problema della pirateria moderna. Il consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato una risoluzione in Aprile (la 1918), attraverso la quale si sono richiamati tutti i membri a criminalizzare la pirateria nei propri ordinamenti giuridici. Il Segretario Generale Ban Ki-moon ha proposto di creare un tribunale internazionale ad hoc per la pirateria che potrebbe costituire una buona soluzione di lungo periodo: permetterebbe la suddivisione dei costi tra tutta la comunità internazionale; renderebbe più propensi gli stati alla detenzione dei pirati; creando un organo giuridico specializzato sulla questione, infine, difficilmente i pirati verrebbero rimessi in libertà sulla base di cavilli tecnici o di richieste di asilo[14].

La vera questione, in ultima istanza, resta la stabilità politica della Somalia. Fin quando non si porrà fine alla guerra civile che sta logorando il paese e fin quando le autorità somale non saranno in grado di garantire il controllo del proprio territorio, sulla terraferma e in mare, e di garantire condizioni di vita dignitose alla propria popolazione, il problema della pirateria non potrà trovare una soluzione definitiva.

 


[1] Piracy off the Horn of Africa, CRS Report for Congress, 28 September 2008,

http://www.fas.org/sgp/crs/row/R40528.pdf

[2] EU Force: Somali pirates cannot be stopped by force, BBC News, 8 December 2010,

http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-11947331

[3] Piracy off the Horn of Africa, CRS Report for Congress, 28 September 2008,

http://www.fas.org/sgp/crs/row/R40528.pdf

[4] New Somalia piracy resolution adopted at UN, AFP, 7October 2008,

http://afp.google.com/article/ALeqM5jxzBM8B5jScl8Wirb9gP7aMZ-A0g

[5] International Expert Group on Piracy off the Somali Coast, Final Report: Workshop commissioned by the Special

Representative of the Secretary General of the UN to Somalia Ambassador Ahmedou Ould-Abdallah, November 10-12,

2008, Nairobi, Kenya.

[6] Ibidem p.15

[7] Piracy off the Horn of Africa, CRS Report for Congress, 28 September 2008,

http://www.fas.org/sgp/crs/row/R40528.pdf

[8] Questo provoca però dei problemi a causa dell’embargo di armi vigente ed il rischio che le armi possano finire in mano ai gruppi ribelli.

[9] Si tratta del Contact Group on Piracy off the Coast of Somalia (CGPCS). Vedi Piracy off the Horn of Africa, CRS Report for Congress, 28 September 2008, http://www.fas.org/sgp/crs/row/R40528.pdf

[10] Somali pirates widen reach despite EU efforts, Reuters News, 8 December 2010,

http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE6B704X20101208

[11] EU Force: Somali pirates cannot be stopped by force, BBC News, 8 December 2010,

http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-11947331

[12] Ibidem.

[13] A better way to deal with pirates, Washington Post, 9 December 2010, http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/12/08/AR2010120806188.html

[14] Ibidem.


 

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