Le parole sono importanti

di Gaetano Di Tommaso

Due anni fa Barack Obama giurava come presidente degli Stati Uniti davanti a due milioni di persone assiepate lungo il Mall, a Washington DC. A guardarlo, in diretta televisiva, c’è n’erano altri quaranta milioni negli Stati Uniti, altrettanti in Europa e diverse decine in Africa, Sud America, e Asia, per un’elezione che aveva emozionato ed entusiasmato il mondo. A scaldare i cuori degli statunitensi erano state le parole del candidato Obama, che aveva predicato la necessità di una sola “America” e promesso di cancellare quella divisione tra liberal e conservatori che aveva divorato il paese negli otto anni fortemente ideologizzati del suo predecessore. La retorica obamiana sull’unità statunitense e sull’identità condivisa era un suo marchio di fabbrica e veniva da lontano. Già nel Keynote Speech della Convention democratica del 2004, il discorso che di fatto lanciò Obama e sarebbe diventato il suo famosissimo biglietto da visita, il giovane avvocato democratico aveva spiegato come «The pundits like to slice-and-dice our country into Red States and Blue States; Red States for Republicans, Blue States for Democrats. But I’ve got news for them, too. We worship an awesome God in the Blue States, and we don’t like federal agents poking around our libraries in the Red States. We coach Little League in the Blue States and have gay friends in the Red States…We are one people, all of us pledging allegiance to the stars and stripes, all of us defending the United States of America»[1].

L’espressione «there are not red states and blue states», in particolare, divenne uno slogan altrettanto famoso e caratterizzò altri passaggi di successo del candidato Obama. Il 3 gennaio del 2008 Obama ottenne l’inaspettata quanto fondamentale vittoria nel caucus dell’Iowa, che lanciò la sua rincorsa a Hillary Clinton per la candidatura democratica. In quell’occasione, sottolineò come «in lines that stretched around schools and churches, in small towns and in big cities, you came together as Democrats, Republicans and independents, to stand up and say that we are one nation. We are one people. You said the time has come…to build a coalition for change that stretches through red states and blue states. Because that’s how we’ll win in November, and that’s how we’ll finally meet the challenges that we face as a nation»[2].

Sebbene declinato in modi diversi nella dialettica del senatore nero dell’Illinois, il tema dell’Unione non sarebbe mai scomparso durante tutto il 2008. Anzi, a reggere la struttura propagandistica basata sull’«Hope and Change», c’era proprio il richiamo alla comune identità statunitense: solo attraverso la consapevolezza di avere gli stessi bisogni, valori e aspirazioni, il popolo statunitense avrebbe potuto “cambiare” e lavorare insieme per uscire da un momento difficile, verso un futuro diverso e migliore. Nell’acclamatissimo discorso sulla razza, tenuto a metà marzo del 2008 a Philadelphia, Obama rilanciò esattamente questo messaggio. Nell’occasione, egli sfruttò più volte il riferimento alla sua esperienza personale, in grado di rappresentare perfettamente quella fusione – di successo – di storie e culture diverse che veniva predicava a parole[3]. In pratica, solo superamento delle barriere ideologiche e partitiche avrebbe ridato alla nazione statunitense la propria dignità e la propria forza.

Dopo la vittoria elettorale, l’imperativo di Obama di unire democratici e repubblicani affinché lavorassero insieme per il bene del paese  è ritornato costantemente nei suoi discorsi pubblici. Anche nel giorno dell’inaugurazione del suo mandato presidenziale, infatti, ricordò come gli statunitensi avessero scelto «hope over fear, unity of purpose over conflict and discord»[4]. Allo stesso modo, una volta in carica confermò subito di voler fare della bipartisanship il principio guida della sua azione politica: le riforme stesse si sarebbero dovute fare non perché sollecitate da una parte politica, ma perché necessarie al benessere della nazione intera. Per questo, nella formulazione delle leggi si sarebbe cercato il massimo accordo possibile, ascoltando e rispettando le proposte dell’eventuale opposizione, fino ad accoglierne i consigli[5]. Il grande banco di prova del bipartitismo obamiano sarebbe dovuto essere la riforma sanitaria, una delle promesse più significative dell’intera campagna elettorale.

Di fatto, però, il processo di ratifica della riforma fu quanto di più lontano ci potesse essere dalla consensualità bipartitica. L’idea di conquistare larghe intese al Congresso per far avanzare le riforme fu letteralmente fatta a pezzi nei lunghissimi mesi che precedettero la firma finale del presidente. Per i democratici, più che una camminata trionfale, il dibattito sulla riforma fu un brutto viaggio durato quattordici mesi, in cui le posizioni dei due partiti statunitensi, nonostante i ripetuti appelli di Obama, si allontanarono gradualmente fino a diventare inconciliabili[6]. Uno degli ultimi richiami del presidente fu quello fatto in occasione del discorso sullo stato dell’Unione del 27 gennaio 2010, quando ricordò che «what the American people hope – what they deserve – is for all of us, Democrats and Republicans, to work through our differences; to overcome the numbing weight of our politics»[7]. Il 22 marzo, quando alla camera dei rappresentanti ci fu il voto decisivo sulla riforma, l’esito – 219 favorevoli e 212 contrari – mostrò invece una divisione nettissima, col partito repubblicano che votò compatto contro la nuova legge[8]. Se si dovesse indicare la fine del sogno bipartitico del presidente, quindi, questa potrebbe essere posta senza problemi nelle battute conclusive dell’avanzata in Congresso del nuovo health care plan[9]. Il processo di ratifica, infatti, si chiuse dopo un primo anno di presidenza in cui Obama aveva perso per strada il consenso dei moderati e degli indipendenti che l’avevano sostenuto durante le elezioni del 2008. Questo calo di fiducia era stato determinato proprio dalla volontà del presidente di insistere sulla riforma sanitaria nel pieno della crisi economica, rinnegando così lo slancio bipartisan iniziale.

Dalla fine di marzo del 2010 in poi, le cose non sono affatto migliorate. Anzi, nel corso della primavera e dell’estate lo strappo tra democratici e repubblicani si è fatto più profondo. In più, nello stesso periodo Obama è riuscito paradossalmente a perdere il consenso anche di parte della base progressista. I liberal più radicali, infatti, non hanno apprezzato i compromessi che il presidente nel frattempo aveva dovuto accettare su questioni significative come la regolamentazione delle banche statunitensi, la guerra al terrorismo, l’Afghanistan, la chiusura di Guantanamo, l’aborto e i diritti degli omosessuali[10].

In pratica, invece che essere metafora dell’unità nazionale, Obama è diventato esattamente l’opposto di ciò che aveva promesso: un simbolo di forte contrapposizione ideologica nel paese e di disillusione per i liberal. L’immagine di Obama si è trasformata in quella di un estremista radicale, un socialista e un nemico della patria per la destra repubblicana; di un moderato, un finto progressista e un presidente ancora troppo simile a Bush sulla sicurezza nazionale per la sinistra democratica. Nei mesi di giugno e luglio, mentre Obama portava a termine un’altra grande riforma, quella del sistema finanziario di Wall Street, il job approval del presidente crollò fino a toccare soglie di poco superiori al 40 percento, numeri da incubo per chi era partito da percentuali vicine al settanta meno di due anni prima[11]. Con le elezioni di metà mandato in avvicinamento, poi, i due schieramenti hanno polarizzato ancora di più il discorso politico, fino ad arrivare agli eccessi demagogici del Tea Party. A quel punto, l’immagine di un Obama post-partisan, post-ideologico, che governa aggregando consenso, era come se non fosse mai esistita.

Nonostante pochi presidenti avrebbero potuto vantare più successi in soli due anni di governo, le elezioni del 2 novembre rappresentarono una delle peggiori sconfitte di sempre per un presidente in carica[12]. I democratici, infatti, persero 69 seggi tra camera e senato, un risultato storico, ma in negativo. La perdita della maggioranza al Congresso è stato decisamente il punto più basso della parabola politica di Obama, uscito dalla tornata elettorale spogliato da tutta la magia che lo aveva accompagnato fino alla presidenza.

Da lì, ad Obama è servito un mese per digerire il pesantissimo risultato delle urne e analizzare la sconfitta. Poi, il 6 dicembre, ha accettato di firmare la discussa legge che manteneva in vigore i tagli alle tasse dell’era Bush, riservati quasi esclusivamente alle fasce di popolazione più ricche. La decisione di mantenere in vigore gli sgravi fiscali così come proposti dai repubblicani ha subito attirato forti critiche dall’area progressista. Nonostante, infatti, Obama avesse ottenuto il contestuale passaggio di una serie di ulteriori stimoli all’economia, sotto forma di aiuti a studenti e disoccupati, parte dei commentatori ha dipinto l’accordo come un inaccettabile compromesso, una vera e propria capitolazione di fronte al ritorno dei conservatori al congresso[13].

In realtà, con quella firma Obama si è semplicemente ripreso il centro della scena, togliendo aria dai polmoni della vociante propaganda repubblicana[14]. Probabilmente, la mediazione con l’opposizione sulle tasse era in ogni caso una scelta obbligata; allo stesso tempo, però, era anche la cosa migliore che egli potesse fare[15]. Siglando il provvedimento, infatti, Obama ha dimostrato di voler tornare ad essere il presidente che aveva promesso agli statunitensi in campagna elettorale, capace di governare senza pregiudizi di sorta e pronto ad accogliere idee e proposte dell’altra parte politica per il bene del paese. Un presidente bipartisan, pragmatico e non ideologizzato, in grado di unire democratici e repubblicani e di trovare punti d’incontro in nome di un fine più alto.

Da lì in poi, in effetti, Obama ha incredibilmente ritrovato lo smalto e l’efficacia dei tempi migliori, ottenendo altri due importantissimi successi al senato nel giro di poche settimane. Il 18 dicembre si è assicurato la revoca del Don’t Ask Don’t Tell, garantendo l’accesso nell’esercito agli omosessuali; pochi giorni dopo, il 22 dicembre, ha finalmente incassato la ratifica del trattato START firmato in primavera con la Russia[16]. Di fatto, anche i sondaggi che misurano l’approvazione del presidente, a gennaio, hanno ricominciato a crescere, lanciando Obama nel modo migliore verso il secondo anniversario della sua presidenza[17].

Morale della favola, dopo la sconfitta di mid term Obama sembra tornato a fare politica rispolverando quei metodi, principi e parole che gli avevano garantito il successo. Più che rimanere su posizioni centriste, il presidente deve mostrarsi in grado di ricostruire il consenso intorno a proposte d’interesse nazionale, di intercettare umori e desideri di una nazione in cui forti istinti progressisti convivono con un’anima ancora conservatrice. Gli ultimi due voti in senato, in effetti, erano fortemente appoggiati dalla popolazione, con un consenso trasversale agli schieramenti politici. Obama, quindi, dopo la «shellacking» sconfitta di novembre, sembra capace nuovamente di aggregare e di unire, piuttosto che dividere[18].

Non a caso, a gennaio, il presidente è anche tornato a fare una delle cose che gli riesce meglio: ispirare gli statunitensi con i suoi discorsi. Nelle scorse settimane, Obama ha coscientemente riproposto alcuni dei tòpoi più significativi della sua candidatura, quali quelli sull’importanza dell’Unione e sul superamento delle differenze ideologiche[19]. “Aiutato” dalla orrenda tragedia di Tucson, Obama avuto modo di rivolgersi nuovamente alla nazione, riuscendo ad esprimere parole di estrema dignità per le vittime e di profondo conforto per un paese ancora scosso dall’avvenimento[20]. Il 10 gennaio ha parlato in occasione dei funerali, stringendo a sé i suoi concittadini e ricordando loro «that the forces that divide us are not as strong as those that unite us»[21]. Allo stesso modo, a Tuscon, ha ricordato l’importanza del «necessary and never-ending process to form a more perfect union».

Meno di una settimana dopo, nel weekly address del 14 gennaio, Obama ha rispolverato, quasi parola per parola, una delle sue espressioni vincenti, quella che punta a mettere in disparte le divisioni partitiche – la separazione tra «stati rossi e stati blu» – affermando che «as business resumes in Washington, I look forward to working together in the spirit of common cause with members of Congress from both parties – because before we are Democrats or Republicans, we are Americans»[22]. Queste intenzioni sono poi state confermate dal presidente dieci giorni dopo, in uno degli appuntamenti più importanti del rituale politico statunitense. Il 25 gennaio, infatti, per Obama è stata la volta del secondo discorso sullo stato dell’Unione, in cui, non a caso, uno dei temi forti è stato proprio un rinnovato appello bipartisan. Nell’occasione il presidente ha dichiarato di credere più che mai nella necessità di una collaborazione bipartitica, una pratica che gli era di fatto sfuggita nei primi due anni di mandato: «Now, by itself, this simple recognition won’t usher in a new era of cooperation. What comes of this moment is up to us. What comes of this moment will be determined not by whether we can sit together tonight, but whether we can work together tomorrow. I believe we can. And I believe we must. That’s what the people who sent us here expect of us. With their votes, they’ve determined that governing will now be a shared responsibility between parties. New laws will only pass with support from Democrats and Republicans. We will move forward together, or not at all – for the challenges we face are bigger than party, and bigger than politics»[23].

A due anni dalla sua elezione, quindi, Obama sembra pronto a cominciare di nuovo. La strada per la rielezione nel 2012 è ancora lunga e non sarà certo resa agevole da un congresso diviso e da una camera a forte maggioranza repubblicana. Questa situazione, però, potrebbe non essere totalmente negativa per un presidente che ha costruito le sue fortune sulla promessa di dialogo, con tutti, dall’Iran alla destra conservatrice. A questo punto, quello che Obama dovrebbe fare è essere semplicemente sé stesso, un presidente in grado di ascoltare, attrarre e ispirare, riprendendo lo slancio bipartisan che l’aveva contraddistinto: sì, le parole sono importanti. Soprattutto le sue.

 


[3] In quell’occasione, il futuro presidente si espresse in questo modo: «We cannot solve the challenges of our time unless we solve them together – unless we perfect our union by understanding that we may have different stories, but we hold common hopes; that we may not look the same and we may not have come from the same place, but we all want to move in the same direction – towards a better future for our children and our grandchildren».

Per il testo del discorso, vedi: http://blogs.wsj.com/washwire/2008/03/18/text-of-obamas-speech-a-more-perfect-union/?mod=googlenews_wsj.

[6] Sebbene maggior parte della responsabilità fu nell’ostruzionismo cieco degli oppositori della riforma, che assunsero spesso posizioni intransigenti, Obama ebbe seri problemi anche a dialogare con il suo stesso partito. Il dibattito sulla riforma fu così devastante che a marzo più di 30 democratici alla camera votarono contro la riforma. In particolare, il nodo dell’aborto rimase irrisolto durante tutta la discussione sulla nuova legge. Alla fine, per assicurarsi il passaggio della legge, Obama dovette cedere e assicurare che i fondi statali messi a disposizione dalla riforma non sarebbero stati usati per facilitare le pratiche abortive.

[9] Anche in questo caso, per un esempio dei tanti articoli sull’argomento, vedi:

http://www.nytimes.com/2010/03/22/health/policy/22assess.html?ref=policy; http://www.slate.com/id/2248932/

[10] Giusto per segnalare alcuni degli esempi più importanti riguardo ai temi segnalati nel testo, economia, guerra al terrorismo e diritti civili. Per quanto concerne la questione economica: ad inizio 2009, nei primi mesi della sua presidenza, Obama varò il gigantesco piano di salvataggio dell’economia e delle banche statunitensi. L’entità della manovra federale, più di 800 miliardi, fu considerato da molti fin troppo benevolo con quelli che erano considerati i maggiori responsabili della crisi economica.

Sulla guerra al terrorismo: il 27 febbraio 2010 Obama estese di un anno le disposizioni di sorveglianza incluse nel Patrioc Act di Bush e nell’Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act del 2004. Provvedimenti che erano ritenuti da diversi commentatori lesive della libertà individuale (ad esempio, vedi:

http://www.theatlanticwire.com/opinions/view/opinion/Obama’s+Patriot+Act+Stance:+Practical,+A+Broken+Pledge,+or+a+Non-Issue%3F-1040). In più, per quanto riguarda l’impiego di uomini in Iraq e Afghanistan, a metà 2010 Obama non aveva (e non ha) ancora concluso il ritiro dall’Iraq, mentre aveva triplicato il numero di soldati in Afghanistan (da 33 mila a circa 90 mila) Per le cifre, vedi:

http://www.fas.org/sgp/crs/natsec/R40682.pdf;http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/afghanistan/7762893/US-troops-in-Afghanistan-surpass-number-in-Iraq.html).

Inoltre, la promessa di chiudere immediatamente Guantanamo sparì completamente, viste le difficoltà che Obama incontrò nell’ideare un sistema alternativo di detenzione e di giudizio per detenuti presenti nel carcere cubano. Così come Bush, infatti, Obama non è riuscito a trasferire in altre strutture i (presunti, visto che sono ancora in attesa di processo) terroristi presenti a Guantanamo. Allo stesso modo, è risultata impraticabile l’idea di farli processare in tribunali civili ordinari.

Per quanto riguarda i diritti civili: sull’aborto, nonostante le dichiarazioni di Obama siano state sempre più a favore che contro, nessuna iniziativa concreta è stata presa durante i mesi alla Casa Bianca. Anzi, come detto, il presidente a marzo 2010 accettò un compromesso – che lo costringeva a negare i fondi per l’aborto –  di modo da ottenere il voto decisivo sulla riforma sanitaria. Infine, sui diritti degli omosessuali prima di dicembre 2010 non fu fatto nessun significativo passo in avanti.

[11] Per i dati sull’approvazione di Obama. http://www.gallup.com/poll/139337/Obama-Weekly-Approval-Average-Dips-New-Low.aspx. Per dare un’indicazione dello scontento degli statunitensi per Obama, basti dire che Bush Jr. (Bush!) lasciò la casa bianca con un’approvazione superiore al 30 percento. Ovviamente, sulla caduta dell’indice di approvazione del presidente influì negativamente anche il disastro della Deep Water Horizon, la piattaforma della BP che esplose nel Golfo del Messico il 20 aprile 2010, provocando un disastro ecologico senza precedenti.

[12] Obama, infatti, aveva portato a casa la riforma del secolo, quella sanitaria, oltre ad aver regolamentato la giungla di Wall Street e aver firmato un fondamentale pacchetto di stimoli all’economia nelle prime fasi della sua presidenza. In più, aveva fissato la data per il ritiro dall’Afghanistan e rinegoziato con successo il trattato START con la Russia. Per i dati sull’Afghanistan, vedi: http://www.cbsnews.com/stories/2009/12/01/politics/main5855734.shtml; http://articles.cnn.com/2010-05-12/politics/us.afghanistan.karzai_1_president-karzai-afghan-governments-afghanistan?_s=PM:POLITICS. Sul trattato con la Russia, firmato da Obama l’8 aprile, vedi: http://articles.cnn.com/2010-04-08/politics/obama.russia.treaty_1_nuclear-weapons-nuclear-non-proliferation-treaty-nuclear-arms?_s=PM:POLITICS. Inoltre, tanto per non lasciare niente al caso, Obama aveva anche vinto il Nobel per la pace nell’ottobre dell’anno precedente. Vedi, http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2009/

[16] La legge permetteva agli omosessuali di servire nell’esercito a patto che mantenessero segreto il loro orientamento sessuale. Obama ha firmato la revoca il 22 dicembre, vedi:

http://www.nytimes.com/2010/12/23/us/politics/23military.html?ref=dontaskdonttell. Per il passaggio dello START, vedi, http://www.nytimes.com/2010/12/23/world/europe/23treaty.html.

[18] Per l’uso del termine shellacking da parte di Obama, vedi:

http://www.washingtontimes.com/news/2010/nov/3/obama-concedes-shellacking/

[22] Per il video del discorso, vedi: http://www.youtube.com/watch?v=SsIpoKulIAw.

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