Tra elezioni e contestazioni in Egitto: l’anno zero della Muslim Brotherhood

di Salvatore Manconi

Questo articolo è stato scritto prima degli straordinari avvenimenti che potrebbero riscrivere la storia attuale non solo dell’Egitto, ma di tutto il Medio Oriente. Le proteste a cui assistiamo ormai da una settimana non sono, come è stato detto da qualche osservatore, frutto della rivoluzione informatica, bensì di una serie complessa di dinamiche politiche, sociali ed economiche che hanno caratterizzato il paese da decenni. Internet, e i social networks in generale, hanno offerto una sorta di piattaforma organizzativa per la rivolta, mentre la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia ha fornito quella scintilla che ha fatto poi scatenare l’incendio. Tuttavia, la natura pluralistica e spontanea delle proteste deve far pensare a delle condizioni polisemiche, talmente radicate nella struttura sociale del paese da provocarne una reazione che non era certo prevedibile, ma che allo stesso tempo non giunge totalmente inaspettata. È quello che emerge anche dalla lettura dell’articolo, dove vengono enumerati i mali politici, sociali ed economici che attanagliavano il paese da ormai troppo tempo. Per quel che riguarda le problematiche di carattere strettamente sociale ed economico si rimanda al corpo dell’articolo, mentre è necessario affrontare brevemente il significato delle manifestazioni alla luce della storia politica recente del paese.

In Egitto governa ormai dal lontano 1981 Hosni Mubarak, il quale ha costruito un regime per molti versi inespugnabile, grazie anche all’alleanza con l’esercito, lo stesso esercito che sembra ora voltargli le spalle. Pare, dunque, che questo paese si sia trasformato in uno dei tanti esempi di “democrazia cosmetica” dell’area mediorientale o, come è stata altrimenti definita, di «procedural democracy», caratterizzato cioè da una semi-apertura dello spazio politico e da leggi costituzionali ad hoc, volte da una parte a mantenere al potere il presidente, dall’altra ad evitare che il più grande partito d’opposizione in Egitto, la Muslim Brotherhood (MB), possa sfidare la supremazia del partito di governo, il National Democratic Party (NDP), ininterrottamente al vertice dello stato dal 1952 anche se con denominazioni differenti[1]. Le ultime elezioni parlamentari tenutesi il 28 novembre non fanno eccezione e rappresentano forse un ritorno al passato, o comunque un tentativo da parte dell’NDP di riaffermare con forza il proprio controllo sulle istituzioni, dopo la negativa sorpresa del 2005[2]. Dato che le elezioni sono viste dagli egiziani con un estremo senso di disillusione e di impotenza, a causa di risultati che da più di trent’anni sono alquanto scontati, non è strano che i manifestanti abbiano veementemente contestato l’ipotesi di un rimpasto di governo per far scemare le proteste. Questo perché è risaputo che i poteri del Presidente sono talmente forti che l’esecutivo, così come il parlamento, hanno funzioni meramente di facciata: l’idea di un cambiamento genuino potrebbe dunque concretizzarsi solo attraverso la cacciata di Mubarak.

Quando si parla di manifestazioni in Egitto non si può non pensare alla MB, movimento che da anni rappresenta l’unica opposizione forte al regime. Ebbene, queste proteste hanno ulteriormente confermato che il partito islamista sta attraversando un momento di debolezza strutturale e concettuale. Alla testa della rivolta non abbiamo visto i suoi leader, molti dei quali sono stati arrestati preventivamente dal regime, e il timing con cui quelli rimasti hanno abbracciato simbolicamente la protesta è sconcertante per un partito che ambisce a rappresentare un’alternativa di governo: solo alla fine di gennaio, dopo la preghiera di un venerdì che ha portato decine di migliaia di persone in piazza, le strutture giovanili della MB si sono finalmente viste tra la gente. Anche il sito ufficiale è rimasto ancora abbastanza tiepido nei confronti dei moti.

Giornalisti che paventano un ruolo di primo piano della MB, con un’eventuale trasformazione dell’Egitto in un “pericoloso” regime islamista, possono stare tranquilli: se il movimento non riesce ad unificare le anime della rivolta sotto la sua bandiera e si appiattisce nella scelta di un leader come ElBaradei – che certo islamista non è – senza invece presentarne uno proprio, significa che la crisi concettuale che sta attraversando è addirittura più profonda di quanto sembri[3]. Di fatto, le persone scese in piazza sono principalmente giovani, i quali non richiedono una re-islamizzazione della società dal basso, né che lo stato rispetti la legge islamica, bensì un lavoro, un abbassamento del costo della vita e un futuro migliore. Fino a quando la MB non riuscirà a dare delle risposte concrete a questi pressanti interrogativi sarà destinata ad avere un ruolo di secondo piano per il futuro politico del paese, futuro che sembra, oggi più che mai, avvolto in una nube di incertezza.

Le elezioni del 28 novembre scorso sono state caratterizzate da una bassa affluenza al voto: del 35% secondo fonti governative, del 5-10% secondo attivisti per i diritti umani[4]. Sta di fatto che non saranno certo ricordate dai posteri come elezioni free and fair. Mancava innanzitutto un organismo indipendente e autonomo in grado di sorvegliare sia il processo elettorale sia quello di spoglio delle urne. Di fatto, la magistratura, solitamente responsabile in questo senso, è stata in parte rimpiazzata da un organismo, l’Alta Commissione per le Elezioni, comprendente al suo interno figure politiche nominate dall’NDP[5]. Interviste effettuate sul luogo a giovani egiziani del Cairo, inoltre, confermerebbero la diffusione della pratica di voto di scambio: 50 lire egiziane sarebbe stato l’ammontare offerto per votare il partito di governo. Poi, una volta espressa la propria preferenza, sarebbe stato chiesto loro di consegnare il proprio numero di identificazione elettorale, per essere poi contattati in seguito con la promessa di ulteriori 100 lire egiziane[6].

L’importanza di questa tornata elettorale è da legare a doppio filo con le prossime elezioni presidenziali che si terranno nel maggio 2011. La domanda che un po’ tutti si pongono è come si comporterà il presidente egiziano in quest’occasione. Sembrerebbe che Mubarak, dopo pressioni esercitate dallo stesso Obama, sia orientato a non ricandidarsi, ma non è ancora chiaro se “lascerà” il posto in eredità al figlio, Gamal, attualmente in pole position per quel che concerne i possibili successori del padre. Mubarak ha anche subito un intervento chirurgico importante nel marzo scorso e in molti in Egitto avevano già messo in discussione le sue capacità di continuare a governare il paese[7]. In questo senso, l’incredibile ondata di brogli elettorali potrebbe essere spiegata proprio alla luce di quel che succederà a maggio. Questo per due motivi. In primo luogo, in vista delle presidenziali la presenza in parlamento di una minoranza – seppur numericamente ininfluente – avrebbe potuto rappresentare una fonte di dissenso intollerabile per il regime di fronte a possibili forme di instabilità politica, dovute sia alla permanenza al potere di un presidente debole sia al passaggio di consegne dopo trent’anni di governo Mubarak. In secondo luogo, una folta rappresentanza all’opposizione avrebbe potuto rendere meno efficace la contestata norma costituzionale del 2007, che obbliga chiunque voglia presentarsi da indipendente per la presidenza a disporre di almeno 250 firme di membri del parlamento, ora tornato invece sotto il saldo controllo del partito di governo[8].

In effetti, la MB è uscita con le ossa rotte da questa tornata elettorale: l’NDP ha ottenuto l’80% dei seggi dopo aver presentato più di 850 candidati, mentre la MB non ha collocato neanche un proprio candidato nel Majlis al-Shaʿb[9]. Ad ogni modo, il movimento islamista ha deciso di boicottare i ballottaggi del 5 dicembre dopo aver denunciato le innumerevoli irregolarità delle elezioni, nonostante la presenza di 27 loro candidati in grado di concorrervi[10].

Questo risultato è stato, però, solamente in parte figlio delle repressioni del regime: è innegabile che la MB abbia dovuto subire in questi anni numerose epurazioni a danno sia dei suoi quadri dirigenziali sia di propri sostenitori, così come che sia stata sottoposta a censura mediatica dal regime[11]. Tuttavia, l’immagine che il movimento islamista ha dato di sé in questi cinque anni è stato tutt’altro che edificante: la poca incisività a livello parlamentare, la corruzione e le lotte intestine tra la componente della «old guard» e quella della nuova generazione hanno portato ad uno scontro che rischiava di tramutarsi in scissione, soprattutto dopo le dimissioni della guida suprema del movimento, Mahdi Akef, il quale fungeva da garante per entrambe le “fazioni”[12].

La sconfitta della MB, quindi, getta una luce esplicativa sulle modalità di mobilitazione politica di un movimento islamista in un paese musulmano autoritario. In un contesto del genere è stato evidenziato come debbano intervenire diversi fattori affinché la mobilitazione possa avere successo: l’appeal ideologico, la micro-dinamica delle risorse, il livello di chiusura dello spazio politico del regime e quanto questo regime strumentalizzi la religione come mezzo di legittimazione politica[13]. La dimensione che ci interessa analizzare in questa sede è la prima. La base elettorale della MB è costituita principalmente da egiziani delle classi sociali più povere ed emarginate, alle quali il movimento offre una serie di servizi basilari, ricevendo in cambio consenso, proselitismo e, in alcuni casi, devozione totale alla causa. Non è un caso che l’appeal ideologico attecchisca tra i giovani delle classi basse, i più colpiti dall’alta disoccupazione, portandoli a trovare nel suo messaggio e nella partecipazione alle attività del movimento una via d’uscita al senso di alienazione che molti di essi sperimentano[14]. Non accade lo stesso tra i giovani egiziani che appartengono alla classe sociale medio-alta, i quali asseriscono che non voterebbero la MB perché non è un partito secolare e laico[15]. Tra l’altro, essi sono sì convinti che l’Islam possa costituire la soluzione a molti problemi del paese, ma riconoscono ugualmente che disoccupazione, inflazione galoppante, corruzione e disuguaglianze sociali necessitino di un complesso approccio politico, economico e sociale che l’Islam da solo non è in grado di fornire.

L’incapacità di proporre ricette economiche, politiche e sociali che siano al tempo stesso originali e “islamiche” impedisce alla MB – così come a tanti altri movimenti islamisti –  di allargare le basi del proprio consenso anche alle componenti laiche e riformatrici della società[16]. In sostanza, se la MB non riuscirà a trovare una via di uscita alla «lack of political imagination» e cioè alla capacità di pensare e proporre modelli che non facciano pedissequamente riferimento all’epoca dei quattro Califfi ben guidati o che si basino sull’adozione della shari’a come legge fondamentale, difficilmente potrà ambire a un ruolo di primo piano e tantomeno ad un ruolo di governo[17].

Allo stesso modo, l’Egitto non può permettersi altri cinque anni di chiusura politica totale, dato che le pressioni da parte della società, sempre più forti, hanno spesso dato vita a tensioni che hanno trovato una valvola di sfogo nello scontro confessionale e non solo[18]. La disillusione che traspare dalle parole dei giovani egiziani, le profonde disuguaglianze sociali che si riflettono in una classe politica sempre più elitaria – dominata dai grandi businessmen che controllano con i loro finanziamenti una parte dell’NDP –, la disoccupazione che affligge chi non può contare sul clientelismo per trovare un lavoro adeguato al proprio livello di istruzione e l’alto costo della vita, sono tutte dinamiche che potrebbero sfociare in tensioni incontrollabili. Le elezioni presidenziali di maggio costituiranno un passaggio fondamentale per il futuro dell’Egitto: dopo trent’anni di presidenza Mubarak si auspica che questo passaggio avvenga nel segno del cambiamento e del rinnovamento e non all’insegna della riproduzione di uno schema di tipo monarchico ormai famoso nell’area mediorientale.

 


[1] Per “democrazia cosmetica” si intende un regime che presenta a livello istituzionale tanti elementi tipici di una democrazia di tipo “occidentale” – dalle elezioni alle camere rappresentative – ma che in realtà, attraverso escamotage costituzionali e legislativi, limita notevolmente le libertà politiche e calpesta i diritti umani.  «Procedural Democracy», invece, è una definizione di Dahl. Vedi Dahl, Robert A., Democracy, Liberty and Equality, (Oslo: Norwegian University Press, 1986).

Per quanto riguarda la definizione di MB come “partito”: in realtà la MB sfugge alla definizione weberiana di partito, dato che si caratterizza come un movimento che opera come stato nello stato, offrendo agli strati più bassi della popolazione egiziana diversi servizi degni di un sistema sviluppato di welfare state, dall’educazione all’assistenza sociale. Inoltre, i suoi membri attivi non solo non hanno la possibilità di perseguire “vantaggi personali”, ma rischiano per di più la loro stessa esistenza.

Sulle differenti denominazioni dell’NDP: dagli anni cinquanta fino alla metà degli anni settanta il partito predecessore dell’NDP si chiamava l’Unione Araba Socialista.

[2] In quell’anno le elezioni parlamentari erano state vinte si dal NDP, ma MB aveva ottenuto un risultato straordinario, andando a vincere 1/5 dei seggi disponibili nel Majlis al-Shaʿb (Camera del Popolo).

[3] Si vedano in merito Renzo Guolo, L’altra faccia della rivoluzione: tornano in scena i partiti islamici, La Repubblica (31/01/2011) e Souad Mekhennet e Nicholas Kulish, With Muslim Brotherhood Set to Join Egypt Protests, Religion’s Role May Grow, The New York Times, (27/01/2011).

[4] Si veda l’articolo di Al-Jazeera, Opposition groups quit Egypt runoff (2/12/2010),

http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2010/12/2010121145450744767.html e Al-Jazeera, Ruling party sweeps Egypt’s vote, (7/12/2010) http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2010/12/201012713823950829.html .

[5] Guirguis Dina (2010) Stability or Rigidity? Egypt’s Use of Constitutional and Executive Power, in “The Washington Institute of Near East Policy”, Policy Watch N°1718, http://www.washingtoninstitute.org/templateC05.php?CID=3268

[6] Queste interviste sono state liberamente rilasciatemi in via informale da circa 25 ragazzi/e del Cairo, i quali o frequentano ancora l’università o l’hanno appena conclusa o lavorano (ingegneri/architetti), il che mi ha portato a collocarli nella classe medio-alta della società egiziana. Le testimonianze di voto di scambio sono sia dirette che indirette.

[7] Soprattutto l’emergente business class capitanata dal magnate dell’acciaio Ahmed Ezz, preme affinché si arrivi ad un ricambio generazionale sia a livello presidenziale che dirigenziale: Guirguis Dina (2010) Parliamentary Elections in Egypt and Next Year’s Presidential Vote, in “«The Washington Institute of Near East Policy», Policy Watch N°1717   http://www.washingtoninstitute.org/templateC05.php?CID=3267

[8]Questo è uno dei tanti motivi che sembra ostacolare l’eventuale decisione di El-Baradei, ex Presidente della AIEA, di partecipare alle elezioni presidenziali di maggio come sfidante di Mubarak: BBC News, Mohammed ElBaradei faces challenges on return to Egypt,  (20/02/2010), http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/8525813.stm

[9] In realtà, questo è quello che emerge dal sito ufficiale del movimento islamista, mentre altre fonti sostengono che bisogna ancora capire quali fra i candidati eletti da indipendenti siano da attribuire alla MB. Questi i numeri: con 508 seggi in palio l’NDP ha ottenuto 420 seggi mentre 70 seggi sono andati ad indipendenti, 14 a partiti minori e 4 ancora da attribuire. La nomina di dieci altri parlamentari spetta al Presidente per un totale di 518 parlamentari della Camera del Popolo: Al-Jazeera, Ruling party sweeps Egypt’s vote (7/12/2010),

http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2010/12/201012713823950829.html

[10] Si veda la dichiarazione della MB nel suo sito ufficiale: http://www.ikhwanweb.com/article.php?id=27387

[11] Sono stati arrestati circa 1400 sostenitori della Mb solo alla vigilia delle elezioni. Vedi: Asscociated Press, Egypt’s Brotherhood pulls out of election, (1/12/2010), http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5hZZ53r0s-rmMAQDXEk0wIFS41-UA?docId=cae1aa309fa344c8b98fd46e1812a97c. Per la censura mediatica, vedi: Rubin Jennifer http://www.weeklystandard.com/articles/egypt-s-rigged-elections_522147.html?page=2.

[12] Tamam, Hossan (2009) Back to the Future, Al-Ahram Weekly online, Issue N° 970

http://weekly.ahram.org.eg/2009/970/focus.htm

[13] Per successo qua si intende non tanto salire al potere ma la riuscita del processo di mobilitazione politica, al di la del risultato del voto, che evidentemente può essere compromesso. Si veda Wickham Carrie R. Mobilizing Islam: Religion, Activism, and Political Change in Egypt, (New York: Columbia University Press, 2002).

[14] Ibidem.

[15] Gli egiziani della classe medio alta sono rappresentati infatti dagli stessi giovani di cui sopra, nota 9. Il riferimento è anche al circa 12% di cristiani copti che non verrebbero rappresentati adeguatamente.

[16] Per una critica efficace si veda Roy Olivier, The Failure of Political Islam (Cambridge: Harvard University Press, 1994).

[17] Ibidem.

[18]Per un’overview degli scontri e delle proteste di carattere sociale negli ultimi tre anni si veda: El-Ghobashi Mona (2010)  The Dynamics of Egypt’s Elections, in “MERIP”, http://www.merip.org/mero/mero092910.html; per gli scontri di carattere confessionale dell’ottobre/settembre 2010 si veda: Tadros Mariz (2010) Behind Egypt’s Deep Red Lines, in “MERIP”, http://www.merip.org/mero/mero101310.html

 

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