Crisi alimentari nel Sahel

di Laura Solinas

In una nota che risale al dicembre 2010 la FAO ha ribadito come la variabilità e l’incertezza che caratterizzano il movimento dei prezzi di alcuni cereali stia ponendo la sicurezza alimentare in alcune aree del mondo sempre più a rischio[1]. Tale aggiornamento relativo alla volatilità nel mercato dei beni alimentari si riferisce all’aumento nei prezzi che ha caratterizzato il secondo semestre del 2010 e che, stando ai valori del World Food Price Index, è stato confermato per il settimo mese consecutivo nel gennaio dell’anno in corso. I dati consacrano una tendenza il cui insorgere risale al 2005, ma che ha raggiunto lo stato di vera e propria emergenza mondiale nel picco registrato a giugno del 2008[2].

Un rapporto recente dell’International Food Policy Research Institute è il prodotto di un notevole sforzo di sintesi degli studi più autorevoli su cause, conseguenze e risposte alla crisi prodotta dal picco nei prezzi dei cereali del 2008. In questo documento viene attestato che il turbamento nel sistema di produzione, accesso e distribuzione di tali beni è stato generato da un insieme complesso di fattori interagenti e che questi accomunano le principali crisi che si sono susseguite dal 1972 in poi, riferendosi ad esse come «eventi ciclici»[3].

L’aumento dei prezzi nel mercato energetico, forti shock legati all’improvviso aumento della domanda di cereali statunitensi (nel 1972-74 dovuto all’apertura dei mercati al blocco sovietico, oggi legato all’appetibilità del mercato dei biocombustibili) e al peggioramento delle condizioni climatiche, il declino nei tassi d’interesse, la svalutazione del dollaro, sono tutti elementi la cui compresenza ha determinato la portata della vulnerabilità del sistema alimentare internazionale in diversi episodi negli ultimi quarant’anni.

La frequenza con cui il sistema è scosso dagli sbalzi dei prezzi è un fatto molto recente, sintomo della crescente integrazione fra i mercati nell’economia mondiale: il prezzo del mais e quello del grano, ad esempio, sono aumentati del 50% tra dicembre 2009 e dicembre 2010, riflettendosi parzialmente nel commercio locale di alcuni paesi con maggiorazioni del 20-30%[4]. Il potenziale di trasmissione nei mercati interni di eventuali shock nei mercati internazionali non è mai stato così elevato, soprattutto in quei paesi del mondo ove la scarsa disponibilità di beni per la sussistenza e la condizione ineludibile di net food importers fa parlare della crisi alimentare come di un’emergenza permanente, che si riflette prima di tutto in  tassi elevati di malnutrizione e mortalità infantile, nonché in un’accentuata instabilità macroeconomica dovuta a una traballante bilancia commerciale[5].

Attraverso i propri portavoce, FAO, Banca Mondiale e Commissione Europea hanno marcato l’orientamento interpretativo dell’ultimo rialzo dei prezzi, sottolineando che la condizione attuale dei mercati non fa parlare di vera e propria crisi alimentare, quanto piuttosto di una “bolla” generata da condizioni climatiche sfavorevoli nei principali paesi produttori, come Stati Uniti, Australia e Russia[6]. Fanno eccezione, di nuovo, quei paesi il cui sistema produttivo ed economico sovraespone la popolazione al rischio di carestie.

È questo il caso di alcuni stati della regione del Sahel in Africa. Questa regione ecoclimatica si distende longitudinalmente dalla costa atlantica del nord della Mauritania e del Senegal sino alle coste del Sudan che si affacciano sul Mar Rosso, ed è zona di transizione tra il deserto del Sahara a nord e la Savana a sud; il clima è caldo e tropicale, mentre il volume di piogge oscilla tra i 200 e i 600 mm all’anno, con una stagione secca che mediamente dura dai sei agli otto mesi[7].

I primi sei mesi del 2010 hanno visto Mauritania, Niger, Chad, Burkina Faso e Mali confrontarsi con una carestia che ha posto a rischio la sicurezza alimentare di 8 milioni di individui (di cui il 63% residente nei territori del Niger), registrando un deficit di un milione e mezzo di tonnellate di cereali, che si è tradotto in un aumento delle importazioni pari a 500 milioni di dollari.

Non di certo benedetti dalla posizione geografica tanto meno dalla realtà climatica, questi paesi africani non godono di sbocchi sul mare né di infrastrutture per il trasporto funzionali a contenere il costo delle importazioni, a loro volta vitali per ovviare alla scarsa produttività delle coltivazioni locali e ad investimenti in agricoltura che latitano da quasi trent’anni[8].

Sin dagli anni ‘80, infatti, l’interesse nei confronti dell’impiego di risorse nel settore primario è calato sia tra i donatori internazionali che tra i governi dei paesi più vulnerabili al rischio di carestia, rispettivamente registrando un calo nelle quote di aiuti ufficiali allo sviluppo (Official Development Assistance, ODA) e nella percentuale di budget statale  impiegato per il sostegno alle attività agricole[9].

Uno studio sullo stato della cooperazione internazionale nel settore in questione in tre paesi africani, tra cui Niger e Burkina Faso, evidenzia fondamentali e preoccupanti tendenze in relazione all’argomento: da una parte, il valore medio della porzione di ODA spesi per l’agricoltura non ha mai superato, negli ultimi 13 anni, l’8% del totale di questi, ed esso è suscettibile ad una fortissima volatilità, come dimostrato dal caso del Niger, dove nel triennio 2002-2005 si è registrato un calo del 90% (dal 18% al 1,8%)[10]. Dall’altra, gli ODA costituiscono in media tra il 60% ed il 70% del denaro utilizzato dai governi locali per lo sviluppo rurale, rievocando così il cliché della dipendenza dagli aiuti allo sviluppo[11].

È in questo contesto di investimenti scarsi e a intermittenza che si devono collocare le conseguenze delle repentine fluttuazioni nei prezzi di beni fondamentali come quelli alimentari.

Nel 2010, in questi paesi l’inattesa riduzione nella produzione di alcuni cereali di circa il 20% è stata accompagnata dall’aumento dei prezzi nei mercati locali come riflesso del picco raggiunto in quelli internazionali, con una flessione positiva compresa tra il 12% delle aree urbane del Niger e il 28% di quelle del Burkina. La natura del problema, come è chiaro, cambia: non si tratta solamente di una  crisi di disponibilità, essa porta una componente sostanziale di accessibilità, soprattutto alla luce del dato sulla povertà di quest’area, ove l’80% della popolazione di queste aree spende i due terzi del proprio reddito nell’acquisto di cibo[12].

Sommando al quadro appena presentato la questione demografica – la popolazione del Sahel raddoppia ogni 25 anni – e le conseguenze del cambiamento climatico a livello mondiale, l’azione di programmi umanitari come il World Food Program delle Nazioni Unite appare essenziale per la distribuzione di cibo alle popolazioni colpite[13]. Tuttavia, come ricorda il relatore speciale dell’ONU per il diritto al cibo Olivier De Schutter, non si commette eccesso di malizia nell’avere delle riserve sulla genuinità delle richieste di aiuti umanitari troppo frequenti di alcuni governi[14].

Per quanto i fattori che determinano il grado di accessibilità ai beni di sussistenza siano legati a processi che sfuggono al controllo degli stati che in misura maggiore sono costretti all’importazione e all’indebitamento, De Schutter ricorda che è responsabilità dei governi nazionali mitigare con interventi di spesa pubblica la portata delle crisi: il miraggio dell’autosufficienza alimentare resterà tale fintanto che per sviluppo agricolo si intenderà l’utilizzo intensivo di fertilizzanti chimici per un’agricoltura di tipo industriale per l’esportazione[15].

Si sa, il commercio internazionale lascia sul campo perdenti e vincitori e, nonostante il presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick tenga a precisare che «free trade can still feed the world», serve comunque un’azione decisa sul fronte della trasparenza dei mercati e della disponibilità di scorte nelle zone a rischio[16]. Il mercato sarà al riparo dalla diffusione di attacchi di panico ed eviterà gli scossoni causati dall’eccessiva volatilità dei prezzi.

Tuttavia, istituzioni pubbliche delegittimate/indebolite e masse che scendono in piazza per l’aumento del prezzo del pane non costituiscono una combinazione auspicabile per la comunità internazionale, ce lo ricordano Egitto, Tunisia, Algeria. Ne è a conoscenza anche il Dipartimento di Stato americano, che dal 2004 ha ufficialmente riconosciuto come fonte di insicurezza per gli Stati Uniti processi sociali e ambientali destabilizzanti[17]. Come detto in precedenza, siamo in presenza di un sistema mondiale dei beni di sussistenza i cui disequilibri in termini di produzione e accesso sfociano sempre più di frequente in crisi alimentari.

È lecito immaginare che sia giunto il tempo di nuovi spazi d’azione nazionali, regionali, internazionali utili ad attutire gli effetti delle contraddizioni tra funzionamento del sistema economico internazionale ed esigenza di stabilità geopolitica?


[1] La definizione di sicurezza alimentare contenuta nel World Development Report 2008 dell’UNCTAD recita quanto segue: «stato di cose per cui tutti, in ogni istante, godono dell’accesso fisico, sociale ed economico a beni alimentari nutrienti, sicuri ed in misura sufficiente per il soddisfacimento dei loro bisogni in termini calorici e delle loro preferenze alimentari per una nota attiva e salutare» (UNCTAD, WDR 2008, p.92). Vedi anche Food and Agriculture Organization of the United Nations (2010), Price volatility in agricultural markets, Policy Brief n°12, Economic and social development department, Rome, p. 1.

[2] Un concetto elementare della teoria economica classica che riguarda il sistema dei prezzi di qualsiasi beneci ricorda che quando questo diviene scarso (o ne aumenta la domanda), il suo valore monetario cresce, inducendo n calo nel suo consumo e, plausibilmente, maggiori investimenti nella sua produzione. Tuttavia, quando le variazioni nel prezzo sono soggette a cambiamenti sempre meno prevedibili eppure più frequenti, emerge una tendenza patologica nel sistema dei prezzi di un bene che ne rende il funzionamento inefficiente e fa parlare gli analisti di estrema vulnerabilità di questo a fattori esterni che agiscono sulle oscillazioni di domanda e offerta.

[3] Headey D., Fan S. (2010), Reflections on the global food crisis, International Food Policy Research Institute, Washington, DC, Stati Uniti, p. 12.

[4] Ibidem.

[5] Wade A. (2010), Hunger in the Sahel a permanent emergency?, Oxfam Briefing Note, December 2010,  Oxfam GB, Oxford, UK, p. 2.

[6] FOOD: is there a crisis?, IRIN News, 21 gennaio 2011, http://www.irinnews.org/Report.aspx?ReportID=91683.

[7] Magin C. (2001), Sahelian Acacia savanna, World Wildlife Fund, in

http://www.worldwildlife.org/wildworld/profiles/terrestrial/at/at0713_full.html

[8] The African Development Bank Group (giugno 2010), Update on the food situation in the Sahelian Countries, Commodities BriefVolume 1, issue 1, Tunis, Tunisia, p. 5.

[9] È l’inizio di un lungo periodo di austerità fiscale portato dall’avvio dei programmi di aggiustamento strutturale.

[10] Crola, J-D. (2009), Aid for Agriculture: Turning Promises into Reality on the Ground, Oxfam International Research Report, Oxfam GB, Oxford,  UK, p. 7.

[11] Wade A. (2010), op. cit., p. 3.

[12] The African Development Bank Group ( 2010), op. cit., p. 6.

[13] Il cambiamento climatico in corso risponde a diversi fattori, tra cui la traiettoria ascendente nelle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra; questo ha inoltre il potenziale di aggravare la crisi alimentare nei paesi del sud del mondo tramite eventi climatici sempre più estremi e imprevedibili, provocando una riduzione drastica nelle strategie di sussistenza delle aree rurali e aggiungendo pressione demografica nelle aree urbane.

[14] Fearing a food crisis, dibattito televisivo ospitato sulla rete di Al Jazeera il 9 febbraio 2011 http://english.aljazeera.net/programmes/rizkhan/2011/02/201121082142656256.html , consultato l’11 febbraio 2011

[15] De Schutter si riferisce al fatto che, in molti casi, i piccoli produttori nei paesi in via di sviluppo non beneficiano dell’aumento dei prezzi, essendo essi stessi net food buyers al pari della popolazione urbana; inoltre, l’utilizzo di prodotti chimici per la produttività del terreno è considerato una concausa della degenerazione degli ecosistemi in questi paesi, a scapito della sicurezza alimentare nel lungo termine.

[16] Zoellick R. (5 gennaio 2011) Free market can still feed the world, http://web.worldbank.org/WBSITE/EXTERNAL/NEWS/0,,contentMDK:22802799~pagePK:64257043~piPK:437376~theSitePK:4607,00.html consultato il 12 gennaio 2011.

[17] Weinstein M. et al. (2004), On the brink, weak states and US national security (A Report of the Commission for Weak States and US National Security), Center for Global Development , Washington, DC, USA.

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