La lezione di Hamas per i Fratelli maggiori

di Alessandro Accorsi

Con la deposizione di Murabak il futuro dell’Egitto si fa difficile da prevedere e le incognite si moltiplicano: il ruolo dell’esercito, la pace con Israele da rispettare, la reazione delle cancellerie occidentali e di Tel Aviv, il peso delle forze politiche moderne, post-moderne e pre-moderne.

Con la sconvolgente scoperta occidentale che anche in Medio Oriente la fame – sia essa di pane o di libertà – può far cadere convinzioni e cattive abitudini vecchie di decenni, la Palestina sembra per una volta uscita di scena. Destino amaro per un paese che è sempre stato abituato a catalizzare, nel bene e nel male, l’attenzione. E che ha comunque da insegnare.

I vecchi «liberal occidentali» non dovrebbero aver paura di rivoluzioni che così a lungo hanno auspicato[1]. La realpolitik occidentaleo l’ipocrisia, a seconda dei punti di vista – ha infatti offerto un’importante lezione in occasione delle elezioni politiche palestinesi del 2006. Dopo aver sollecitato elezioni democratiche, le cancellerie occidentali si erano «portate via il pallone» come quei bimbi orgogliosi e permalosi che non accettano il risultato sul campo[2].

I vari giorni della collera che stanno riempiendo l’agenda mondiale dimostrano però che i governi non hanno, forse, compreso fino in fondo quella vicenda. In barba ad un certo orientalismo, anche in Medi Oriente hanno fame e si stufano dei sultani. Lo possono fare per via democratica – se viene loro offerta una possibilità – o scendendo in piazza. I palestinesi non si erano trasformati improvvisamente in pericolosi islamisti. Semplicemente, avevano votato contro un sistema corrotto che non li rappresentava più. Avevano solo voglia di cambiare: non è forse l’alternanza il bello della democrazia?

I governi occidentali, invece, non hanno permesso il naturale sviluppo politico di Hamas. È vero che si trattava di un movimento di liberazione nazionale, radicale e perlopiù anti-sistema. Ma è vero anche che per il movimento di resistenza islamica l’entrata nel governo avrebbe di fatto significato l’accettazione silenziosa del paradigma di Oslo, che non sarebbe stato distrutto, piuttosto gestito in maniera differente[3]. Nelle speranze più rosee di Meshal, Hamas avrebbe ottenuto un buon risultato che avrebbe permesso loro di fare opposizione e gettare le basi per una ordinata transizione democratica al governo.

Questi brutti e barbuti islamisti sanno e sapevano benissimo che chi prende il potere, poi, non può comportarsi allo stesso modo. Ecco perché una parte del movimento rifiutava la decisione e voleva rimanere fuori per essere gravata dalle naturali responsabilità verso la popolazione e dal dover tener conto della realtà del terreno.

Hamas è un movimento sociale che è sempre stato guidato dalla considerazione dei costi-opportunità delle sue azioni più che dall’ideologia. Anzi, la dottrina e la religione sono state spesso strumentali agli obiettivi politici. Obiettivi che si basavano principalmente sulla consapevolezza dell’importanza dei meccanismi di creazione e mantenimento del consenso. Il centro islamico prima e Hamas poi, hanno allargato il proprio bacino non solo grazie alla critica politica di un sistema corrotto e “passivo”. Ci sono riusciti perché hanno supplito a quel sistema con la distribuzione di servizi gratuiti e non certamente con le prediche degli Imam.

È stato dunque impedito ad Hamas di governare e di commettere errori più che comprensibili per un movimento abituato a gestire complessi network di associazioni e charities, ma non certamente i meccanismi di un governo «a-statuale» in contesto coloniale. Anche gli uomini di Fatah, in privato, riconoscono che l’esclusione burrascosa degli islamisti è stata un errore e ha contribuito alla sconfitta della sua ala moderata. Inoltre, un fallimento di Hamas alla prova del governo avrebbe azzerato la credibilità del movimento come alternativa. Quantomeno, farli provare li avrebbe probabilmente costretti a percorrere qualche passo verso la moderazione. Fatah era ed è ancora il maggior partito palestinese, grazie al suo messaggio laico, non ideologico e inclusivo: in questi valori si riconoscono i palestinesi. La forza di Fatah, però, è sempre stata il pragmatismo e la presa di iniziativa, che sono venuti a mancare negli ultimi anni insieme ad una crisi profonda di un partito in perenne transizione.

Se la reazione delle cancellerie occidentali ha bloccato il naturale sviluppo politico del movimento, il tentativo di “golpe” organizzato da Dahlan e appoggiato da Stati Uniti e Israele lo ha invertito[4]. Ha costretto l’ala militare a intervenire a Gaza ed ergersi a paladino della parte politica del movimento. Gaza è ora governata dalle brigate che pattugliano le strade, sopprimono il dissenso, controllano la popolazione, ma soprattutto gestiscono la tunnel economy[5]. L’ala politica è per lo più ostaggio di quella militare. Si trova in difficoltà proprio perché i militari ignorano il valore del consenso e attraverso il controllo delle armi, dell’economia e di Shalit, hanno creato un regime di polizia estremamente corrotto, dal mercato del lavoro alla distribuzione dei sussidi e dei servizi[6]. Hamas non è differente da Fatah. E Abbas e Haniyeh sono uniti in queste ore dalla prudenza e dalla paura, poiché temono entrambi che le manifestazioni pro-Egitto – che hanno soppresso – si rivoltino contro di loro[7]. L’islamizzazione soft della società, inoltre, è stata abbandonata e sostituita dalle più bigotte imposizioni sociali, che hanno alienato molti strati della popolazione. Paradossalmente, Hamas è quasi più popolare in Cisgiordania (dove, repressa, rimane solo una voce critica) che a Gaza.

L’Egitto non è la Palestina. Eppure, i «fratelli» islamisti sembrano aver assimilato il trauma del boicottaggio del governo di Haniyeh.

I fratelli musulmani egiziani hanno compreso che senza dare garanzie precise e senza seguire le regole non verrà permesso loro di governare. Piuttosto, possono essere cooptati con cautela all’interno delle strutture di potere e partecipare gradualmente alla gestione dello stato.

Non sopravvalutiamo, però, la capacità della Fratellanza in Egitto di prendere il potere e, soprattutto, di essere in grado di gestirlo. Allo stesso tempo, non sottovalutiamo la loro forte volontà nell’entrare nel sistema legalmente, di accettarne le regole e di sostenerne i costi. Nel dialogo col regime durante la crisi erano disposti a spaccare l’opposizione pur di accettare un accordo che li facesse entrare dalla porta d’ingresso. E poi, in fondo, l’Ikhwan sa benissimo che non potrà mai fare come vuole. D’altronde, neanche per Hamas la presa del potere da parte dei fratelli maggiori rappresenta la migliore alternativa possibile.

In Egitto l’esercito sembrerebbe disegnare per se un ruolo kemalista. Per salvaguardare la reputazione dell’istituzione e soprattutto i finanziamenti USA, l’esercito egiziano gestirà la transizione e rimarrà il garante della stabilità egiziana.

È in questo modo che Obama, spera di bilanciare rispetto dei valori e degli interessi americani. Il presidente è stato cauto, muovendosi sul filo di lana. Ha suscitato qualche scetticismo il suo comportamento delle prime ore, ma sembra aver avuto infine ragione, dando seguito proprio al suo discorso del Cairo nel 2009. Resta da vedere se i sauditi – che hanno fomentato il più estremista islamismo militante e la soppressione di tutti i diritti – saranno concordi.

L’Islam politico non va spaventato. Piuttosto, va offerto loro un dialogo e uno scambio di garanzie reciproche. Un nuovo «Washington consensus»?

Per essere più realisti del re, i liberal occidentali dovrebbero finalmente capire che a forza di portare via il pallone, nessuno vorrà più giocare con noi.


[2] Le elezioni del 25 gennaio del 2006 hanno segnato la storica e clamorosa vittoria di Hamas su Fatah. La formazione islamista ha conquistato 74 dei 132 seggi disponibili, contro i 45 ottenuti da Fatah, il partito che deteneva il potere e che era appoggiato dai governi occidentali. La vittoria di Hamas scatenò le proteste di Israele e dei maggiori attori internazionali: nei mesi successivi i membri del Quartetto (ONU, Stati Uniti, Europa e Russia), insieme al governo di Gerusalemme, decretarono sanzioni economiche contro l’Autorità Nazionale Palestinese e il governo formato da Hamas, non riconoscendone la legittimità.

[4] La presa del potere manu militari di Hamas a Gaza sarebbe un contro-golpe. Una reazione preventiva all’azione pianificata dalla CIA con l’aiuto di Mohammed Dahlan, ex-capo della Preventive Security a Gaza e uomo forte di Fatah. Dahlan viene considerato responsabile della «perdita di Gaza» anche nella West Bank perché, al di là del tentato golpe, il suo sistema di corruzione e monopolio sull’importazione di carburanti aveva alienato molte simpatie a Fatah. Questa versione dei fatti è raccontata nell’inchiesta di David Rose. Vedi The Gaza Bombshell e The Proof is in The Paper, entrambi apparsi su Vanity Fair nella primavera del 2008. Vedi Vanity Fair:

http://www.vanityfair.com/politics/features/2008/04/gaza_documents200804.

[5] Per tunnel economy si intende il complesso network di tunnel sotterranei che uniscono Gaza all’Egitto, usati sin dagli anni ottanta per contrabbandare qualsiasi tipo di merce e materiale oltre, ovviamente, alle armi.

[6] Il rapporto tra ala politica e militare di Hamas è difficile da decifrare, soprattutto per la particolare struttura del movimento e l’alto grado di disciplina che lo governa. È da vedere quindi che comportamento adotterà l’ala militare di fronte ad una decisione politica che “smantellerebbe” il sistema di potere a Gaza. Ma, soprattutto, se l’ala politica avrà mai il coraggio di fare una tale mossa. Gilad Shalit è un soldato israeliano preso in ostaggio da Hamas a giugno del 2006 (e ancora rilasciato) non lontano dal confine di Gaza.

[7] Ismail Haniyeh, membro di Hamas, è diventato il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo le elezioni del 2006.

 

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