Le Isole Curili – la vecchia contesa tra la Russia e il Giappone

di Matej Misturik

Il primo novembre 2010 la visita del presidente russo Dimitrij Medvedev nell’isola Kunashir, appartenente all’arcipelago delle isole Curili, ha riportato in auge la vecchia contesa sulle isole tra il Giappone e la Russia. Medvedev è diventato il primo presidente russo ad aver fatto visita personalmente alle Curili, un evento che non è stato accolto positivamente dal Giappone, il quale ha reagito con il richiamo in patria del suo ambasciatore a Mosca. Lo scopo dell’articolo è quello di chiarire come questa disputa tra Russia e Giappone può avere delle ripercussioni tanto nelle relazioni internazionali quanto nello scacchiere regionale asiatico.

Dopo la firma nel 1875 dell’accordo di San Pietroburgo tra la Russia zarista e il Giappone, Tokyo rinunciò all’isola di Sachalin in cambio della sovranità sulle Curili. La situazione cambiò con la guerra russo-giapponese del 1905,  grazie alla quale il Giappone ha occupato anche la parte australe delle Sachalin e su cui mantenne il controllo sino alla conclusione della seconda guerra mondiale. Durante la guerra contro le potenze dell’Asse, gli Alleati avevano bisogno dell’aiuto sovietico per aprire un secondo fronte anche nel Pacifico, mentre Stalin era ansioso di allargare il territorio sotto il suo controllo: il leader sovietico, infatti, era consapevole della strategicità delle Curili, le quali separano il mare di Ochotsk dal Pacifico settentrionale. Nell’accordo siglato tra Stalin, Roosevelt e Churchill si stabilì che l’Unione Sovietica sarebbe entrata in  guerra nell’oceano Pacifico a patto che le fossero restituite le isole Curili[1]. Tuttavia, l’accordo non definiva se il passaggio delle isole fosse temporaneo o permanente né, tantomeno, diceva dove terminava l’arcipelago, situato dinanzi all’isola giapponese di Hokkaido.

Facendo leva su quest’ambiguità di fondo, Stalin lanciò subito una polemica territoriale per ottenere il definitivo controllo dell’arcipelago, un problema la cui risoluzione è stata procrastinata sino ai giorni nostri. Il successore di Roosevelt, Truman, informò Stalin del carattere temporaneo dell’occupazione sovietica, ma questo non gli impedì, il 25 di febbraio 1947, di dichiarare le Isole Curili come componente integrale della federazione russa delle repubbliche socialiste sovietiche[2].

Nel 1951, poi, scoppiò il caso delle isole Habomai e Shikotan, le quali non facevano parte dell’arcipelago ma appartenevano all’isola Hokkaido. La posizione espressa dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti indicava che finché le due parti non avessero risolto la loro disputa territoriale, le isole sarebbero rimaste in uno stato di limbo internazionale senza essere riconosciute come territorio sovietico.

Nel 1954 Giappone e Unione Sovietica manifestarono la loro disponibilità ad incontrarsi a Londra per riallacciare i rapporti e dirimere le controversie che ne avevano segnato le relazioni. Il primo ministro giapponese Ichiro Hatoyama pose come condizione minima il ritorno delle isole Habomai e Shikotan sotto la sovranità giapponese. La risposta sovietica fu positiva, almeno finché le isole fossero rimaste demilitarizzate e chiuse per le navi straniere. Fu in quel momento che intervenne il segretario di Stato statunitense John Foster Dulles, il quale sollecitò i giapponesi a non riconoscere la sovranità sovietica sulle isole e a rimandare a data futura la risoluzione delle questioni legate alla sovranità sulla parte australe delle Sachalin[3]. Dulles, poi, aggiunse che se i sovietici si fossero impossessati delle Curili, gli Stati Uniti sarebbero potuti rimanere per sempre a Okinawa.[4] La chiosa di Dulles non poté non essere percepita da Tokyo come un forte tentativo d’ingerenza nei suoi affari interni.

Trovandosi in una situazione di stallo diplomatico, nel 1956 il Giappone e la Russia diffusero un messaggio comune in cui dichiaravano la cessazione dello stato di guerra che rimaneva tra loro e in cui si ripromettevano di continuare i negoziati di pace. Il clima di distensione, però, durò solo sino alla fine del 1960, quando il Giappone rinnovò con gli Stati Uniti il trattato di sicurezza. Percependo quest’azione come minacciosa dei propri interessi, Mosca rispose ritirando la dichiarazione comune e, quindi, riportando a livelli d’attenzione la tensione nell’area.

Bisognerà attendere il crollo dell’Unione Sovietica per ritornare a parlare delle Curili. In effetti, dopo il 1991 Mosca è apparsa più propensa a negoziare lo status delle isole, ma, nello stesso periodo, si rafforzava anche l’opposizione interna contro le cessioni territoriali che stavano avvenendo. Se, infatti, durante il regime sovietico la legittimità dei governi locali proveniva dal centro, dopo il 1991 la liberalizzazione politica ha indotto i leader a cercare il sostegno dell’opinione pubblica, quest’ultima contraria alle concessioni al Giappone. Negli ultimi anni la disputa territoriale è diventata una potente arma nelle mani dei governatori locali per ottenere alcuni vantaggi politici ed economici.[5] Per diverso tempo tutti i governatori post-sovietici dell’isola di Sachalin, sotto la cui amministrazione ricadono anche Curili, hanno optato per il nazionalismo populista. Questo, in buona sostanza, per rafforzare loro base politica[6]. La retorica nazionalista, in particolare, si è dimostrata un utile strumento all’interno di un paese che soffriva di una crisi d’identità molto acuta e che si doveva adeguare all’idea di veder ridurre le dimensioni del suo territorio. Ma la disputa sulle Curili non stimola solamente le reazioni dei più ferventi sostenitori del nazionalismo. Un altro aspetto centrale è quello degli gli interessi economici – soprattutto quelli legati all’industria ittica – e rafforzati dagli interessi militari nella regione: è da questi due settori, infatti, che provengono le maggiori critiche a qualsivoglia trasferimento delle isole Curili al Giappone[7]. Bisogna poi ricordare che la «minaccia giapponese» è stato anche un tema su cui far leva per continuare a ricevere i fondi da Mosca.

La recente visita del presidente Dimitrij Medvedev nell’isola Kunashir è un altro  esempio di come la disputa sia stata usata anche per obiettivi politici interni. La visita di Medvedev, infatti, è servita a dimostrare il sentimento patriottico del presidente e a rafforzare l’idea di un’unica grande Russia. Come hanno rilevato alcune media russi, la visita nell’isola di Kunashir può essere interpretata anche alla luce di una possibile lotta politica tra Medvedev e Putin per le elezioni presidenziali[8]. Proprio la scorsa estate, Putin si è recato in Siberia per visitare la gente del luogo e per presentarsi agli occhi dei suoi concittadini come un patriota, un primus inter pares[9]. In posti come la Siberia o le Curili, dove la maggioranza della popolazione non si è mai recata nella capitale, la visita del presidente oppure del primo ministro può essere interpretata come un segno tangibile dell’interessamento del centro nei confronti della periferia.

Alla fine della seconda guerra mondiale, quindi, sembrava esserci la volontà politica di risolvere la disputa sulle Curili tra il Giappone e la Russia. La tesi, però, secondo cui il segretario di stato Dulles – con le sue dichiarazioni contrarie alla sovranità sovietica sulle isole – avrebbe voluto solamente rafforzare la posizione giapponese nelle trattative con l’Unione Sovietica è poco convincente.[10] Piuttosto, l’architetto della dottrina del roll-back, l’uomo che è stato cosi profondamente anti-comunista da rifiutarsi di stringere la mano al primo ministro cinese Zhou Enlai a Ginevra, aveva sicuramente poca voglia vedere come si fanno le concessioni all’Unione Sovietica in piena guerra fredda.

Anche dopo il crollo dell’impero sovietico, Mosca non ha dimenticato come fare una qualsiasi concessione che revochi i frutti del periodo staliniano potrebbe essere molto pericoloso. Da questo punto di vista, in realtà oggi la situazione in Russia è più stabile che negli anni passati (anche se a costo di una debole salvaguardia dei diritti umani). Questo, però, ha reso consapevoli i leader politici del fatto che adesso lo stato deve raggiungere anche quei posti dove prima non c’era. La domanda è se tale proiezione verso questi remoti territori si manifesti solo in discorsi politici ed atti simbolici come, ad esempio, la visita di Medvedev nelle Curili, oppure se effettivamente Mosca sarà in grado di creare i collegamenti reciproci ed efficienti con la periferia.


[1] Elleman A. Bruce, Nichols R. Michael, Ouimet J. Matthew – A Historical Reevaluation of America’s Role in the Kuril Islands Dispute, in Pacific Affairs, Vol. 71 No. 4, winter 1998-1999, University of British Columbia, p. 491

[2] Ibidem, p. 495

[3] Ibidem, p. 497

[4] Elleman A. Bruce, Nichols R. Michael, Ouimet J. Matthew – A Historical Reevaluation of America’s Role in the Kuril Islands Dispute, in Pacific Affairs, Vol. 71 No. 4, winter 1998-1999, University of British Columbia, p. 500

[5] Williams, Brade – Sakhalin’s Governors and the South Kirl Islands: Motivating Factors Behind Involvement in the Russo-Japanese Territorial Dispute, in Acta Slavica Iaponica, Tomus 22, Hokkaido University 2005, p. 299

[6] Quelli citati sono: Valentin Fedorov (1990-1993), Yevgeni Krasnoiarov (1993-1995) e Igor Farkhutdinov (1994-2003).

[7] Williams, Brade – Sakhalin’s Governors and the South Kirl Islands: Motivating Factors Behind Involvement in the Russo-Japanese Territorial Dispute, in Acta Slavica Iaponica, Tomus 22, Hokkaido University 2005, p. 305

[10] Elleman A. Bruce, Nichols R. Michael, Ouimet J. Matthew – A Historical Reevaluation of America’s Role in the Kuril Islands Dispute, in Pacific Affairs, Vol. 71 No. 4, winter 1998-1999, University of British Columbia, p. 504.

 

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