[R]evolution

di Alice Marziali

«Asfur tal min es-shubbak…»

«Uccellino hai guardato dalla finestra…Gli ho detto di non aver paura, di guardare fuori il sole che sorgeva, e ha visto il sole che sorgeva, ha guardato la foresta e ha visto le onde spumeggianti della libertà…»

Le parole di una canzone famosissima nel mondo arabo, simbolo di una rivoluzione sempre agognata e mai completamente compiuta acquistano in questo periodo un significato del tutto particolare. I cambiamenti che stanno scuotendo il Medio Oriente ed il Nord Africa hanno una portata epocale che solo con il tempo saremo appieno in grado di cogliere; per ora possiamo limitarci a commentare gli eventi e tentare di analizzarli, ma nella consapevolezza che tutte le convinzioni accumulate negli anni e sedimentate dal pericolo delle etichette culturaliste (come la presunta incompatibilità tra paesi arabi e democrazia, o la passività degli arabi di fronte ai regimi più autoritari) possono rivoluzionarsi nel giro di un mese. L’entusiasmo che si è acceso nelle piazze arabe a seguito della caduta di Ben Ali in Tunisia ha raggiunto picchi esorbitanti con la vittoria di piazza Tahrir. L’emozione che ha accompagnato quei momenti è legata alla consapevolezza che si stia vivendo un tornante storico dell’importanza pari agli eventi che hanno caratterizzato l’est Europa nell’89, anche solo su un piano puramente emotivo. Nonostante tutti i timori razionali riguardanti l’incertezza di ciò che accadrà in seguito, nella notte in cui Mubarak ha annunciato la sua dipartita dopo trent’anni di esercizio del potere autoritario, la sensazione di fierezza provata dagli arabi è stata probabilmente qualcosa di unico nella storia di questa tormentata regione, ed estremamente toccante. Le rivolte del venerdì – a distanza di quasi un mese infatti i dittatori tunisino e egiziano sono fuggiti dal proprio paese nello stesso giorno di festa, pressati da una piazza non più disposta a lasciare quello spazio pubblico di cui si è riappropriata – hanno avuto echi in tutta la regione. Ora, però, le proteste si sono trasformate in veri e propri massacri in paesi come la Libia, la cui chiusura elevata rende il costo della mobilitazione estremamente drammatico, tanto da richiedere da più voci un intervento internazionale al fine di fermare quello che si sta profilando come un vero e proprio crimine contro l’umanità.

Quello che ci si domanda in questi giorni tumultuosi è perché, perché ora, improvvisamente, perché non qualche mese fa, perché non tra qualche mese. La risposta che mi è stata data ogni volta che ho posto questa domanda ha richiamato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Semplicemente, quando la misura è colma, nessuno può sapere quando arriverà quel minimo evento che innesca la reazione. E, per quanto sembri scontato, questa immagine è esemplificativa di come dei regimi in realtà illegittimi si siano assicurati la sopravvivenza per anni attraverso un misto di politiche repressive ed inclusive; è però sufficiente che qualcuno gridi che il re è nudo per svelarne la vera realtà autoritaria e repressiva. Il filosofo Slavoj Žižek ha ricordato con il suo articolo pubblicato qualche tempo fa nel Guardian la scena che, mutatis mutandis, meglio evoca questo repentino e inaspettato quanto ineluttabile momento: il dimostrante descritto da Kapuscinski in Shah-in-Shah il quale, intimato da un poliziotto di andarsene, si rifiuta di eseguire l’ordine; un gesto che ha sorpreso il potere abituato alla cieca ubbidienza, e che ha in qualche modo dato il via agli eventi che hanno portato poi milioni di persone in piazza, consapevoli che quello che era inimmaginabile fino a poco tempo prima avesse invece varcato i confini del possibile[1].

Diverse considerazioni vanno fatte all’indomani degli eventi che stanno infiammando in questo momento la regione. Prima di tutto, in questi giorni è diffusa la tendenza di vedere in questa propagazione di rivolte nei paesi arabi una teleologia intrinseca, un percorso obbligato verso la Democrazia a cui ormai nessun regime può sottrarsi, in una sorta di effetto domino. Purtroppo, l’essenzialismo è riduttivo e fuorviante sia che tenda a sostenere un’intrinseca culturale incompatibilità tra paesi arabi e democrazia, sia che non colga le particolarità dei vari contesti politici e sociali e tenda ad applicare dei principi assoluti e positivisti, la cui realizzazione sembra necessaria e naturale, come l’ideale astratto di democratizzazione. È importante dunque capire come, per quanto potente e contagiosa sia la consapevolezza della possibilità del cambiamento, le rivolte che scuotono e insanguinano il Medio Oriente vanno comprese nella loro specificità e nella loro complessità. Questo – non togliendo nulla all’importanza dell’effetto che le rivoluzioni tunisina ed egiziana hanno avuto negli altri vicini arabi, spingendoli, appunto, ad immaginare di potersi mobilitare nonostante i costi altissimi – non deve condurre a pensare che esistano degli automatismi per i quali quello che è successo in Egitto deve ripetersi in maniera uguale in contesti politici e sociali differenti. Infatti, le dinamiche di regimi molto più autocratici ed esclusivi (come quello libico e siriano) e di monarchie (come quella giordana e marocchina) sono differenti. Non significa che il cambiamento non sia possibile, e che i regimi locali non debbano temere le pressioni popolari. Piuttosto, bisogna analizzare come queste pressioni si manifestino in modo differente, e come anche le risposte non siano le stesse. Infatti, mentre Gheddafi sta facendo strage dei suoi manifestanti in un’escalation di follia cieca, nel regno hascemita le richieste si concentrano su delle riforme costituzionali che tolgano al re il potere di nominare e sciogliere i governi senza che questi siano dunque responsabili politicamente del responso delle urne. In un contesto in cui la monarchia riveste una legittimità derivante da una presunta autoproclamata natura superiore, fungendo da fattore collante di una società divisa da molteplici tensioni, prima fra tutte quella tra transgiordani e palestinesi, il re non è il bersaglio diretto delle proteste[2]. Questo non vuol dire però che, se non si avvia un processo di cambiamento reale che parta dalle suddette riforme costituzionali che di fatto limiterebbero il potere monarchico, alla lunga non sarà messa in discussione la stabilità del regime, come già le critiche più esplicite rivolte al monarca e al suo entourage dimostrano[3].

In secondo luogo, bisogna tener conto delle istanze conservatrici che si manifestano in questi giorni insieme alle richieste progressiste verso una reale riforma. In Egitto, come in Giordania, quando si parla di riforme il significato intrinseco di questo termine non è univoco, e bisogna distinguere quali obiettivi siano rappresentati dalla richiesta comune di cambiamento. Infatti, mentre in Egitto l’élite militare che si opponeva alla successione di Gamal Mubarak al potere ha in qualche modo cavalcato le proteste della piazza per i suoi fini personali e del tutto diversi da chi si mobilitava per la democrazia, allo stesso modo in Giordania alcuni membri provenienti dalle compagini tribali hanno rivendicato il ruolo centrale nella legittimazione del regime, e il ripristino dei loro privilegi che oramai considerano erosi dall’invasione palestinese. Questo non significa che tali pressioni conservatrici – perfettamente esprimibili dalla formula «cambiare tutto affinché tutto resti uguale» – siano poi quelle che domineranno, ma bisogna tenere conto di tali differenze nelle istanze di riforma nel momento in cui si analizzano gli eventi che stanno scuotendo gli stati arabi.

Infine, è necessario spendere alcune parole rispetto al pericolo paventato dall’occidente, e cavalcato da Israele, che queste rivoluzioni nascondano delle velleità di islamizzazione analoghe a quella iraniana del 1979. Molto si è già scritto a riguardo in questi giorni, ed ancora una volta è necessario restituire ai contesti le loro peculiarità. Le società in questione, quella egiziana, come quella giordana, nelle quali la Fratellanza Musulmana ha un forte impatto politico e sociale, sono già profondamente islamizzate, risultato di un lavoro contro-egemonico portato avanti dai regimi per contrastare l’influenza dei movimenti islamisti, radicati nella società attraverso opere caritatevoli ed istituzioni non governative[4]. Da più parti si è fatto notare come nessuno stia brandendo slogan che chiedono l’istituzione dello stato islamico. Si rivendicano riforme concrete, sociali, politiche ed economiche, e gli stessi partiti e movimenti islamici si fanno portatori di queste istanze, forti di un pragmatismo politico e di una moderazione che hanno acquistato negli anni di coesistenza con il regime. L’esempio stesso dell’Iran è esemplificativo in questo caso, in cui i manifestanti scendono in piazza per chiedere un cambiamento contro quel regime che si auto-proclama attuazione dell’unico stato islamico della regione.

Dunque, completamente fuori luogo, fuorvianti e inappropriate sono le dichiarazioni che in questi giorni paventano il pericolo del fondamentalismo che minaccia l’Europa come effetto possibile delle rivolte arabe. Il problema non è l’islamismo radicale, ma un autoritarismo incontrollato che ha colmato la misura, e l’incapacità di accettare che chi si sta mobilitando a costo della vita lo fa per quei diritti di cui i paesi occidentali si sono sempre riempiti la bocca. Naturalmente l’Europa, e l’Italia in primis, deve ripensare alle politiche attuate negli ultimi anni verso i vicini mediterranei, volte al sostegno di regimi autoritari per assicurarsi il controllo delle frontiere e l’approvvigionamento energetico. La mancanza di lungimiranza intrinseca in queste politiche, e la vergogna e l’imbarazzo di un paese che, in un momento di emergenza umanitaria tale, si dimostra preoccupato ad evitare i profughi che la sua stessa cecità ha contribuito a produrre appare in tutta la sua assurdità.


[1] Slavoj Žižek, Il Carattere Miracoloso degli Eventi Egiziani, 21 febbraio 2011, Internazionale. Vedi http://www.internazionale.it/il-carattere-miracoloso-degli-eventi-egiziani/.

[2] La monarchia Hascemita, come quella Alawita in Marocco, si dichiara infatti di ascendenza profetica.

[3] La lettera inviata a da alcuni esponenti di famiglie importanti giordane, o quella del famoso esponente dell’opposizione Laith Shhbeilat sono un esempio di questi avvertimenti. Per un’analisi della situazione politica giordana e dell’importante ruolo rivestito dalla monarchia come garante ultimo della frammentazione della società, vedere Brown http://www.carnegieendowment.org/publications/index.cfm?fa=view&id=42693.

[4] Vedere Atzori Daniele, I Fratelli Musulmani in Giordana, in Campanini M., Merzan K., eds. I Fratelli Musulmani nel Mondo Contemporaneo, Milano: UTET Libreria, 2010 e Piffero E. (2007), Egitto: l’equilibrio dinamico del Pluralismo Autoritario. Paper presentato al Quinto Convegno della Società per lo studio della Diffusione della Democrazia, Firenze, Palazzo Strozzi, 16 giugno.

 

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