Un Dialogo fra sordi. Le bombe su Yeonpyeong e le crescenti tensioni intercoreane

di Marco Milani

La piccola penisola a forma di tigre dell’Asia nordorientale sembra non avere pace, soprattutto da un paio d’anni a questa parte. Una nuova crisi ha destabilizzato le fragili relazioni inter-coreane e, mentre gli allarmi di accademici e politici si susseguono in lungo e in largo da Seoul a Busan, ognuno con la sua teoria infallibile, la gente comune, che affolla senza tregua le strade della capitale, sembra non essersene nemmeno accorta.

Ma partiamo dai fatti. Il 23 novembre 2010, alle ore 14.34, l’artiglieria nordcoreana, posta vicino al confine del 38° parallelo, sulla costa del Mar Giallo, scaglia circa 170 ordigni esplosivi verso sud-ovest colpendo più volte l’isolotto di Yeonpyeong situato a sud della linea di separazione marittima fra le due Coree (NLL). I morti sono quattro, due marines dell’esercito di Seoul di stanza sull’isola e due civili che lì risiedevano. Anche i danni sono ingenti, sia alle infrastrutture militari che alle abitazioni civili.

Se ci si volesse attenere alla stretta cronaca queste righe sarebbero sufficienti. Volendo andare un po’ più a fondo si possono però fare diverse considerazioni, cercando di stare alla larga tanto da analisi di carattere “catastrofista”, che vedono in questo episodio un’aggressione senza precedenti sintomo di una inarrestabile escalation di violenza, quanto da quelle di tipo “colpevolista”, secondo cui tutto ciò è imputabile all’irresponsabile politica inter-coreana del presidente Lee Myung Bak.

Partendo dal presupposto che la Corea del Nord è uno Stato, non un buco nero (anzi grigio) come ci dice Google Maps, e come tale agisce avendo come fine ultimo la propria sopravvivenza, possiamo in primo luogo interrogarci sulle cause che hanno portato al bombardamento. Su molti giornali, soprattutto occidentali, è stato riportato il presunto legame con il rapporto sulle installazioni nucleari stilato da Siegfried Hecker pochi giorni prima, altri hanno invece ricercato le motivazioni in un vero atto di aggressione da parte di un regime imprevedibile e sull’orlo del collasso che cerca di sostenersi attraverso il pilastro militare (o, secondo le ipotesi più estreme e irrealistiche di riunificare la penisola con la forza)[1].

In realtà un’attenta (ma neanche troppo) analisi ci porta a sottolineare alcuni fatti non secondari. In particolare, due cause starebbero alla base di quello che è successo il 23 novembre. In primo luogo va considerato il recente inizio (non sarà sicuramente un processo rapido e lineare) della seconda successione dinastica alla guida del regime di Pyongyang. Il 28 settembre scorso, infatti, Kim Jong-il ha nominato il più giovane dei suoi figli, Kim Jong-un, generale a quattro stelle esplicitando così la designazione a suo erede come leader dello stato. Stiamo parlando di un ragazzo di circa 27 anni (la precisa data di nascita non è nota) praticamente senza alcuna esperienza. È chiaro che una “vittoria”, per esempio il bombardamento di Yeonpyeong, a pochi mesi dalla nomina, serva anche a rafforzarne la posizione, non tanto nei confronti di una popolazione allo stremo, quanto verso l’establishment militare che detiene il vero potere in un paese di 28 milioni di abitanti e con un esercito di 1,5 milioni di uomini.

In secondo luogo la Corea del Sud, poco prima del bombardamento, stava svolgendo esercitazioni militari proprio in quell’area da almeno ventiquattro ore; esercitazioni live fire che coinvolgevano 70.000 soldati dell’esercito e della marina di Seoul, oltre a 50 navi da guerra, 70 elicotteri e 500 aerei[2]. Come è risaputo, la NLL è una demarcazione che non è stata riconosciuta da entrambe le parti. Quello che oggi viene considerato de facto il confine marittimo occidentale fra le due Coree è basato sulla linea tracciata dalle Nazioni Unite nel 1953 dopo la firma dell’armistizio (non esiste un trattato di pace fra le due Coree che sono tecnicamente ancora in guerra); in realtà il regime di Kim Jong-il non riconosce quel confine, come chiaramente affermato più volte. Inoltre, nelle ore precedenti l’attacco, la Corea del Nord aveva più volte richiesto al Ministero della Difesa del Sud di interrompere le esercitazioni così a ridosso di una delle linee di demarcazione più tese e contese del globo. Non sembrano esserci dubbi sul fatto che esercitazioni su larga scala con armi e proiettili veri su una linea di confine non riconosciuta avrebbero portato ad un repentino e difficilmente controllabile inasprimento della tensione. A ben vedere, quindi, esistono anche delle motivazioni contingenti alla base del bombardamento di Yeonpyeong.

Senza cercare di compiere l’apologia di un regime indifendibile, non si può non tenere in considerazione il clima di tensione crescente creato dal governo conservatore di Lee fin dall’inizio del suo mandato nel 2008. Fedele sostenitore della teoria dell’«imminent collapse», l’ex manager della Hyunday convertitosi alla politica ha immediatamente messo da parte dieci anni di criticabili ma fruttuosi approcci basati sulla dottrina del «constructive engagement». Molti sono stati gli errori commessi dalle amministrazioni Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun nell’ambito delle relazioni inter-coreane ma è fuori discussione il fatto che durante rispettivamente la «Sunshine Policy» e la «Policy of peace and prosperity» la situazione fosse decisamente migliorata, sia dal punto di vista umanitario (ricongiungimenti familiari, cooperazione economica) sia da quello politico[3]. Erano state gettate le basi per creare un clima di minima reciproca fiducia necessario per intavolare una qualche forma di negoziazione. La «Sunshine Policy» non era né l’inizio né l’approdo ma solo una tappa intermedia di un percorso iniziato, seppur a rilento, da Roh Tae-woo nel 1991, portato avanti timidamente da Kim Young-sam e implementato in maniera decisa da Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun[4]. Quello che è mancato è stato il finale. È difficile sostenere che questo approccio sia fallito dal momento che Lee si è semplicemente limitato a metterlo da parte ponendo l’accento sui vecchi paradigmi legati alla confrontation e al containment (basta dare un’occhiata per esempio al o datato 2008 del Ministero della Difesa di Seoul). È stata un’ottima occasione mancata quella di integrare e migliorare un approccio che a livello teorico (ma sotto molti punti di vista anche pratico) rappresenta l’unica reale via d’uscita dal vicolo cieco inter-coreano: elaborare un più restrittivo concetto di reciprocità, vincolare maggiormente gli aiuti, avanzare nella cooperazione economica dopo il riuscito esperimento del parco industriale di Kaesong, separare per quanto possibile le questioni umanitarie dal dossier nucleare. Un po’ come trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto.

Infine, è necessario uno sguardo al contesto globale in cui si trovano a giocare la loro partita le due «piccole Coree». In tanti hanno scritto che il vero scontro è quello fra Stati Uniti da un parte e Cina dall’altra. Sembrerebbe ovvio che il nascente, ristretto, direttorio mondiale (o G2) stia monopolizzando l’attenzione generale, ma non sembra sia questo il caso. Ovviamente la Cina utilizza Pyongyang come leva diplomatica a livello mondiale quando le si presenta l’occasione, ma una politica estera così aggressiva non può essere orchestrata da, e non fa nemmeno comodo a, un paese legato alla Corea del Sud da vincoli economici e commerciali sempre più stringenti. Bisognerebbe anche chiedersi perché la Cina ha un così grande potere di influenza sul Nord; possiamo supporre che l’influenza crescente derivi dagli indispensabili aiuti economici e alimentari. Gli stessi aiuti che durante le due amministrazioni progressiste arrivavano da Seoul e che avevano spostato per quasi un decennio il fulcro della dipendenza di Pyongyang circa 1.000 km ad est-sudest di Pechino. Ma questa è un’altra storia.

Per quanto riguarda Washington quello che si nota a prima vista è la mancanza di una presa di posizione netta da parte del presidente Obama sulla questione coreana; non ci sono stati cambiamenti rispetto all’approccio del «falco» Bush. L’impressione è quella del sostegno ad oltranza dell’alleato meridionale con una sorta di “delega” al governo di Lee Mung-bak. Quindi in ottime mani.

Certo è che tra la Cheonane e Yonpyeong un cambiamento è riscontrabile[5]. Mentre nel primo caso le grandi potenze alle spalle delle due Coree cercavano di strumentalizzare la questione per i propri fini, in questo caso, data la gravità della provocazione e il timore di una escalation fino al conflitto aperto, Cina e Stati Uniti hanno iniziato, entrambe, a lavorare per attutire al massimo la tensione nella penisola. Nemmeno l’incontro previsto per gennaio a Washington tra Hu Jintao e Obama ha prodotto importanti decisioni strategiche riguardo alla Corea. Non resta che incrociare le dita e scongiurare qualsiasi ulteriore episodio che possa nuovamente inasprire la situazione in un momento e in un territorio così cruciali.


[1] Per le considerazione del prof. Hecker, vedi North Koreans Unveil New Plant for Nuclear Use, New York Times, 20 novembre 2010, vedi:  http://www.nytimes.com/2010/11/21/world/asia/21intel.html?_r=1.

[2] Dati da North Korea Fires Artillery Shells Toward Yeonpyeong Island, Killing Two Marines, Hankyoreh english edition on-line, 24 Novembre 2010.

[3] La presidenza di Kim Dae-jung va dal 1997 al 2002. La presidenza di Roh Moo-hyun va dal 2003 al 2007. Per un’analisi approfondita della «Sunshine Policy» si veda Moon Chung-in e Steinberg David Kim Dae-jung government and Sunshine Policy, Yonsei University Press, 2001, Seoul. Per una disamina della «Policy of peace and prosperity» si veda: Kang In-duk, Toward peace and prosperity: the new government’s North Korea policy, East Asian Review, Vol. 15 n. 1, 2003 e Kim Chong-nam, The Roh Moo-hyun government’s policy toward North Korea, International Journal of Korean Studies, Vol. 9 n. 2, 2005.

[4] Si tratta dei primi due presidenti eletti dopo la svolta democratica del 1987. L’amministrazione Roh Tae-woo va dal 1987 al 1992 mentre quella di Kim Young-sam dal 1992 al 1997. Per un’analisi delle dinamiche inter-coreane in questo periodo si veda: Cho Yang-hoon Unification in the 1990’s: historiographical prospects, Korea Observer, Vol. 27 n. 1, 1996.

[5] Il 26 marzo 2010 affonda una corvetta della marina sudcoreana nel Mar Giallo, nei pressi dell’isola di Baengnyeong, a bordo ci sono 104 marinai, 46 dei quali perdono la vita. Dopo un’indagine durata circa due mesi, il 20 Maggio 2010 il governo sudcoreano accusa la Corea del Nord di aver silurato la nave.

 

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