Chi è Liu Xiaobo?

di Eleonora Lago

Questa è la storia di un attivista politico, uno scrittore, un professore universitario, un uomo desideroso di pacifiche e graduali riforme politiche. Un eroe che nel 1989, durante il massacro di piazza Tiananmen, è ritornato dagli Stati Uniti per cercare di persuadere gli studenti ad abbandonare la piazza invece che fronteggiare l’esercito e che ha avuto il coraggio di denunciare ripetutamente, ad alta voce, il trattamento che il popolo tibetano è costretto a subire da anni. Nel 1996 si è pronunciato più volte, pubblicamente, a favore del multipartitismo e il suo lavoro ha attirato l’attenzione di chi, fuori dalla Cina, si sta impegnando per promuovere il rispetto dei diritti umani nel Paese. Liu ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti nel corso degli anni.

In occasione dei 60 anni della Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo, nel 2008, Liu ha partecipato, insieme ad altri trecento professori, attivisti, avvocati e artisti, alla redazione e alla diffusione di un documento, conosciuto come Charta 08, che richiedeva la creazione di uno Stato federale libero e democratico, una nuova costituzione, un sistema giudiziario indipendente, la libertà di espressione e il rispetto dei diritti umani in Cina[1].

Liu, vincitore del Premio Nobel per la Pace 2010 per «il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina», non ha potuto ritirare di persona il premio ad Oslo, essendo detenuto dal dicembre 2008 in una prigione del nord della Cina[2]. L’accusa è quella di «incitamento alla sovversione del potere dello stato». Il processo si è svolto dopo un anno di detenzione e Liu è stato condannato a 11 anni di prigione e a due anni di interdizione dai pubblici uffici.

Questa, invece, è un’altra storia, quella di un criminale, un sovversivo, un corrotto e un avido. Un uomo che ha scelto gli attacchi verbali contro importanti ufficiali cinesi come mezzo per raggiungere la fama e la notorietà. Un traditore che ha osato affermare che «dopo cento anni di dominio coloniale, Hong Kong è diventata ciò che è ora. Il resto della Cina è così vasto che avrebbe bisogno di almeno 300 anni di colonizzazione da parte dell’Occidente per raggiungere il livello di sviluppo di Hong Kong. E forse nemmeno 300 anni sarebbero sufficienti». Quest’uomo si vergogna di essere cinese e, come gli Occidentali, considera la Cina una nazione inferiore. Più volte ha sostenuto campagne per l’«indipendenza» di Taiwan e del Tibet e, nel 1989, intravista l’occasione di raggiungere una fama ancora maggiore, è tornato appositamente dagli Stati Uniti per fomentare e sostenere la rivolta degli studenti a Pechino. Un criminale convinto che già nel 1996 era stato mandato in un campo di «rieducazione» per aver disturbato l’ordine sociale. A partire dalla metà degli anni 90, ha iniziato a lavorare per una compagnia finanziata dagli Stati Uniti che aveva il supporto della CIA e, anche durante la sua prigionia, ha continuato ad essere ben pagato. I suoi articoli e le sue proteste contro il governo cinese sono state soltanto un modo per guadagnare dei soldi e, spalleggiato da forze occidentali anti-cinesi, ha cercato di modificare l’attuale sistema politico cinese. Le sue azioni sono andate oltre lo scopo della libertà di espressione. Il suo scopo, fin dal principio, è stato cercare di trapiantare nella RPC istituzioni politiche occidentali e ribaltare il Partito Comunista Cinese, contravvenendo così alla Costituzione e alle leggi cinesi[3].

Il protagonista è chiaramente lo stesso. Liu eroe secondo l’ottica occidentale, Liu criminale per la stampa cinese[4].

L’uomo che secondo il Presidente Obama meritava il premio Nobel molto più di lui, che ha sacrificato la sua liberta per difendere ciò in cui credeva è, per la Cina, solo un sovversivo che incita le persone a schierarsi contro il governo di Pechino, un criminale, colpevole di tentata sovversione del potere dello Stato, come afferma un giornalista del Zhong Guo Ri Bao (il «Quotidiano della Cina») [5].

E che dire della cerimonia di premiazione a Oslo? Una «farsa politica», un «teatrino» che non rappresenta in alcun modo l’opinione pubblica mondiale, tanto meno nelle Nazioni in via di sviluppo, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Jiang Yu. «La parzialità e le menzogne non hanno alcun appiglio per stare in piedi e una mentalità da Guerra Fredda è impopolare. Ci opponiamo risolutamente a qualunque Paese o a qualunque persona che si serva del premio Nobel per interferire nei nostri affari interni, o per violare la sovranità legale e giudiziaria della Cina»[6]. «Se l’Occidente insisterà a giudicare la Cina attraverso gli standard occidentali, se si aspetta che la Cina diventerà uno stato occidentalizzato, l’Occidente è sulla cattiva strada» ha dichiarato recentemente il vice ministro degli esteri cinese Fu Ying, interpretando un sentimento condiviso dal popolo cinese.

Infatti, tra le poche opinioni espresse sulla vicenda da parte di cittadini cinesi, la maggior parte di loro sostiene che il Premio Nobel non ha niente a che vedere con la pace; il premio sarebbe uno strumento politico occidentale per mettere sotto processo la RPC e minare la sua crescita perché la seconda potenza economica mondiale inizia a fare paura[7]. Il Premio quest’anno ha avuto il solo scopo di «far irritare la Cina»: la Cina, ammettono gli intervistati, non è un paese perfetto, ha i suoi problemi, ma l’Occidente non può usare le sue regole per giudicare gli altri; «noi abbiamo il nostro senso di giustizia», sottolineano alcuni.

Esistono tuttavia voci diverse, cittadini cinesi che credono che il loro paese dovrebbe diventare una repubblica democratica e che soltanto quando i diritti umani saranno rispettati la RPC potrà essere considerata davvero un paese civile. Liberi pensatori che vogliono vedere fiorire il loro paese e che trovano i loro portavoce in Liu Xiaobo e in pochi altri che, come lui, osano raccontare quegli aspetti oscuri di questa nazione emergente e contraddittoria. Nonostante il governo li definisca come «affari interni» e preferisca il silenzio nei confronti degli altri paesi, taciuti o censurati, gli aspetti oscuri permangono[8]. Liu Xiaobo e altre «folli» voci discordanti non si sono arresi e hanno continuato a chiedere riforme politiche e legali.

Questi alcuni dei principali attivisti cinesi che hanno scelto di portare alla luce la verità, o almeno la loro versione, e di affrontarne le conseguenze:

 

–         Hu Jia, attivista a favore della democrazia. In carcere.

–         Gao Zhisheng, avvocato, ha difeso i cittadini cinesi contro lo Stato. Incarcerato, torturato, attualmente scomparso.

–         Gao Yaojie, medico e attivista, ha denunciato il traffico di sangue che ha causato migliaia di morti per AIDS nella Cina centrale. Esiliata.

–         Bao Tong, ex ufficiale all’interno del PCC, ha criticato il massacro degli studenti a Tiananmen. Agli arresti domiciliari.

–         Chen GuangCheng, avvocato, ha difeso le donne in gravi condizioni di salute in seguito ad aborti avuti in tarda età, costrette ad abortire a causa della politica del figlio unico. Presumibilmente agli arresti domiciliari.

–         Ding Zilin, attivista, co-fondatrice del gruppo Tiananmen Mothers in seguito alla morte del figlio adolescente, colpito alla schiena con un colpo di arma da fuoco dai soldati cinesi durante le manifestazioni del 1989. Presumibilmente agli arresti domiciliari.

–         Qin YongMin, co-fondatore del partito democratico cinese, promotore dei diritti umani e della democrazia. In carcere.

–         Tan Zuoren, avvocato impegnato nello stilare il numero esatto dei bambini morti sotto il crollo delle scuole durante il terremoto del Sichuan. In carcere.

–         Shi Tao, giornalista. In carcere.


[1] Di seguito riporto le parole che Liu Xiaobo scrisse per la sua difesa al processo in cui è stato condannato a 11 anni di carcere e che non ebbe la possibilità di leggere in quanto la corte cinese non diede l’autorizzazione a dichiarazioni spontanee: «I valori espressi in Charta 08 e le riforme politiche proposte hanno come obiettivo di lungo periodo uno stato federale che sia libero e democratico, attraverso 19 proposte di riforme, graduali e pacifiche. Dato che le riforme attualmente in corso hanno molte carenze, noi abbiamo chiesto al partito che governa di camminare su due piedi anziché su uno solo, portando avanti tanto le riforme politiche, quanto quelle economiche.

Questo è il modo con il quale una società civile spinge affinché il suo governo gli ceda una parte del potere, con pressioni dal basso per chiedere al governo di mettere in atto dei cambiamenti dall’alto. In questo modo il governo e la società civile possono lavorare insieme, in una cooperazione soddisfacente e realizzare velocemente il sogno di un governo costituzionale, anelato dai cinesi per 100 anni. (…) Negli ultimi vent’anni mi sono sempre opposto sia a cambiamenti improvvisi, sia a rivoluzioni violente».

[3] Le informazioni relative alla descrizione e all’interpretazione cinese della vicenda derivano dalla consultazione delle due o tre principali testate diffuse a Pechino nel mese di novembre 2010. I giornali consultati in Cina sono ovviamente tutti controllati e approvati dalla XinHua, l’agenzia stampa del governo.

[4] China Vents Fury at Dissident’s Nobel Award, BBC News, 9 Ottobre 2010, consultabile al sito http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-pacific-11507381.

[5] Nobel Peace Prize Awarded to China Dissident Liu Xiaobo, BBC News, 8 Ottobre 2010, consultabile al sito http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-11499098.

[6] La stampa cinese riporta in un articolo del Zhong Guo Ri Bao del 5 novembre 2010: «Durante la Guerra Fredda il premio Nobel assunse una finalità ideologica e diventò uno strumento dell’Occidente per promuovere l’evoluzione pacifica in Paesi con diversi sistemi politici. Dopo la fine della Guerra Fredda, il premio è stato ripetutamente usato dall’Occidente per diffondere i suoi valori e modelli di sviluppo nel resto del mondo».

[7] In Cina esiste ancora una forte antipatia verso le potenze straniere, un’antipatia che risale ai tempi delle guerre dell’Oppio scatenate dalla Gran Bretagna nel XIX secolo. I bambini imparano a scuola che il 1800 è stato il “secolo dell’umiliazione nazionale” e molti cinesi pensano ancora che l’Occidente voglia mantenere il loro paese debole e diviso.

[8] Tougher and Tougher, in «The Economist», febbraio, 13, 2010.

Questa voce è stata pubblicata in Asia e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Chi è Liu Xiaobo?

  1. Pingback: World in Progress No.5 | World In Progress

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...