Il dragone in equilibrio tra Washington e Tehran

di Roberta Mulas

La crescita inarrestabile del gigante cinese è ormai un fatto assodato. Ciò che resta ancora da scoprire è come evolveranno i rapporti tra Pechino e Washington nei prossimi anni. Durante la visita negli Stati Uniti del presidente cinese Hu Jintao, lo scorso gennaio, i due paesi hanno riaffermato il bisogno reciproco e il carattere allo stesso tempo cooperativo e competitivo delle loro relazioni. Per quanto riguarda la spinosa crisi con l’Iran, i due leader hanno richiamato la comune opposizione alla proliferazione di armi nucleari. Obama ha sostenuto la necessità che l’Iran rispetti i propri obblighi internazionali, sottolineando l’importanza di una strategia basata sulle sanzioni del Consiglio di Sicurezza e sul dialogo con Tehran[1].

Questi due elementi appaiono come il minimo comune denominatore dell’approccio dei due giganti. Vista l’importanza assegnata dagli Stati Uniti al caso iraniano, è interessante chiarire quale sia il calcolo dietro le mosse cinesi nello scacchiere persiano. I rapporti tra Pechino e Tehran, infatti, sono un test importante per capire che direzione prenderanno le relazioni strategiche sino-americane.

La politica della Cina nei confronti dell’Iran è un complicato esercizio di equilibrismo tra l’appoggio alla Repubblica islamica e la volontà di non sfidare Washington. Pechino si trova di fronte a un rebus senza facili soluzioni, ma sembra poter ricavare i massimi benefici in questo complicato frangente. Mantenendo una posizione quanto più equidistante possibile, la Cina ha infatti potuto ottenere concessioni da entrambi, senza alienarsi del tutto né l’una né l’altra parte.

La politica estera cinese, che fa della crescita economica la massima priorità, è sempre più dettata dalle sue necessità energetiche. In vent’anni è passata da essere il maggior esportatore di petrolio dell’Asia orientale al secondo consumatore al mondo di idrocarburi; le risorse naturali del Golfo Persico, quindi, giocano un ruolo di primo piano nei suoi calcoli. La crescente sete di petrolio della Repubblica Popolare viene ormai abbondantemente soddisfatta da Tehran, che è diventato il terzo fornitore di greggio, responsabile dell’11,4% delle importazioni energetiche di Pechino[2].

Gli interessi commerciali dei due paesi, inoltre, sono largamente complementari. La Cina è un partner commerciale importantissimo per Tehran, il primo paese a ricevere le sue esportazioni e la seconda fonte delle sue importazioni (perlopiù macchinari e beni di consumo). Il volume del commercio bilaterale tra i due è triplicato negli ultimi cinque anni, raggiungendo quota $29 miliardi nel 2010[3].

Dal punto di vista dell’Iran, la cooperazione con la Cina ha permesso di controbilanciare l’isolamento internazionale e la riduzione dei suoi scambi con l’Occidente. In aggiunta alle sanzioni Onu, gli Stati Uniti hanno emanato altri provvedimenti restrittivi, che penalizzano le compagnie straniere con grossi interessi in Iran. In questo vuoto la Cina si è potuta inserire con successo, firmando contratti miliardari per lo sviluppo dei giacimenti di petrolio e di gas naturale della Repubblica islamica[4].

Inoltre dalla fine degli anni ottanta la Cina ha venduto all’Iran vari tipi di armamenti e, secondo il SIPRI, dal 2008 ha scalzato la Russia come maggior fornitore, dopo che Mosca ha drasticamente ridotto i suoi trasferimenti[5]. La collaborazione sino-iraniana aveva riguardato inizialmente anche missili balistici e da crociera oltre che tecnologie nucleari. Queste ultime hanno aiutato Tehran a riattivare il proprio programma atomico, interrotto dopo la rivoluzione.

Nel 1997, sotto forti pressioni statunitensi, Pechino ha interrotto l’assistenza in questi settori sensibili. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno ripetutamente richiesto che alcune attività siano proseguite e hanno sanzionato a più riprese delle aziende cinesi per i loro legami con Tehran, anche se non è del tutto chiaro quale sia il coinvolgimento del governo della Repubblica popolare in tali affari.

La competizione cinese è politica oltre che economica e questo rappresenta un elemento di crescente preoccupazione per gli Stati Uniti. L’espansione del ruolo regionale dell’Iran controbilancia l’influenza statunitense nella regione, uno sviluppo visto con simpatia da Pechino, che tenta di coltivare relazioni amichevoli con il maggior numero di stati. La Cina, inoltre, ha sempre espresso la sua preferenza per un mondo multipolare e ha fatto proprie le istanze anti-egemoniche del Movimento dei paesi non allineati.

Se alcuni sostengono che la Cina stia puntando su un ordine mondiale post-statunitense, la politica persiana di Pechino, pur in maniera ambigua, ha privilegiato l’allineamento con Washington anche a costo di dispiacere agli ayatollah. Mantenere buone relazioni bilaterali è dunque rimasta la priorità, dato che gli interessi che i due giganti condividono fanno impallidire i legami con Tehran. Il volume di affari tra Cina e USA ha raggiunto quota $400 miliardi e entrambi attribuiscono la massima rilevanza al mantenimento di prezzi del petrolio accessibili, alla sicurezza delle rotte marine e a un ambiente internazionale stabile[6].

Un altro interesse comune è quello di impedire la proliferazione di armi nucleari: la Cina, come gli Stati Uniti, vedrebbe il valore del suo arsenale atomico ridotto nel caso in cui altri stati si dotassero di queste armi, oltre a dover confrontare un vasto numero di potenziali minacce alla sua sicurezza. D’altro canto, nel caso dell’Iran, non condivide l’urgenza statunitense e teme, anzi, che le azioni di Washington e dei suoi alleati siano una minaccia per la stabilità mediorientale.

Gli sforzi occidentali, volti ad isolare Tehran per indurlo a più miti consigli sul suo programma nucleare, sono stati in parte mandati all’aria dalla resistenza di Russia e Cina. La posizione cinese negli ultimi anni è stata centrata sulla necessità di trovare una soluzione negoziale alla crisi, che rassicuri la comunità internazionale delle intenzioni esclusivamente pacifiche del programma iraniano. Senza dimenticare che il nucleare civile è un diritto garantito a tutti i membri del Trattato di non proliferazione nucleare, Pechino si è unita alla comunità internazionale nel chieder conto a Tehran delle sue infrazioni.

Allo stesso tempo ha preferito porre l’accento sui meccanismi multilaterali, rifiutando metodi coercitivi e criticando Washington in varie occasioni per le eccessive pressioni esercitate sull’Iran. Le sanzioni non piacciono alla Cina, che le considera uno strumento di ingerenza negli affari interni e, peggio ancora, nei rapporti economici tra stati, un elemento che per Pechino riveste un ruolo cruciale[7].

Tuttavia, la Cina ha dato il suo consenso a quattro round di sanzioni e varie altre risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condannano Tehran e ordinano lo stop alle centrifughe. Questo è stato un modo di mantenere buone relazioni con Washington e di presentarsi come un partner strategico piuttosto che come uno sfidante[8].

Pechino ha, però, sempre insistito che le sanzioni non interferissero con i propri interessi nella Repubblica islamica. Insieme alla Russia ha fatto in modo che le sanzioni fossero ben più deboli di quanto auspicato da Washington e che non includessero il ricorso all’uso della forza. Ha anche ottenuto che non intaccassero la cooperazione economica tra Cina e Iran, ovvero che non riguardassero gli investimenti stranieri nel settore energetico iraniano, né che venissero posti dei limiti alle importazioni di prodotti raffinati da parte di Tehran[9].

Il caso dell’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza, emanata a inizio giugno del 2010, è particolarmente illustrativo dello sforzo da equilibrista di Pechino. Nonostante una proposta negoziale fosse sul tavolo (l’accordo per lo scambio di combustibile nucleare avanzato da Turchia e Brasile), la Cina ha sorpreso Tehran allineandosi con gli Stati Uniti nel votare nuove sanzioni. A questo proposito,  bisogna innanzitutto notare come Pechino abbia dovuto assumere un ruolo sempre più autonomo, data la minore opposizione russa, e abbia comunque preferito evitare di trovarsi isolata all’interno del Consiglio di Sicurezza[10].

Il motivo dell’azione cinese, però, potrebbe risiedere in uno scambio di benefici da parte di Washington in caso di appoggio. Dato che le sanzioni non hanno coinvolto il settore energetico iraniano, Stati Uniti e vari alleati occidentali hanno emanato pochi mesi dopo delle sanzioni unilaterali in tal senso. Varie fonti riportano che la Cina avrebbe ottenuto l’esenzione da queste penalità[11]. Inoltre, Washington ha convinto l’Arabia Saudita, il maggior fornitore di petrolio della Repubblica popolare, ad aumentare le vendite di greggio alla Cina in cambio di azioni risolute contro Tehran[12].

Gli Stati Uniti stanno tentando di stringere il cerchio attorno all’Iran attaccando il suo settore energetico, che è responsabile per oltre metà dei proventi del governo. L’obiettivo è porre le compagnie straniere (dal momento che a quelle statunitensi è già proibito) di fronte a una scelta tra fare affari con Washington o con Tehran[13]. La Cina sta tentando in tutti i modi di sottrarsi a questo aut aut, ma se la tensione salirà è possibile che dovrà rinunciare al suo equilibrismo. Non è da escludere che, come sostengono alcuni, stia facendo un doppio gioco o semplicemente tentando di essere il terzo che tra i due litiganti, come si sa, gode. Quale che sia la situazione, alla luce di quanto descritto, appare molto più probabile che Pechino decida di abbandonare l’Iran piuttosto che rischiare di innescare una sfida totale agli Stati Uniti.


[1] The White House, Press conference with President Obama and President Hu of the People’s Republic of China, Office of the Press Secretary, 19 gennaio 2011.

[2] Factbox: Ties binding China and Iran, Reuters, 18 maggio 2010.

[3] Iran-China trade volume reaches $38bn, PressTV, 13 febbraio 2011.

[4] Ali Sheikholeslami, Anthony DiPaola e Alaric Nightingale, Iran’s nuclear sanctions make China, Russia winners, Bloomberg Businessweek, 9 agosto 2010, http://www.businessweek.com/news/2010-08-09/iran-s-nuclear-sanctions-make-china-russia-winners.html.

[5] Stockholm International Peace Research Institute, SIPRI Arms Transfer Database, http://www.sipri.org/research/armaments/transfers/databases/armstransfers.

[6] David Zweig e Bi Jianhai, China’s global hunt for energy, Foreign Affairs, Vol. 84, No. 5, Sept/Oct 2005.

[7] Gregory Kulacki, The U.S. and China: Two views of sanctions, All Things Nuclear, 18 giugno 2010.

[8] John Garver, Is China playing a dual game in Iran?, The Washington Quarterly, Vol. 34, No. 1, Winter 2011.

[9] John Garver, Flynt Leverett, and Hilary Mann Leverett, Moving (Slightly) Closer to Iran: China’s Shifting Calculus for Managing Its «Persian Gulf Dilemma», The Edwin O. Reischauer Center for East Asian Studies, Asia-Pacific Policy Papers Series, ottobre 2009.

[10] International Crisis Group, “The Iran nuclear issue: The view from Beijing,” Asia Briefing N°100, 17 febbraio 2010.

[11] Peter Lee, China plays lap-dog in sanctions ploy, Asia Times, 25 maggio 2010, Tony Karon, What did China get for backing Iran sanctions?, Time, 26 maggio 2010.

[12] Chris Zambelis, Shifting sands in the Gulf: The Iran calculus in China-Saudi Arabia relations, China Brief, Vol. 10, Issue 10, 13 maggio 2010.

[13] The impact of sanctions on Iran’s nuclear program, Arms Control Association, ACA Briefing Series: Solving the Iranian Nuclear Puzzle, Carnegie Endowment for International Peace, Washington, 9 marzo 2011.

 

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