Il Giappone di fronte all’ascesa cinese

di Matteo Dian

Qual è l’impatto dell’ascesa cinese sui rapporti bilaterali con il Giappone? La risposta non è semplice né univoca. Per il Giappone la crescita della Cina rappresenta allo stesso tempo un opportunità economica, una sfida politica e una potenziale minaccia militare.

Andiamo con ordine. Dal punto di vista economico e commerciale le relazioni bilaterali non sono mai state così positive. La Cina è il primo partner commerciale per il Giappone[1]. Il Giappone è il terzo mercato per i prodotti cinesi (dopo UE e Stati Uniti).

Le statistiche sui rapporti commerciali ed economici sembrano avvalorare le previsioni, ispirate ad una logica liberale ed ottimista, che vedono nella Cina uno responsible stakeholder del sistema internazionale[2]. La crescita cinese, da questo punto di vista, può essere interpretata come un’occasione per il Giappone di ampliare i propri mercati, accrescere le proprie esportazioni e uscire da una fase di stagnazione che ormai si protrae da diversi anni. Questa interpretazione è coerente con la grande narrativa proposta dal partito comunista cinese in questa fase, ovvero quella dello Sviluppo Armonioso (o anche della «Peaceful Rise»)[3]. Secondo questa impostazione, la Cina crescerà prospera e pacifica, contribuendo allo sviluppo di tutta l’Asia orientale.

Se dall’economia si passa alla sfera politica e militare, le ragioni dell’ottimismo devono lasciare spazio ad una buona dose di prudenza. Da questo punto di vista, la Cina è una potenza emergente o addirittura un «egemone potenziale», con un budget militare in crescita vertiginosa e una serie di dispute territoriali in corso. Ciò non può che rappresentare una minaccia per un vicino come il Giappone[4]. Nella zona è in atto un «dilemma della sicurezza» su vasta scala, ovvero una serie di azioni e reazioni che tendono a peggiorare lo stato di insicurezza generale. La Cina ha intrapreso negli ultimi anni un ampio programma di espansione e modernizzazione miliare che ha riguardato tutti i settori delle forze armate e in particolare la marina[5].

Il Giappone recentemente ha accelerato il suo percorso di «normalizzazione» che lo ha portato ad abbandonare molti dei vincoli e dei limiti che avevano caratterizzato la sua politica estera e di difesa dalla Seconda guerra mondiale in poi[6].

Alcuni passi significativi sono stati l’invio di truppe all’estero (in Iraq nel 2004), il supporto logistico al conflitto in Afghanistan e la cooperazione con gli Stati Uniti al progetto di scudo missilistico nel Pacifico. Inoltre, nell’agenda politica giapponese rientra periodicamente la proposta di revisione dell’Articolo 9 della Costituzione, che prevede la rinuncia alla guerra come diritto sovrano e la rinuncia al mantenimento di ogni genere di «war pontential» e di capacità militari offensive[7].

Il passo più recente è stato annunciato con le nuove National Defense Program Guidelines. Con questo programma, il Giappone pare abbandonare anche formalmente l’approccio della «defensive defense» in favore di una «dynamic defense», passando dalla semplice difesa passiva dell’arcipelago alla tutela attiva degli interessi e della sicurezza giapponese nell’area.

Come appare evidente dopo l’incidente delle Senkaku Island, isole oggetto di una disputa territoriale, le tensioni più gravi possono derivare dal mare, a causa della competizione per il controllo del Mar Cinese Orientale e dalla progressiva militarizzazione delle cosiddette SLOCs (le linee di comunicazione marittima) [8]. Ma un altro motivo di tensione è la cosiddetta «questione della memoria»[9]. Giappone e Cina, infatti, non sono mai giunti ad una riconciliazione e una costruzione di una memoria condivisa sui fatti della seconda guerra mondiale. Non c’è mai stato un Primo Ministro giapponese pronto a presentare scuse ufficiali per i crimini compiuti durante la Seconda Guerra mondiale, come fece, ad esempio, Willy Brandt a Varsavia nel 1970[10]. La «carta della memoria» viene periodicamente utilizzata dai due governi, spesso in modo strumentale, per alimentare un clima di tensione e per legittimare la propria posizione politica all’interno. È successo con le visite di Koisumi, Abe e Fukuda (primi ministri conservatori dal 2000 al 2009) allo Yasukuni Shrine, memoriale scintoista alla vittime di guerra dove sono sepolti anche numerosi criminali di guerra e con le dimostrazioni anti-giapponesi in Cina legate soprattutto alla memoria del massacro di Nanchino[11].

Dopo la storica vittoria del Partito Democratico del Giappone (DPJ) nel 2009 né il Primo Ministro Hatoyama né il suo successore Kan hanno visitato Yasukuni e hanno cercato di stabilire un approccio più positivo verso la Cina. Hatoyama è arrivato a proporre la costruzione di una «comunità dell’Asia Orientale» nel settembre 2009, una soluzione parzialmente alternativa all’approccio tradizionale, basato soprattutto sull’alleanza con gli Stati Uniti. Dopo l’incidente delle Senkaku, i tentativi del DPJ di trovare un’alternativa caratterizzata da un maggiore grado di autonomia rispetto agli Stati Uniti sembrano accantonati.

È difficile, quindi, fare previsioni sull’andamento delle relazioni bilaterali tra Giappone e Cina nel breve-medio periodo. Nonostante esistano forti spinte strutturali verso un deterioramento dei rapporti bilaterali, questo non è un esito obbligato. Molto dipenderà dalla capacità di entrambi i governi di trovare una soluzione diplomatica ai problemi più spinosi, in particolare quelli derivanti dalla competizione nel Mar Cinese Orientale e dalla volontà di non tornare a giocare la «carta della memoria».


[1] Japan Corporate Network, Japan-China Trade in 2010 Exceeds US$300 Billion to Set New Record http://www.japancorp.net/Article.Asp?Art_ID=23711

[2] La definizione viene da Robert Zoellick, ex Vice di Segretario di Stato e Presidente della World Bank. Su questo concetto: Daniel W. Drazner, Is China a Responsible Stakeholder or a revisionist superpower? http://drezner.foreignpolicy.com/posts/2010/05/24/is_china_a_responsible_stakeholder_or_a_revisionist_sperpower

[3] Ming Xia, China Threat or a Peaceful Rise of China? http://www.nytimes.com/ref/college/coll-china-politics-007.html Shulong Chu and Xiao Ren, China’s Peaceful Development Doctrine. National Bureau of Asian Research. October 2008. http://www.nbr.org/publications/element.aspx?id=444 Esther Pan, The Promise and Pitfalls of China’s ‘Peaceful Rise’ April 14, 2006, Backgrounder Council of Foreign Relations. Zheng Bijian, China’s «Peaceful Rise» to Great-Power Status Foreign Affairs. Settembre-ottobre 2005. Barry Buzan, China in International Society: Is ‘Peaceful Rise’ Possible? Chinese Journal of International Politics (2010) 3 (1): 5-36. Jianyong Yue, Peaceful Rise of China: Myth or Reality? International Politics  45, pp. 439-456 (luglio 2008) Daniel Blumenthal, What happened to China’s ‘peaceful rise? http://shadow.foreignpolicy.com/posts/2010/10/21/what_happened_to_chinas_peaceful_rise

[4] Per un’interpretazione derivata dalla teoria del «realismo offensivo», vedi John J Mearsheimer, China’s Unpeaceful Rise, Current History; Apr 2006; 105, 690. I precedenti esempi di egemoni potenziali sono la Germania guglielmina, la Germania nazista e il Giappone prima della Seconda guerra mondiale.

[5] Kent Calder, China and Japan’s Simmering Rivalry, Foreign Affairs 85 (marzo- aprile 2005): pp. 1-11; Denny Roy, The Sources and Limits of Sino-Japanese Ties, Survival, vol. 47, no. 2, Summer 2005. Stephen Walt, Balancing Acts in Asia. US do less, Japan does more http://walt.foreignpolicy.com/posts/2011/03/01/balancing_act_in_asia.

Martin Fackler, With Its Eye on China, Japan Builds Up Military. New York Times 1 Marzo 2011.

http://www.nytimes.com/2011/03/01/world/asia/01japan.html?_r=2&ref=world

[6] Andrew L. Oros, Normalizing Japan: Politics, Identity, and the Evolution of Security Practice. Stanford, CA: Stanford University Press, 2008. Christopher Hughes, Japan’s Security Policy and the War on Terror: Steady Incrementalism or Radical Leap?, CSGR Working Paper 104/02.Warwick 2002 University of Warwick, CSGR

[7] Richard Samuels and Patrick J. Boyd, Nine Lives? The politics of constitutional reform in Japan, East-West Center. Policy studies Washington, D.C 2005 e Tobias Harris, Constitutional Revision Back in Agenda?, febbraio 2009. http://www.observingjapan.com/search/label/Article%209

[9] Jennipher Lind, Sorry States. Apologies in International Politics. Cornell University Press. 2009. http://www.cornellpress.cornell.edu/cup_detail.taf?ti_id=4850 John Torpey, ed. Politics and the Past. Lanham, MD: Rowman & Littlefield. 2003 Melissa Nobles. The Politics of Official Apologies. New York: Cambridge University Press. 2008 . He Yinan, History, Chinese Nationalism and the Emerging Sino-Japanese Conflict, Journal of Contemporary China 16, no. 50 (Febbraio 2007): 1–24.

[10] Nel 1970 il cancelliere tedesco Willy Brandt presentò le scuse della Germania alla Polonia con una celebre commemorazione della rivolta del ghetto di Varsavia. Willy Brandt’s Silent Apology, http://www2.facinghistory.org/Campus/Memorials.nsf/0/DC396F572BD4D99F85256FA80055E9B1

[11] Sul significato e la storia del Yasukuni Shrine, http://www.yasukuni.or.jp/english/index.html?mode=skip

 

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