La rincorsa (in)finita di Pechino

di Gaetano Di Tommaso

Chimerica. È il neologismo coniato da Niall Ferguson all’inizio del 2007 e da allora usato per definire la peculiare simbiosi che si è creata dall’inizio del nuovo millennio tra l’economia statunitense e quella cinese. Secondo lo storico inglese, il tipo di sviluppo export-led di Pechino e la tendenza all’overconsumption degli statunitensi ha fatto sì che si formassero dei vincoli economici profondi tra i due paesi, dando vita ad una sorta di «improbabile matrimonio finanziario tra l’unica superpotenza mondiale e il suo rivale futuro più accreditato»[1]. Di fatto, i dati che oggi raccontano il rapporto tra Stati Uniti e Cina sono incontrovertibili: considerati insieme i due paesi formano «circa il 13% della superficie terrestre, un quarto della sua popolazione, più di due terzi del PIL mondiale e sono responsabili di circa i due quinti della crescita economica globale degli ultimi dieci anni»[2].

Se però gli Stati Uniti hanno sono sempre stati – dal secondo dopoguerra in poi – il paese di riferimento per gli indici di crescita e di ricchezza economica, l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese (RPC) è storia degli ultimi venti anni. Proprio per questo, in termini di confronto diretto la rincorsa di Pechino ai primati di Washington appare impressionante: «nel 1990, il PIL (a parità di potere d’acquisto) della Cina non arrivava ai mille miliardi di dollari, mentre oggi supera i 10mila miliardi. Quello degli Stati Uniti, invece, nello stesso arco di tempo è cresciuto “solo” da 5.800 a 14.624 miliardi»[3]. Anche volendo togliere l’equiparazione artificiosa basata su un identico potere d’acquisto, il risultato rimane lo stesso. Anzi, c’è da registrare uno dei record economici più significativi degli ultimi anni per Pechino: a febbraio, infatti, la Cina ha definitivamente scalzato il Giappone – dopo quarant’anni di controllo indiscusso e settimane prima della catastrofe che avrebbe colpito il paese nipponico – come seconda economia mondiale, con un valore assoluto del PIL che ora, appunto, è secondo solo a quello statunitense[4]. La forza della RPC nei confronti del partner americano si evince anche da altri indicatori importanti, come quello che riporta la quota dell’export mondiale guadagnata da ogni singolo paese. I prodotti Made in China oggi formano quasi il 10% delle esportazioni mondiali, dando al gigante orientale il primato nel settore. Il governo di Pechino ha superando la Germania (che ha detenuto la prima posizione per gran parte del decennio) e gli stessi Stati Uniti, fermi all’8,4%[5]. E il confronto per Washington si fa ancora più imbarazzante se considerano i dati di venti anni fa, quando le percentuali per il paese asiatico e per quello statunitense erano rispettivamente dell’1,9 e del 12,1[6]. In pratica, nell’ultimo decennio il famigerato tasso di crescita cinese – rimasto spesso a due cifre anche negli anni della recessione globale – ha guidato la rincorsa al primato americano, permettendo al paese di ricucire agevolmente lo strappo da sempre presente tra le due economie[7]. Oggi la Cina è il paese con le più alte riserve di dollari – quasi 3.000 miliardi –, oltre ad essere quello che detiene la quota più alta di debito pubblico statunitense[8]. Negli ultimi anni, inoltre, il disavanzo annuo di Pechino nella bilancia commerciale con gli Stati Uniti ha costantemente superato i 250 miliardi. Il risultato è stato che «between 2000 and 2008 the United States outspent its national income by a cumulative 45 percent, i.e. total U.S. spending over the period was 45 per cent higher than total income. Purchases of goods from China in excess of income accounted for about a third of over-consumption»[9].

Non è difficile quindi affermare come la Chimerica, a dispetto del gioco di parole, sia oggi una realtà. Meno facile, invece, è determinare se questo intreccio tra le prime due economie mondiali sia uno sviluppo egualmente fruttuoso per entrambe e se continui ad essere un esito auspicabile a livello globale. Di fatto, a trarre più vantaggio da questa simbiosi sembra essere stata la Cina che, grazie alla capacità d’acquisto statunitense, dal 2000 ha quasi quadruplicato il suo PIL, ha aumentato vertiginosamente il livello di esportazioni e ha creato milioni di posti di lavoro al suo interno. Dall’altra parte dell’Oceano, la collaborazione economica con Pechino non è comunque apparsa meno positiva, visto che ha dato per anni la possibilità di mantenere alti i consumi e di finanziare il conseguente debito[10].

C’è, però, da considerare il riflesso che la progressiva commistione commerciale tre i due paesi e la conseguente ascesa economica della Cina ha avuto e continua ad avere sullo status politico internazionale del paese asiatico e sui rapporti di forza del governo di Pechino vis-à-vis con gli Stati Uniti. All’accresciuto potere economico, infatti, è corrisposto un inevitabile aumento del peso politico sulla scena internazionale. Se, tuttavia, sono difficilmente contestabili le esternalità positive – volontarie o involontarie – ottenute da ognuno grazie alla presenza dell’altro in ambito economico, lo stesso non si può dire dal punto di vista diplomatico e militare, dove la convivenza tra Stati Uniti e Cina è sempre più delicata. Di fatto, le differenze culturali, politiche e ideologiche tra Washington e Pechino riproducono due modelli divergenti di ordinamento istituzionale e sviluppo sociale, alimentando una competizione latente che ormai tocca tutti gli ambiti della politica internazionale[11]. Dalla protezione dei diritti umani al rispetto di precisi di standard ambientali, passando per il coordinamento dei mercati finanziari globali e per la definizione di interessi geostrategici, sono moltissime ormai le aree di forte frizione tra i due paesi. Su tutti questi temi, sperare in un intesa tra i due giganti sembra oggettivamente complicato. La collaborazione sino-statunitense è ancora più lontana se si valuta l’atteggiamento mantenuto dal governo di Pechino in questo braccio di ferro a distanza con Washington. Da parte del paese asiatico, infatti, finora non si è registrata un’assunzione di responsabilità a livello internazionale in grado di uguagliare le sue grandi ambizioni di potenza. La RPC continua a mostrarsi come una potenza riluttante, non desiderosa di accollarsi gli oneri di cooperazione e coordinamento che gli sono richiesti a livello globale[12]. Le grandi aspettative che si accompagnano ad ogni incontro ufficiale del G-2 – non ultime quelle legate all’ultima visita di Hu Jintao negli Stati Uniti, a fine gennaio –, vengono puntualmente disilluse di fronte all’incompatibilità delle posizioni reciproche e all’indisponibilità dai quadri del partito comunista a cedere a qualsiasi richiesta di riforma o apertura interna che possa anche solo indirettamente minarne la solidità del comando[13].

Ad ogni modo, per ora la rincorsa cinese agli Stati Uniti e la sfida lanciata alla sua supremazia nel panorama globale si fermano ai piedi dell’arsenale militare americano. Proprio quei numeri additati come simbolo dell’ascesa del paese asiatico sono ancora impietosi quando si tratta di mettere a confronto l’hard power a disposizione dei due contendenti. Gli Stati Uniti nel 2010 hanno riservato alla difesa un budget quasi dieci volte maggiore di quello cinese, mentre assegnano stabilmente al ramo militare una percentuale del PIL che è doppia di quella di Pechino. Tutto questo, ovviamente, senza considerare il potere di estrema ratio nelle mani di Washington, in possesso di un arsenale nucleare che supera di quaranta volte quello a disposizione del paese asiatico[14].

Il problema, ovviamente, rimane nell’imprevedibilità delle intenzioni di Pechino, che recentemente ha dato un ulteriore prova della sua determinazione facendo circolare le fotografie del suo primo modello di Stealth[15]. In effetti, non è una novità che la sfida alla supremazia statunitense, silenziosa e celata dietro la cortina innalzata dal regime, sia stata già lanciata anche in ambito militare.

Se le relazioni internazionali seguissero alla lettera i dettami teorici dell’omonima disciplina, gli Stati Uniti – egemone sfidato da una potenza in ascesa – avrebbero una serie di opzioni ben definite tra cui scegliere, riassumibili rozzamente in due categorie: collaborare con lo sfidante, ridurre il proprio ruolo internazionale e organizzare la transizione di potere in modo da mantenere comunque i propri privilegi il più a lungo possibile; oppure reagire, attaccare e combattere (e possibilmente sconfiggere) la potenza rivale prima che sia troppo tardi, quando ancora l’equilibrio delle forze è a favore del vecchio egemone. Nella realtà, però, nessuno di questi due corsi d’azione sembra oggi destinato ad avere successo. La collaborazione, infatti, è inibita da un’incompatibilità di fondo e da reciproca sfiducia, mentre anche solo ipotizzare un conflitto significherebbe prospettare scenari catastrofici – ed oggi francamente irrealistici – per entrambi i contendenti, oltre che per il mondo in generale. Anche senza scomodare il precedente illustre del secondo dopoguerra, ad Obama e Hu Jintao rimane il compito di gestire una situazione in cui, come in passato, si è troppo diversi per amarsi ma troppo forti per pensare di farsi del male.

 

 


[2] Ibid.

[7] Per un confronto dei tassi di crescita degli ultimi dieci anni, vedi http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-16/cina-primi-mesi-2010-080830.shtml?grafici&uuid=AY8OhCHC

[8] Per i dati sulle riserve di dollare, vedi http://www.pbc.gov.cn/publish/html/2010s09.htm.

[10] Alla luce della crisi economica degli ultimi due anni, però, è stato proprio Ferguson ha puntare il dito contro il circolo vizioso creato dai due paesi, indicando come gli amplissimi investimenti cinesi abbiamo significativamente contribuito a mantenere bassi i tassi di interesse statunitensi, permettendo che si allargasse la forbice tra il risparmio e il consumo degli americani. In questo modo, la creazione (e il successivo scoppio) della bolla speculativa nel 2008, quindi, sarebbero in parte causate proprio dalla combinazione dei fattori economici che hanno unito le due economie. Vedi anche http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/11/16/AR2008111601736.html.

La responsabilità indiretta sulla recente recessione, però, non sembra un motivo sufficiente per pensare di districarsi dall’abbraccio di Pechino. C’è chi, al contrario, è pronto a scommettere su questa relazione, annoverando la collaborazione tra Stati Uniti e Cina come uno dei pilastri del sistema finanziario moderno, in grado di garantire benessere anche agli altri membri della comunità internazionale. Secondo la recente analisi di Zachary Karabell, i due paesi formerebbero un’unica economia integrata – secondo gli stessi processi descritti in precedenza – che ha ormai raggiunto uno stadio irreversibile di sviluppo. In questo caso si tratterebbe di un’unione quasi involontaria, dettata dal mercato a dispetto delle divergenze politiche e delle differenze culturali. Da questo punto di vista, la disponibilità cinese a finanziare il debito americano avrebbe alleviato, piuttosto che aggravato, la condizione di Washington al cospetto della crisi del 2008. Zachary Karabell, Superfusion: How China and America Became One Economy and Why the World’s Prosperity Depends on It. Simon & Schuster, 2009.

Questa voce è stata pubblicata in Stati Uniti/United States e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a La rincorsa (in)finita di Pechino

  1. Pingback: World in Progress No.5 | World In Progress

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...