L’Africa Sub Sahariana e la Repubblica Popolare Cinese: tra cooperazione e neoimperialismo

di Alberto Graciotti

Il sistema internazionale del XXI secolo è in subbuglio: l’egemonia statunitense è sfidata dal consolidamento di nuovi stati che con la loro ascesa stravolgono la configurazione degli equilibri internazionali preesistenti. Il paese che oggi meglio rappresenta tale cambiamento è sicuramente la Repubblica popolare cinese (RPC). Da territorio di conquista della brama imperialista occidentale prima e giapponese poi, in poco più di mezzo secolo la Cina è diventata una colonna portante dell’attuale ordine internazionale. Alcuni parlano di Pechino come di una potenza con bassa propensione a modificare le norme del sistema internazionale: perfettamente integrata nel mercato internazionale e interessata a difendere i principi della Carta dell’ONU, la RPC accetterebbe le regole del gioco dell’apertura dei mercati e della competizione è globale[1]. Ciò che però caratterizza la Cina e richiama l’attenzione dei paesi occidentali è il suo modello politico: il Partito Comunista cinese, infatti, sostiene un sistema autoritario che si alimenta sui residui ideologici della dittatura del proletariato.

A differenza della Guerra Fredda, però, lo scontro ideologico oggi non divide il mondo in due blocchi chiusi e isolati e pare essersi sviluppata una sola identità economica e sociale. I progressi tecnologici, la liberalizzazione economica, la divisione internazionale del lavoro, le problematiche transnazionali come il riscaldamento globale o il crimine organizzato hanno contribuito a disegnare un’unica dimensione spaziale internazionale.

La crescente interdipendenza avvicina gli individui connettendo territori agli antipodi e la Cina ne è pienamente consapevole. A partire dai primi anni Novanta, la politica estera cinese si è fatta sempre più globale: è uscita gradualmente dall’isolazionismo post Tiananmen per integrarsi prima a livello regionale, poi mondiale. Uno dei principali strumenti utilizzati da Pechino per avvicinare diplomaticamente nuovi paesi è stata l’instaurazione delle relazioni commerciali. Oggi Pechino è uno dei principali partner di paesi industrializzati come Stati Uniti, Australia, Giappone, UE, ma è anche il primo partner di Brasile e Cile in Sud America, ha importanti accordi in Medio Oriente ed è il secondo socio commerciale del continente africano.

Per cogliere la rapidità dell’impatto delle azioni di Pechino in Africa è sufficiente considerare che nel 2000 il traffico commerciale tra le due aree si assestava sui 10 miliardi di dollari, relegando la RPC ad una posizione di comprimario rispetto a Stati Uniti, Francia e Germania. Nel 2005, invece, il valore era di 50 miliardi (+500%) e nel 2010 ha superato i 100 miliardi di dollari, superando le nazioni europee e minacciando la leadership di Washington.

La strategia che incentiva Pechino a stringere accordi economici con l’Africa è motivata da due interessi principali: lo sfruttamento delle materie prime e l’apertura di nuovi canali commerciali[2]. La crescente domanda energetica cinese ha trasformato in pochi anni Pechino nel secondo consumatore mondiale di petrolio e l’Africa sta contribuendo a sostenere questa crescente richiesta, arrivando negli ultimi anni a soddisfare circa il 25% delle importazioni cinesi di greggio[3].

 

Grafico 1: Fonti di approvvigionamento di petrolifero della RPC (fonte FMI)

Allo stesso tempo, molti dei principali fornitori africani di Pechino sono fortemente dipendenti dall’esportazione verso la RPC: paesi come Sudan (60%), Angola (25%) e Nigeria (25%) destinano una grande fetta della loro principale ricchezza economica ai mercati cinesi. Questo rapporto di dipendenza garantisce ai leader cinesi di ottenere importanti concessioni addizionali, spesso anche grazie alla gestione totale e al controllo dell’intero processo petrolifero: esplorazione, trivellazione, estrazione, lavorazione e trasferimento.

Focalizzare l’interesse cinese solo sul petrolio è, però, fuorviante; risorse minerarie, ferro e prodotti agricoli sono altrettanto appetibili per Pechino. La Cina è il primo consumatore mondiale di rame, acquistato soprattutto dallo Zambia e dalla Repubblica Democratica del Congo[4]. Inoltre, lo sviluppo domestico dell’industria pesante richiede una grande quantità di ferro, nichel, titanio, cobalto e zinco. Rilevanti sono anche le importazioni di oro e diamanti dalla RDC, di platino e uranio dallo Zimbabwe, legname da Liberia, Gabon e Mozambico[5]. La Cina è molto attenta anche alla sua sicurezza alimentare: ha promosso joint venture con Namibia e Gabon nell’industria della pesca e ha affittato enormi terreni (a prezzi bassissimi) per coltivare intensivamente in Zambia, Tanzania, Mozambico e Zimbabwe distese di biocombustibile, cotone e soia. Alla sicurezza alimentare si affianca un altro interesse di Pechino: la possibilità di eludere i dazi europei e statunitensi delocalizzando le proprie filiere produttive in quei paesi africani che beneficiano degli accordi AGOA con gli USA e di Coutanou con la UE[6].

 

Tabella 1: Quota delle commodities esportate nel 2005 in Cina (in %)

Petrolio Metalli Legname Cotone
Angola 100
Sudan 98,8
Nigeria 88,9
Congo 85,9
Gabon 54,8 42,3
DCR 99,6
Ghana 59,8
Sud Africa 45,6
Camerun 39,7
Tanzania 23,4 53,8

 

Fonte: Fonte Chen, M.-X.; Goldstein, A.; Pinaud, N. and Reisen, H. “China and India: “What’s in it for Africa?”, Mimeo, Paris: OECD Development Centre 2005.

 

La crescita dei commerci bilaterali tra Africa e Cina indica un legame sempre più stretto tra le due controparti, sebbene il volume totale del valore commerciale sia piuttosto marginale per la Cina. Nonostante l’aumento degli ultimi anni, le esportazioni verso l’Africa costituiscono solamente il 3,5% del totale mondiale e le importazioni il 5% (dati WTO 2008). La RPC, al contrario, è diventata il secondo partner commerciale del continente e la maggior artefice della crescita positiva registrata negli ultimi anni in Africa[7]. Disaggregando i valori assoluti del commercio bilaterale emerge una prospettiva fortemente asimmetrica, non tanto nel volume monetario (visto che il saldo netto EX-IMP è vicino all’equilibrio), ma nella natura dei prodotti scambiati. Come evidenziano i dati del 2008 forniti dal Ministero del Commercio della Repubblica popolare, le importazioni cinesi dall’Africa sono costituite per l’82% da prodotti minerari, ovvero combustibili fossili e minerali. Se ad essi aggiungiamo un altro 8% costituito da metalli più o meno preziosi e dal legname, emerge un commercio fortemente orientato allo sfruttamento delle materie prime continentali. Viceversa, le esportazioni cinesi dirette all’Africa si compongono di beni lavorati diretti all’edilizia e alle infrastrutture come l’acciaio

Grafico 2: Bilancia commerciale dettagliata Cina/Africa (2008). Fonte MOFCOM Cina

laminato e le componenti meccaniche/elettriche, prodotti tessili generici, vestiti e calzature, ovvero quei prodotti a basso costo dell’industria cinese, spesso oggetto di dazi elevati nei paesi occidentali.

L’asimmetria commerciale osservata non deve essere generalizzato a tutto il continente, ma ricondotto a pochi paesi strategicamente rilevanti per Pechino; la Cina, infatti, nell’Africa Sub sahariana, concentra gran parte dei suoi scambi commerciali con pochissimi stati: il 61% del totale è limitato solo ad Angola, Nigeria, Sudan, Egitto e Sud Africa. Se estendiamo il calcolo ai primi dieci partner commerciali continentali si arriva al 79% del totale. Questo significa che l’interesse cinese verso la maggioranza degli stati africani è tuttora marginale.

Oltre allo sfruttamento e al commercio delle materie prime, l’interesse economico di Pechino è diretto anche alla conquista dei mercati di consumo del continente. Negli ultimi anni l’elevato tasso di crescita di alcuni paesi come Etiopia (8,7%), Repubblica Democratica del Congo (7,6%), Malawi (7,6%), Mozambico (6,3%) e Zambia (6,3%) ha attirato le mire di diversi providers internazionali, i quali hanno un fortissimo interesse ad accaparrarsi nuovi sbocchi commerciali[8]. Nonostante molti di questi paesi convivano con evidenti deficit strutturali, i segnali che provengono dai valori di crescita prospettano una fase di espansione economica e la RPC non vuole assolutamente rimanere a guardare. Essendo in molti casi il motore dello sviluppo di queste economie, Pechino rivendica presso i governi africani un trattamento di riguardo per le sue esportazioni industriali a basso costo e per l’assegnazione di commesse per la costruzione di infrastrutture o impianti di telecomunicazione, cercando di eliminare alla radice la concorrenza occidentale.

L’atteggiamento cinese sembra richiamare alcuni principi della teoria mercantilista: divisione del lavoro internazionale tra un centro produttivo e industrializzato che esporta merci ad alto valore aggiunto e una periferia arretrata che produce beni agricoli e fornisce materie prime; rapporti di forza asimmetrici; alti costi di rottura degli accordi per la controparte più debole[9]. Inoltre, la RPC raramente utilizza i fora multilaterali regionali per firmare accordi di interesse strategico, preferendo la prassi della consultazione bilaterale per chiudere i contratti.

Il progressivo rafforzamento dei legami politico-economici tra la Repubblica Popolare e i Paesi dell’Africa Sub-sahariana risulta però ancora più chiaro se si coglie l’importanza che gli aspetti socio-culturali rivestono in questo tipo di relazione. Nonostante i dati relativi all’economia esplicitino una relazione gerarchica con sfumature neo-mercantiliste, il consenso socio-politico di cui gode la RPC nelle stesse società africane, incluse le meno interessate dalle relazioni sino-africane, è comunque alto. È vero che negli ultimi anni si sono verificate manifestazioni di protesta contro la presenza cinese, ma, tuttavia, si tratta di episodi sporadici che non hanno avuto ripercussioni negative a livello diplomatico[10]. Vale allora la pena osservare quali strategie di «Soft Power» permettano alla Cina di ottenere una supporto così diffuso. Infatti, sebbene la «yuan diplomacy» contribuisca sicuramente all’avvicinamento tra le controparti, occorre considerare anche l’immagine che la Repubblica Popolare rappresenta per l’Africa: uno stato estremamente arretrato, isolato dai circuiti internazionali e politicamente marginale che si è trasformato in una potenza mondiale[11]. Le numerose analogie tra la condizione attuale dell’Africa e quella della Cina degli anni Settanta, oggetto di frequenti richiami nei discorsi politici di entrambe le controparti, hanno cementato nelle coscienze dei popoli africani un forte senso di solidarietà e di fiducia verso Pechino. L’incredibile sviluppo economico cinese, che in circa vent’anni ha portato 300 milioni di abitanti al di sopra della linea di povertà, è stato ottenuto rifiutando il paradigma liberal-democratico prevalente nel sistema internazionale post bipolare. I pacchetti di riforme neo-liberali promosse dalle istituzioni internazionali nei paesi dell’ex Terzo Mondo e l’enfasi sulla democrazia come requisito politico necessario per lo sviluppo economico non hanno attecchito nella Repubblica Popolare. Alla luce dei risultati registrati nel medio periodo, è indubbio ritenere il modello economico cinese più efficiente di quello adottato in Africa, dove nella assoluta maggioranza dei casi le riforme imposte dall’alto non hanno raggiunto i traguardi di crescita promessi[12]. Questa evidenza oggettiva, seppur criticabile, è un importante elemento di valutazione per i cittadini africani i quali, dopo secoli di egemonia culturale occidentale, cominciano a guardare ad Est anche per valutare sistemi di governance alternativi a quelli democratici. Tali considerazioni, sommate al fatto che la Cina non ha mai colonizzato un territorio africano, autorizza Pechino ad utilizzare un linguaggio diverso dalle altre potenze del sistema internazionale.

I principi fondamentali che muovono la cooperazione tra le due controparti, infatti, sono:

  1. Uguaglianza e mutuo beneficio dei rapporti economici (win-win cooperation),
  2. Riconoscimento e valorizzazione «delle diversità di forme e contenuti» tra le culture,
  3. Enfasi sui risultati concreti piuttosto che sulle diverse ideologie politiche,
  4. Condivisione degli sforzi sulla strada del comune progresso,
  5. Risoluzione «amichevole» delle differenze d’opinione.

Corollario a questa dichiarazione d’intenti è una cooperazione internazionale che prescinde dalla valutazione della politica domestica dei paesi partner. L’approccio cinese, in netto contrasto con quello occidentale è stato definito dal giornalista Joshua Cooper Ramo, «Beijing Consensus»: un nuovo paradigma di cooperazione internazionale che attribuisce nuova enfasi al ruolo dello stato (anche se non democratico), rispetta in modo dogmatico la non interferenza negli affari domestici dei paesi con cui si trattano accordi economici e promuove uno sviluppo che vede nella cooperazione un’opportunità per ottenere benefici reciproci[13]. Il nuovo corso tra Cina e Africa si è tradotto in un crescente attivismo asiatico nel continente che oggi, attraverso le circa ottocento imprese cinesi ivi stanziate, permette alla RPC di muoversi in un regime di semi monopolio nel mercato delle infrastrutture pubbliche (strade, scuole, pozzi ed edifici governativi) e delle telecomunicazioni continentali[14]. Pechino ha investito nel settore estrattivo, ambito in cui i paesi occidentali si sono ritirati da decenni visto l’alto rischio d’impresa, rivitalizzando territori in forte decadenza. Inoltre, ha fornito assistenza tecnica per aumentare la produzione agricola al fine di eliminare la piaga della malnutrizione che, nel 2010, colpisce ancora decine di milioni di africani. Con l’invasione dei suoi prodotti commerciali a basso costo, la Cina ha implicitamente incrementato il potere d’acquisto dei consumatori africani, che ora hanno la possibilità di reperire merce più economica rispetto a quella occidentale. Dall’altro lato, l’invasione delle merci cinesi e l’aumento del prezzo delle materie prime hanno comunque provocato alcuni gravi danni all’economia africana. Nel primo caso la concorrenza dei prodotti cinesi ha impoverito la manifattura continentale, che non riesce a reggere la competizione. Il settore tessile – il più importante dell’industria africana – è stato quello maggiormente colpito: negli ultimi anni si è registrata la chiusura di numerose fabbriche in Sud Africa, Zambia e Tanzania. La perdita di migliaia di posti di lavoro, in un tessuto economico già lacerato come quello africano, ha causato tensioni sociali contro le comunità cinesi, considerate la causa primaria della crisi del settore. In questo caso specifico Pechino, però, si è dimostrata molto recettiva rispetto al clima di crescente insofferenza verso i propri concittadini nel continente e, al fine di stemperare le tensioni, ha ridotto unilateralmente le proprie quote di esportazioni tessili, promuovendo joint venture tra imprenditori locali e cinesi[15].

In sintesi, dunque, è molto probabile che l’interesse di Pechino non sia adoperarsi per lo sviluppo dell’Africa, ma questo, in un mondo fortemente competitivo ed egoista, stupisce ben pochi osservatori internazionali. La novità, piuttosto, è che la RPC nel perseguire i suoi interessi in Africa non manca di fornire indirettamente a molti stati del continente una possibilità di cambiamento e di sviluppo che non avrebbero altrimenti[16]. La Cina costituisce quindi un’alternativa internazionale per l’Africa e permette a quest’ultima, dopo secoli di dominio coloniale e neo coloniale, di essere nella condizione di scegliere un’opzione nuova e diversa da quella proposta dall’Occidente.

 

 


[1] Giovanni B. Andornino, Dopo la Muraglia, V&P, 2009.

[2] Joshua Eisenman, Eric Heginbotham e Derek Mitchell, China and the Developing World, M.E. Sharpe, London/New York, 2005, p. 38.

[3] David H.Shinn, China’s Approach to East, North and the Horn of Africa, 2008.

[4] Commissione Economica per l’Africa presso l’ONU, 2005, p.33.

[5] Rob Crilly, Chinese Seek Resources, Profits in Africa, USA Today, 21 giugno 2005.

[6] Domingos Jardo Muekalia, Africa and China’s Strategic Patrnership, African Security Review 13, n°1, 2004.

[7] Nel 2005 il tasso di crescita del continente ha toccato il 5,2% rispetto all’anno precedente, dato record negli ultimi decenni.

[8] Dati del database CIA The Word Factbook 2009.

[9] A.O. Hirschman, National Power and The Structure of Foreign Trade, Berkeley, University of California Press, 1945, trad. it. Potenza nazionale e commercio estero , Bologna, Il Mulino, 1987, pp. 63-74 e pp. 75-124.

[10] Esistono comunque voci della società civile che si levano critiche all’operato cinese in Africa, soprattutto in quei paesi in cui la presenza asiatica risulta più alta: in Zambia e Sud Africa ad esempio si sono verificate vere e proprie manifestazioni contro le precarie condizioni di lavoro garantite dalle imprese cinesi o contro l’invasione commerciale dei prodotti a basso costo. Tuttavia, guardando i sondaggi, questo malcontento sociale risulta ad oggi minoritario e spesso ignorato dai governi africani.

[11] J.Kurlantzick, Charm offensive. How China’s soft power is transforming the world, Yale University Press, New Haven-Londra, 2007.

[12] Si intendono pacchetti di riforme economiche promosse dai Paesi Occidentali a partire dagli anni novanta e implementate mediante istituzioni internazionali quali il FMI o l’OCSE. Per combattere l’inflazione crescente e contenere il debito pubblico di molti paesi in via sviluppo si raccomandavano riforme strutturali delle economie in senso neo liberale mediante la liberalizzazione dei commerci, le privatizzazioni, i tagli alla spesa pubblica, l’apertura agli FDI. Gli scarsi risultati di tali misure hanno provocato molte critiche all’interno della stessa corrente liberale. La principale accusa mossa ai piani di aggiustamento strutturale è la ricetta standardizzata con cui venivano applicati.

[13] J.C. Ramo, The Beijing Consensus: Notes on the New Physics of Chinese Power, London. Foreign Policy Centre 2004, pp.11-12.

[14] China’s Business Links with Africa: a New Scramble, The Economist, novembre 2004.

[16] A. Amosu, China in Africa: It’s (Still) the Governance, Stupid, Foreign Policy in Focus, FPIP Discussion Paper, marzo 2007, pag.6.

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