Una questione di priorità

di Dario Fazzi

Nel 1985, nel pieno di un processo di ridefinizione dell’integrazione europea che avrebbe portato i partner continentali a dare forme politiche compiute alle loro relazioni, la Comunità Europea firmò un accordo di cooperazione economica e commerciale con la Repubblica Popolare Cinese con lo scopo di «promuovere e intensificare il commercio» e, allo stesso tempo, al fine di «incoraggiare una progressiva espansione della cooperazione economica». L’accordo sostituiva e aggiornava quello in vigore dal 1978 e si poneva l’obiettivo di costituire la cornice legale per ogni futuro sviluppo delle relazioni bilaterali tra la Comunità e la Cina. Le clausole del trattato posero le basi per ogni ulteriore sviluppo nell’ambito della cooperazione economica e commerciale e furono aggiornate da ulteriori accordi siglati nel 1994 e nel 2002. I termini prettamente commerciali, incluso lo status di nazione più favorita, furono mantenuti invariati rispetto al 1978; in ambito economico, invece, fu prevista una serie di miglioramenti negli scambi relativi ai settori industriali, estrattivi, dell’agricoltura, della scienza e della tecnologia, dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni e della protezione ambientale[1]. La Comunità, che si avviava a completare il processo di integrazione monetaria al proprio interno, riconosceva la necessità di rinsaldare i propri legami con Pechino, un mercato internazionale cui difficilmente i paesi europei avrebbero potuto rinunciare.

Oggi che la Cina è divenuta la seconda economia mondiale e il più grande esportare a livello globale di beni, le relazioni tra il vecchio continente e il gigante asiatico si sono inevitabilmente rinsaldate. La Cina rappresenta il secondo partner commerciale dopo gli USA e, assieme, la principale fonte di importazioni per i paesi dell’Unione[2]. L’unificazione del mercato interno europeo ha agito da volano per la crescita economica cinese, garantendo a Pechino un imprescindibile sbocco per le proprie merci. Tuttavia se in campo esclusivamente commerciale le economie di questi due attori sembrano essere ormai pienamente interdipendenti, in altri settori permangono delle frizioni in grado di determinare la maggior parte delle perplessità europee. Ed è su queste frizioni e sulla soluzione di queste contraddizioni che l’Europa si gioca gran parte della propria credibilità internazionale. L’Unione Europea, infatti, ha più volte provato, sulla base di un ruolo da potenza civile che i 27 si sono da tempo assegnati, ad associare allo scambio di beni e servizi il rispetto di alcune norme a tutela della proprietà intellettuale, delle regole del WTO e degli standard di qualità che non sempre hanno trovato un’efficiente risposta da parte cinese. Questioni eminentemente politiche, come il rispetto dei diritti umani e delle minoranze, le minacce a Taiwan, le relazioni con l’Iran, le mosse cinesi in Africa, il cambiamento climatico e lo sfruttamento delle risorse naturali, restano dei forti elementi di preoccupazione per l’Unione Europa. Finora, però, gli sforzi per trasformare la leva economica in un vero e proprio fattore di democratizzazione sembrano essere a ben valsi poco.

Il commercio è ancora l’ambito di maggiore interesse e quello in cui le relazioni fra Unione Europea e Cina sono più forti. Con un aumento di oltre il 30% nel corso dell’ultimo anno, le esportazioni di beni europei in Cina hanno ormai oltrepassato i 110 miliardi di euro, mentre le importazioni arrivano a quasi 290 miliardi. Nel settore dei servizi la bilancia commerciale europea è all’attivo di circa 5 miliardi di euro, mentre altri 5 miliardi circa rappresentano gli investimenti dei paesi dell’Unione diretti in Cina[3].

A partire dal 2008 sono state avviate delle discussioni «ad alto livello» che hanno avuto il compito di rafforzare la cooperazione strategica tra i due partner commerciali[4]. L’ultimo di questi incontri si è tenuto nel dicembre dello scorso anno e sono ancora in corso dei negoziati che dovrebbero portare alla firma di un accordo di partenariato in grado di aggiornare definitivamente il trattato del 1985[5]. Nel frattempo, il sostegno dell’Unione Europea all’ingresso cinese nel WTO, avvenuto nel 2001, è stato fondamentale. Gli stati europei, infatti, ritenevano che la pretesa universalistica di questa organizzazione, senza la Cina, potesse essere seriamente messa in discussione. La sottomissione del paese asiatico alle norme previste dal WTO, inoltre, avrebbe potuto migliorare le condizioni di accesso dei beni europei al mercato cinese. In questo modo è stato possibile ridurre le tariffe sull’importazione e smantellare diverse barriere agli scambi. A completare il quadro delle relazioni fra Unione europea e Cina è intervenuto lo «EU-China Country Strategy Paper (2007 – 2013)», che ha individuato diverse aree di cooperazione strategica oltre al commercio – sviluppo socio-economico, sostegno al processo di riforma interno della Cina, cambiamento climatico, ambiente ed energia – e ha previsto lo stanziamento di quasi 130 miliardi di euro al fine di raggiungere degli obiettivi comuni nello sviluppo di questi settori[6].

Sebbene, dunque, questi «dialoghi settoriali» abbiano portato ad un innegabile miglioramento dei legami tra il vecchio continente e Pechino, restano ancora dei forti elementi di preoccupazione che spesso dividono le posizioni degli stessi alleati europei[7]. Dal punto di vista economico, le priorità europee sono state quelle di equilibrare una bilancia commerciale ancora fortemente favorevole alla Cina. Questo squilibrio è dovuto, almeno in parte, al fatto che le aziende europee hanno continuato ad affrontare una miriade di barriere, anche non tariffarie, e di decisioni arbitrarie a livello locale che ne hanno limitato le azioni sul suolo cinese. La Gran Bretagna ha provato con scarso successo a premere affinché la Cina aprisse il proprio mercato finanziario e rispettasse le regole imposte da istituzioni sovranazionali quali il FMI; la Francia ha visto aumentare il proprio deficit commerciale nei confronti della Cina senza potervi apporre sostanziali rimedi; l’appoggio spagnolo e italiano a misure anti-dumping per i prodotti cinesi non ha fatto altro che limitare la competitività delle loro esportazioni. In sostanza, la Cina si è dimostrata una «potenza pragmatica» in grado di sfruttare le divisioni interne europee a proprio vantaggio e di rendere la propria collaborazione indispensabile per i paesi dell’Unione più di quanto i singoli stati europei non fossero indispensabili per le sorti dell’economia cinese[8].

Vittime di quella che sembra essere una supremazia economica destinata a crescere ulteriormente, le nazioni europee hanno provato a contenere l’influenza di Pechino esercitando pressioni su molti altri ambiti. In materia di protezione dei lavoratori, le ultime discussioni del 2010 hanno portato a un reciproco riconoscimento dell’importanza della tutela dei diritti intellettuali. L’Unione Europea ha offerto il proprio sostegno all’innovazione tecnologica cinese e ha promesso una maggiore cooperazione nella tutela ambientale. Per limitare l’influenza del mercato cinese, ha tentato di adottare misure di difesa nel settore tessile – con il celebre scontro dell’estate del 2005 – e in quello delle ceramiche, approvando delle imposizioni fiscali che variano dal 26 al 73% sulle importazioni cinesi[9]. Di recente, infine, l’Unione ha paventato l’ipotesi di minacciare protezioni commerciali contro la Cina attraverso l’apertura della prima indagine sui presunti sussidi all’industria cinese, rimarcando anche i pericoli derivati da una svalutazione «pilotata» dello yuan[10].

Nonostante questi tentativi, però, sono rimaste aperte numerose questioni: il rispetto dei diritti umani, compresa l’abolizione della pena di morte e la tutela delle minoranze politiche e religiose; la politica cinese nei confronti dell’Iran e dell’Africa; la politica energetica, un settore nel quale, sebbene la Cina abbia riconosciuto l’importanza dell’abbandono di un sistema altamente inquinante fondato sul carbone, le richieste europee per un maggiore impegno nella creazione di un modello di sviluppo sostenibile sono rimaste pressoché inascoltate. L’indice di un eventuale miglioramento nelle relazioni sino-europee non può non passare dal concreto riequilibrio delle priorità. Solo in questo modo le esigenze commerciali potrebbero essere realmente vincolate a quelle puramente politiche. Altrimenti, l’Unione Europea sarà destinata a lungo a restare poco più di un compratore ma molto meno di un partner strategico.


[3] Vedi http://ec.europa.eu/trade/creating-opportunities/bilateral-relations/countries/china/; vedi anche China-EU Bilateral Trade and Trade with the World, EU DG Trade, 17/3/2011, in http://trade.ec.europa.eu/doclib/html/147155.htm, da cui proviene il grafico, p. 3.

[5] L’High Level Economic and Trade Dialogue Factsheet (2010) è disponibile su http://trade.ec.europa.eu/doclib/html/147155.htm.

[7] Il grafico rappresenta le posizioni dei diversi stati europei nei confronti della Cina, secondo J. Fox e F. Godement, Policy Report. A Power Audit of EU-China Relations, European Council on Foreign Relations, 2009, p. 4, in

http://www.ecfr.eu/content/entry/china_power_audit_ecfr_fox_godement_eu/.

[8] Ivi, p. 12.

[9] Sulla questione del tessile, vedi T. Heron, European Trade Diplomacy and the Politics of Global Development: Reflections on the EU–China ‘Bra Wars’ Dispute. in «Government and Opposition», vol. 42, 2007, pp. 190–214. Sulla questione delle ceramiche, vedi I. Wishart, EU imposes dumping tariffs on Chinese tile-makers, in http://www.europeanvoice.com/page/policies-business-competition-all-articles/541.aspx

 

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