Gaspolitik. La morsa russa sull’approvvigionamento energetico europeo

di Alberto Mariani

Il 25 giugno 2009 il Consiglio europeo ha adottato una serie di atti legislativi in tema di liberalizzazione del mercato interno dell’energia, ribattezzati «Terzo Pacchetto» per il grado di strutturalità nell’intervento di integrazione dei mercati energetici comunitari; pubblicati sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 14 agosto 2009, le due direttive qui contenute – una sul gas e una sull’energia elettrica – dovranno essere recepite dagli Stati membri all’interno dei propri ordinamenti[1]. Quello che ci si aspetta, apparentemente, sono benefici per tutti, in termini di prezzi più bassi per i consumatori, di mercato più competitivo per le aziende e di maggiore sostenibilità ambientale e meno dipendenza dalle importazioni per tutto il sistema.

Tuttavia, l’enfasi delle dichiarazioni con le quali Barroso e l’ex Commissario per l’Energia Piebalgs hanno accolto l’intesa raggiunta all’interno della trojka comunitaria non dice tutto sul processo negoziale sottostante, che ha trovato nella discussione sull’unbundling della fase di trasmissione/trasporto nelle imprese verticalmente integrate il principale punto di confronto[2]. La contesa si è a lungo protratta tra un Parlamento a favore della più radicale separazione proprietaria o, in seconda battuta, dell’istituzione di un Independent System Operator (ISO), cioè un’azienda terza responsabile della gestione della rete (senza però esserne proprietaria) e un Consiglio che, accogliendo una proposta presentata nel Febbraio 2008 che recepiva le pressioni di Francia e Germania a difesa dei propri campioni nazionali, è infine riuscito a far ammettere quale opzione l’Independent Transmission Operator (ITO)[3]. Grazie a quest’ultimo l’indipendenza nei confronti del gruppo societario di appartenenza sarebbe fatta salva con la previsione di meccanismi di controllo e supervisione, ma l’azienda verticalmente integrata alla completa cessione della gestione della rete non sarebbe obbligata. In questo contesto si colloca uno dei punti su cui più si è discusso all’interno del Pacchetto, cioè la cosiddetta «Gazprom clause», ovvero la clausola attraverso cui, per essere autorizzati ad operare all’interno del mercato comunitario, le compagnie extra-EU (leggi: Gazprom, la principale compagnia energetica russa) sono tenute a rispettare gli obblighi previsti dall’ordinamento relativamente all’unbundling. Di fatto, in accordo con tale provvedimento, gli Stati Membri possono decidere, in nome della «sicurezza pubblica nazionale», se concedere o meno il permesso di entrare nel proprio mercato ad imprese provenienti da Paesi terzi. Si tratta di un tema di una certa rilevanza, dato che gran parte del gas arriva in Europa dalla Russia, e che la proprietà dell’infrastruttura di trasporto permette a Gazprom di mantenere un ruolo non trascurabile all’interno degli stessi mercati europei e in particolare nelle delicate aree di transito, al quale Putin certo non vorrebbe rinunciare dato che, come lui stesso ha esplicitato, «as the matter of fact, the Russian company would be deprived of the right to use a gas transport network it had been establishing in Europe for a long period of time for the purpose of achieving the same energy security the ‘package’ talks about»[4]. Come dire, se quello che cercate è la sicurezza degli approvvigionamenti, siamo noi gli unici a potervela garantire.                                La recente visita a Bruxelles (24 febbraio) è servita proprio alla discussione di questo nodo e Mosca (dove si registrano evidenti malcontenti per l’ultimo bilancio della compagnia energetica di Stato, che come è facile immaginare garantisce un gettito di cassa notevole) sembra sempre più intenzionata a ribadire la propria posizione di forza sul tema, soprattutto ora che i Paesi importatori alternativi non appaiono affatto affidabili (Libia in testa) e sulle esportazioni può, a differenza degli anni passati, diversificare le proprie strategie in Paesi con un potenziale di consumo notevole, come quello della Cina verso la quale si concentrano molte delle nuove infrastrutture di trasporto.

È da considerare che, ad ogni modo, la geopolitica dell’energia sta complessivamente vivendo un momento di particolare dinamismo, con il calo dei consumi (effetto crisi) nell’area OCSE che fa da parziale contraltare alla crescita degli stessi nei PVS e dove la tecnologia legata alle nuove risorse, rinnovabili e shale gas, impone un’inevitabile incertezza su quelle che saranno le evoluzioni nel medio-lungo periodo delle dinamiche internazionali. Il risultato potrebbe essere una potenziale riduzione del peso dei tradizionali Paesi esportatori e uno spostamento della capacità di export dalla risorsa alla tecnologia (si pensi, ad esempio, al solare, dove la risorsa è a disposizione di tutti ma risulta determinante l’efficienza dell’impianto).

Ci si può quindi interrogare se la visita di Putin fosse manifestazione della preoccupazione da parte di Mosca per il futuro della propria bilancia commerciale, in vista anche degli obblighi che al 2020 vedranno gli Stati europei aumentare la quota di rinnovabili (e, conseguentemente, ridurre quella di gas)[5]; però, con un certo tempismo rispetto alla chiusura del rubinetto libico, il fatto di ribadire l’impossibilità di prescindere dalle forniture russe è suonato quanto mai attuale e quel «possibly unpleasant» che Vladimir Chizhov, ambasciatore del Cremlino presso l’UE, ha riferito alla stampa quale possibile evoluzione dei colloqui non ha aiutato a quietare le tensioni della vigilia[6].

Ma tornando all’adozione del Terzo Pacchetto, vediamo come la battaglia che il premier russo ha scelto di combattere è quella, più sofisticata, della pressione atta ad avviare un ripensamento della normativa che imporrebbe a Gazprom la cessione, entro marzo 2012, della propria rete di trasporto gas, esplicitata tra l’altro da una lettera ufficiale inviata direttamente alla Commissione, nella quale si evidenzia come l’eventuale cambiamento delle regole del gioco renderebbe necessario un ripensamento degli accordi: una minaccia, nemmeno troppo velata, di alzare i prezzi se a Bruxelles dovessero decidere di fare orecchie da mercante.

«The third Energy package must function from the place where pipelines end, instead of covering them»[7]. Si tratta di una battaglia apparentemente più soft rispetto a quanto è avvenuto con le tensioni causate dagli effetti collaterali della dipendenza energetica dell’UE, ma che nonostante ciò punta dritto al cuore industriale del sistema e si gioca su un campo delicato e non nuovo a subire gli umori dello scomodo vicino, allo stesso tempo odiato invasore e vitale fornitore di idrocarburi, quell’area che divide la Russia dalla Germania e richiama in prospettiva storica la metafora dell’incudine e il martello. È il caso, naturalmente, della Polonia, che prende l’89% del suo gas da Mosca e incorpora nel costo dell’energia anche il prezzo dei cattivi rapporti con il Cremlino, fattore che non ha reso possibile alla PGNiG, compagnia di Stato polacca, la rinegoziazione dei contratti take-or-pay con Gazprom, a differenza di quanto fatto della gran parte degli altri Paesi europei (inclusi persino Estonia e Lettonia). L’irritazione di Mosca nei confronti di Varsavia ha subito tra l’altro un’ultima recente accelerazione[8]. Questa è stata provocata da quanto sta maturando nell’asse tra Polonia e Ucraina e più precisamente nella strategia di Kiev di rivendere parte del gas russo (non poco, dato che la quantità sarebbe compresa tra i 300 milioni di metri cubi e i 3 miliardi) del quale dispone in quantità e a prezzi vantaggiosi grazie agli ultimi accordi (sofferti) stipulati con il Cremlino[9]. Strategia che, c’è da scommetterci, non avrà vita facile, dato che Mosca ha già fissato un cap alle quantità che sfuggono al suo diretto controllo, come farebbe un boss con lo spacciatore di quartiere per dargli un «contentino».

Ma è il caso soprattutto della Lituania, la cui compagnia statale, la Lietuvos Dujos, è posseduta da Gazprom per il 37,1% (con una quota del governo di Vilnius di solo il 17,7%, dato che altro azionista «pesante» è la tedesca E.ON), la quale, approfittando delle disposizioni del Terzo Pacchetto, sarebbe intenzionata ad imporre la più radicale delle soluzioni di separazione previste, quella per cui il monopolista dovrebbe cedere gli assets di trasporto ad un soggetto terzo, indipendente. Con buona pace di Gazprom, per la quale la Lituania è una zona decisiva di passaggio per l’Europa continentale (anche se per la verità verrà aggirata dal Nord Stream, gasdotto che, tagliando il Mar Baltico, collegherà direttamente Russia e Germania[10]).

Al momento non è facile intuire se ci siano spiragli per un compromesso, e se si dovesse arrivare ad un braccio di ferro tra gli interessi del mercato comune europeo e quelli specifici russi, ma non si può che prendere atto che gli Stati membri difficilmente saranno disposti a mettere la faccia per una battaglia alla quale non credono forse fino in fondo, dal momento che una vera liberalizzazione del settore rischia di toccare il proprio portafoglio tanto quanto andrebbe ad incidere su quello di Gazprom (vedi i dividendi che Eni stacca al Ministero dell’Economia). Questo Putin lo sa bene e conta di incassare un’altra vittoria, che verrebbe subito dopo il pasticcio europeo che ha visto Bruxelles compiere una clamorosa retromarcia e garantire se non l’appoggio, almeno una non-ostilità al South Stream, il gasdotto sponsorizzato inizialmente da Gazprom ed Eni e poi via via da tutti i campioni nazionali del Sud-Est Europeo, che, guarda caso, esplicita un fatto forse banale ma fondamentale: per il momento l’Europa non può prescindere dalle forniture di gas russo, e non è solo colpa di Gheddafi.


[1] Il cosiddetto Terzo Pacchetto Energia consta di cinque atti legislativi:

– La direttiva sul mercato elettrico (2009/72/CE)

(http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:32009L0072:EN:NOT)

– La direttiva sul mercato del gas (2009/73/CE)

(http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:32009L0073:EN:NOT)

– Il regolamento che istituisce l’Agenzia per la Cooperazione delle Autorità di regolamentazione nei settori energetici (ACER) (713/2009)

– Il regolamento sulle condizioni di accesso alle interconnessioni transfrontaliere per l’energia elettrica (714/2009)

– Il regolamento sulle condizioni di accesso alle reti di trasporto del gas naturale (715/2009)

[2] L’istituto dell’unbundling costituisce il mezzo attraverso il quale un’impresa verticalmente integrata è tenuta a separare le attività esercitate in regime di monopolio naturale; nelle filiere energetiche, esso risulta cruciale per garantire l’accesso non discriminatorio (third party access) degli operatori nelle reti di trasmissione (elettricità), trasporto (gas) e distribuzione. I gradi di separazione possono essere differenti, e differente risulta l’efficacia della normativa, andando da un livello di garanzia totale contro i sussidi trasversali tra imprese dello stesso gruppo con la separazione proprietaria (scorporo effettivo delle attività gestite in monopolio naturale) ad uno più soft di natura gestionale.

[3] L’intesa all’interno del Consiglio sulla proposta di Francia e Germania e altri sei Stati Membri è stata raggiunta nel novembre del 2008, a seguito dell’inserimento nella proposta di una clausola, evidentemente diretta verso EdF, che vietava alle imprese di Paesi non pienamente aperti alla concorrenza di acquistare le reti di trasmissione in Paesi comunitari dove si era provveduto all’unbundling effettivo.

[4] Putin to seek 2050 gas ‘roadmap’ on Brussels visit, http://www.euractiv.com/en/energy/putin-seek-2050-gasroadmap-brussels-visit-news-502373.

[5] La Direttiva 2009/28/CE, c.d. del 20/20/20, in fase di recepimento negli ordinamenti nazionali prevede che il 20% dei consumi finali di energia (elettrica e gas) venga coperta da fonti rinnovabili.

[6] La Russia ha garantito di poter coprire la quota di fornitura della Libia ai mercati europei, una disponibilità che appare non dispiacere Mosca che ha rinegoziato, nel corso del 2010, diversi contratti di fornitura take-or-pay (il gas contrattato viene pagato anche se non prelevato) a causa dell’eccesso di offerta rispetto alla flessione della domanda dovuta alla crisi.

[7] Vladimir Putin, 24 Febbraio.

[8] In realtà il tema non è nuovo, ma risale già alla prima crisi del gas tra Russia e Ucraina (http://works.bepress.com/cgi/viewcontent.cgi?article=1001&context=aleksander_kotlowski).

[9] L’accordo è stato firmato il 21 Aprile 2010 dal Presidente russo Dmitry Medvedev e da quello ucraino Viktor Yanukovych e prevede un abbassamento del 30% dei prezzi praticati a Kiev in cambio della concessione per 25 anni (più altri 5 opzionali) del porto navale ucraino di Sebastopoli sul Mar Nero. L’accordo, presentato da Yanukovych come un elemento di stabilità per la bilancia commerciale del Paese, è stato duramente contestato dall’opposizione ucraina, che lo vede come una pesante ipoteca per l’indipendenza del Paese.

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