Bosnia-Erzegovina atto secondo: un paese senza guida

di Daniela Lai

Nel primo numero di World in Progress (dicembre 2010), avevamo trattato la questione delle elezioni bosniache, prevedendo che la formazione di un esecutivo avrebbe richiesto lunghe trattative. A sette mesi dalle elezioni generali del 3 ottobre, il paese si trova ancora in una situazione di stallo, ulteriormente complicata da questioni che mettono in discussione la legittimità stessa delle autorità nazionali condivise dai tre gruppi etnici bosniaci. Come già accennato nell’articolo citato, la Bosnia-Erzegovina (BiH) si caratterizza per un complesso sistema istituzionale, negoziato a Dayton nel 1995. I cosiddetti «popoli costituenti», croati, bosgnacchi e serbi, si vedono garantite fondamentali prerogative all’interno delle istituzioni di governo. La Bosnia è inoltre divisa al suo interno tra la Republika Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione di Bosnia-Erzegovina, condivisa da croati e bosgnacchi. Un principio proporzionale etnico è posto alla base della formazione e del funzionamento del parlamento, dell’esecutivo e della Presidenza[1].

Per quanto riguarda la Presidenza, l’organo collegiale composto da un rappresentante per ognuno dei gruppi nazionali, i tre rappresentanti che la compongono sono stati votati direttamente dagli elettori delle due entità: Bakir Izetbegović e Željko Komšić all’interno della Federazione, rappresentanti rispettivamente i bosgnacchi e i croati, e Nebojša Radmanović per i serbi nella Republika Srpska. L’origine dello stallo politico risiede quindi altrove, in particolare nella delicata situazione che si è venuta a delineare nell’entità croato-musulmana. Al fine di garantire rappresentanza e autogoverno alle comunità croate e bosgnacche che la compongono, la Federazione di Bosnia-Erzegovina è suddivisa al suo interno in dieci cantoni. Le consultazioni elettorali nei cantoni sono fondamentali per la costituzione del parlamento dell’entità, poiché individuano i rappresentanti che ne andranno a far parte. Tre cantoni a maggioranza croata non sono ancora riusciti a designare i propri eletti, ostacolando in tal modo le procedure per la convocazione del nuovo parlamento[2].

Nel corso di questi mesi di attesa, il partito di maggioranza della Federazione, l’SDP (Partito Socialdemocratico), ha tentato di negoziare la formazione del governo dell’entità con gli altri partiti croati, tra cui l’Unione Democratica Croata (HDZ) e l’HDZ 1990. Il rifiuto di questi ultimi di accettare le proposte dell’SDP e dell’alleato Partito di Azione Democratica (SDA), in particolare l’assegnazione dei ministeri in misura proporzionale ai seggi ottenuti dai vari partiti in parlamento, ha infine spinto l’SDP a troncare le trattative e a convocare l’organo legislativo al fine di formare un governo senza l’HDZ e l’HDZ 1990[3]. Il governo della Federazione di Bosnia-Erzegovina è stato infine formato il 17 marzo 2011. Ciò rappresenta, tuttavia, solo un potenziale passo in avanti verso la normalizzazione della vita politica bosniaca: le proteste e i ricorsi da parte dell’HDZ rischiano infatti di vanificare gli sforzi dell’SDP. L’HDZ sostiene che la decisione dell’SDP di convocare l’assemblea legislativa sia illegittima, a causa dell’assenza dei delegati croati dei tre cantoni sopra citati, i quali non hanno ancora proceduto a dirimere le controversie che impediscono la nomina dei loro rappresentanti. Borjana Krišto (HDZ), eletta alla presidenza della Federazione nel 2007, ha inviato un ricorso alla Commissione Elettorale Centrale affinché dichiarasse nulla la formazione del nuovo esecutivo[4]. Al di là della controversia tecnica vagliata dalla Commissione, l’HDZ ha sollevato una questione politica molto sensibile, vale a dire la rappresentanza croata sia all’interno dell’entità condivisa con i musulmani, sia a livello statale. L’HDZ sostiene, infatti, che l’SDP, il quale si configura come un partito multietnico, ma con una maggioranza di fatto bosgnacca, non sia un legittimo rappresentante dell’etnia croata. Lo stesso discorso si applica al rappresentante croato alla Presidenza bosniaca, Željko Komšić, proveniente dalle fila dell’SDP[5]. Inoltre, il governo così formato dall’SDP e dai suoi alleati rischia di non apparire legittimo agli occhi di buona parte della popolazione croato-bosniaca, rischiando di provocare una frattura sociale, oltre che politica, che sarebbe difficile da risanare.

La Commissione Elettorale ha infine dato ragione all’HDZ, incitando allo stesso tempo i tre cantoni croati a procedere alla nomina dei propri eletti al parlamento. Ciononostante, l’Alto Rappresentante della comunità internazionale Valentin Inzko ha sospeso la decisione della Commissione, rimandando la questione all’esame della Corte Costituzionale, e disposto la formazione del governo[6]. L’intervento di Inzko rappresenta il ricorso ad una risorsa estrema, ossia l’autorità dell’Alto Rappresentante di imporre decisioni qualora gli attori locali si dimostrino incapaci di agire. Si tratta di una prerogativa molto invasiva, esercitata da un’istituzione internazionale all’interno di uno stato sovrano, cui si è tuttavia fatto ricorso più volte dal 1995 ad oggi.

La vita politica nazionale rimane pertanto bloccata, poiché senza la presenza dei governi nelle entità, non si può procedere alla formazione del governo a livello statale[7]. L’ultimo atto di questa vicenda è la formazione di un’Assemblea Nazionale Croata, sotto la guida dell’HDZ e dell’HDZ 1990, avvenuta il 19 aprile. Secondo i rappresentanti dei due partiti, quest’assemblea garantirà ai croati la rappresentanza che viene loro negata negli organi istituzionali legittimi. Viene peraltro negata qualsiasi connessione ad un progetto simile portato avanti nel 2001, il cui obiettivo finale era la creazione di un’entità croata separata dalla parte bosgnacca. Il promotore di tale iniziativa, Ante Jelavic, fu rimosso dalla carica di rappresentante croato alla Presidenza dall’allora Alto Rappresentante Wolfgang Petritsch[8]. Sebbene l’Assemblea Nazionale Croata nasca con il proposito di mantenere le proprie attività all’interno dei limiti costituzionali, la sua creazione è sintomo di un malfunzionamento del sistema di Dayton. La Bosnia-Erzegovina è intrappolata in un sistema di rappresentanza etnica che polarizza e irrigidisce le posizioni anziché favorire la conciliazione. Le sfide poste dalla necessità di riformare la Costituzione, di sostenere l’economia e di avanzare nel processo di integrazione europea, pertanto, non possono essere adeguatamente affrontate, in assenza di un governo forte e condiviso.


[1] Per maggiori dettagli sull’assetto istituzionale bosniaco e sulle elezioni del 3 ottobre, si rimanda a: Bosnia-Erzegovina: il sistema elettorale e le elezioni generali del 3 ottobre, World in Progress, Anno 1, Volume 1, dicembre 2010

[2] Valerie Hopkins, Bosnia’s Federation attempts to form government amid controversy, Hurriyet Daily News, 18 Marzo 2011,http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=bosnia8217s-federation-attempts-to-form-government-amid-controversy-2011-03-18

[3] Eldin Hadzovic, Bosnia: SDP Sets March Deadline For Federation Government, Balkan Insight, 4 Marzo, 2011, http://www.balkaninsight.com/en/article/bosnia-s-federation-to-get-executive-power-on-march-10

[4] Eldin Hadzovic, Croat Parties Challenge Bosnia’s Federation Government, Balkan Insight, 22 Marzo, 2011, http://www.balkaninsight.com/en/article/croat-parties-challenge-bosnia-s-federation-government

[5] Eldina Pleho, Bosnia-Erzegovina: tre mesi senza governo, Osservatorio Balcani e Caucaso, 29 dicembre 2010, http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-tre-mesi-senza-governo

[6] Andra Rossini, La Crisi di Dayton, Osservatorio Balcani e Caucaso, 1 aprile 2011, http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/La-crisi-di-Dayton-91503

[7] Ibid.

[8] Eldin Hadzovic, Bosnian Croat form National Assembly, Balkan Insight, 19 Aprile, 2011 http://www.balkaninsight.com/en/article/bosnian-croats-to-form-the-national-assemly

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