Nazionalismo, Cittadinanza e Ivoirité. Le origini della crisi in Costa d’Avorio

di Luca Nuzzo

«Che io semplicemente lasci il potere potrebbe essere una soluzione per la pace in Costa d’Avorio, ma sulla base della nostra storia non sarebbe una soluzione saggia […] la vera soluzione è capire la verità su queste elezioni»[1].

In che modo l’escalation di violenza tra le opposte fazioni vicine al presidente uscente Laurent Gbagbo e il suo avversario Alassane Ouattara può ripercuotersi sul futuro del paese? Cosa c’è all’origine di quella che è una crisi politica, economica e sociale? Siamo di fronte ad un’altra guerra civile o è il ripresentarsi di vecchie questioni mai risolte?

Centinaia sono le persone morte da quando si sono tenute a novembre le elezioni in Costa d’Avorio. Secondo le Nazioni Unite sono circa 500.000 gli sfollati che hanno abbandonato le proprie case per paura delle violenze. L’ONU, l’Unione Africana, l’UE e molti altri paesi hanno riconosciuto come legittimo vincitore delle elezioni Ouattara, ma Gbagbo rifiuta di cedere il passo. Entrambi si accusano di aver favorito brogli elettorali. Oggettivamente queste elezioni non si sono svolte nel modo più trasparente possibile.

Il primo dicembre, davanti a una folla composta da giornalisti, militanti politici e osservatori internazionali, Youssuf Bakoyoko, capo della Commissione Elettorale (CE) costituzionalmente obbligata ad annunciare il risultato dello spoglio entro quella data, ha dichiarato pochi minuti prima della deadline che la Commissione stava ancora lavorando «alla ricerca di un consenso sui risultati» non potendo così ancora pubblicare le percentuali delle preferenze relative ai due contendenti[2]. I sostenitori di Gbagbo hanno lanciato accuse di incostituzionalità del processo elettorale, quelli di Ouattara hanno accusato il presidente uscente di conoscere già il risultato a lui sfavorevole e quindi di aver fatto ostruzionismo con i suoi uomini all’interno della Commissione. Il 3 dicembre finalmente i risultati del secondo turno sono stati resi noti: Alassane Ouattara 54.1%, Laurent Gbagbo 45.9%. Ora, secondo il normale iter sancito dalla Costituzione della Costa d’Avorio, le elezioni dovrebbero essere convalidate dal Conseil Constitutionnel (CC), quasi una formalità, ma Paul Yao N’Dre, presidente del CC e molto vicino al presidente uscente, dapprima ha invalidato il responso della CE accusandola di non aver rispettato la legge elettorale e di aver annunciato in ritardo il risultato delle elezioni; in seguito, ha capovolto la situazione confermando Gbagbo come presidente, sostenendo che si sarebbero dovuti annullare i voti di sette distretti nel nord del paese (casualmente quelli dove Ouattara ha il suo principale bacino elettorale) poiché, secondo il CC, ci sono state delle irregolarità nello spoglio. A seguito di un rapido riconteggio il reale vincitore, con il 51% delle preferenze, sarebbe risultato l’uomo a capo dello stato ivoriano dal 2000. È da questo momento in poi che lo scontro tra le due parti si è fatto aperto ed è scoppiata la violenza: la comunità internazionale ha tiepidamente sostenuto Ouattara, mentre i poteri forti all’interno del paese si sono schierati con Gbagbo, in una difficile situazione che ha visto l’economia del paese andare in rapida crisi e le principali banche chiudere i propri sportelli o limitare al massimo le quantità di denaro disponibili. Una scelta, quest’ultima, che ha ulteriormente esasperato la popolazione, ormai stabilmente in fila davanti alle poche banche rimaste ancora aperte. Tra i grandi gruppi bancari internazionali che hanno già sospeso le operazioni vi sono la BNP Paribas e la Société Générale, che da sole rappresentano circa i due terzi dell’intero sistema bancario ivoriano. Sarebbe quantomeno naif dichiarare che i risultati elettorali siano stati la causa scatenante della situazione attuale in Costa d’Avorio e non il semplice casus belli di uno scontro già esploso all’inizio di questo decennio e le cui origini sono da ritrovarsi nella formazione dello stato post-coloniale e nelle sue successive evoluzioni.

La Costa d’Avorio, infatti, aveva sviluppato già durante gli anni ’60 un regime di carattere elitista, etnocentrico e personalistico, incentrato intorno alla figura del presidente Houphouet-Boigny. La democratizzazione del paese è stata il risultato di una serie di inattesi shock del paradigma Houphouetista post-coloniale; la guerra civile ivoriana e l’attuale crisi politica possono essere ricondotte alla lontana alla monopolistica visione creativa di ingegneria politica e sociale messa in atto tra gli anni ’60 e gli anni ’90 da un uomo allora considerato il pater patriae. In quest’analisi è centrale il processo di nation building del paese nato come risultato di una serie di compromessi fatti dal presidente; un melange politico-economico che trae la sua forza dalla sinergia di tre principi intimamente legati fra loro: una politica economica aperta all’esterno ma centralizzata all’interno, la creazione di una borghesia indigena dipendente dallo stato e una gestione paternalistica della diversità sociale ed etnica all’interno del paese.

Houphouet-Boigny recuperò le politiche di sviluppo coloniali e le trasformò in una propria politica di sviluppo nazionale. Ciò riguardò primariamente la produzione dei beni agricoli (cacao, caffè, cotone e gomma) che venne potenziata attraverso degli incentivi volti ad attrarre capitali stranieri ma anche lavoratori provenienti dagli stati vicini; questo tipo di politica economica e di welfare facilitò l’alta concentrazione di popolazione immigrata sul suolo ivoriano: il 26% stando al censimento del 1998[3].

Alleato di questa struttura economica fu l’uso del clientelismo stato-centrico volto a costruire un’élite fedele alla persona di Houphouet-Boigny. L’obiettivo era quello di creare una borghesia locale capace di operare come volano di in un’economia storicamente dominata da capitali stranieri, soprattutto francesi, attraverso un uso lecito e illecito delle risorse dello stato. Questa élite dominante faceva riferimento a un singolo partito, il Parti Democratique de Cote d’Ivoire (PDCI), il quale le garantiva una certa sicurezza economica anche grazie alla sua protezione politica.

Inoltre, l’intero sistema politico-economico era basato su una particolare gestione della diversità etnica. Per garantire longevità al suo potere, Houphouet-Boigny sviluppò un’ideologia basata sul mito della legittimità dei membri riconducibili alla popolazione Akan a governare sugli altri. Per supportare questo mito fu necessario trasformare in etnie a tenuta stagna oltre sessanta popolazioni: i Mandé (Malinké, Dan, Kweni); i Voltaici originari dell’attuale Burkina Faso, ora conosciuti come Gur (Sénoufo, Koulango, Lobi); i Kru (We, Bété, Bakwé, Néyo); gli Akan (Agni, Baulé, Abron, Alladian, Avikam). L’ideologia Houphouettista della naturale superiorità dei Baoulé (sottogruppo degli Akan) fu presentata senza alcuna giustificazione e, secondo Memel-Foté, serviva anche ad escludere, in particolare, altre due popolazioni dalla partecipazione al potere politico: i Dioula e i Bété, la prima una popolazione del nord, originaria del Burkina Faso, la seconda musulmana ma comunque originaria della Costa d’Avorio[4]. Secondo l’idea del presidente, entrambe erano un pericolo per lo stato e per la nazione in quanto l’una naturalmente incompatibile con l’esercizio del potere politico e l’altra propagatrice dell’Islam.

Grazie a questi meccanismi di regolamentazione politico-sociale e ad una policy di guadagno dalle relazioni con i paesi dell’Occidente, in special modo con la Francia, Houphouet-Boigny costruì un paese relativamente prospero. Comparato con altri stati africani, la Costa d’Avorio nel periodo ’60-’70 raggiunse impressionanti risultati in campo economico, un periodo relativamente lungo di stabilità politica e coesione sociale, e un’inclusiva, anche se gerarchica, fabbrica sociale. Il sogno houphouettista di ricchezza collettiva nello spazio nazionale ivoriano portò ad una naturale ripartizione totale dei frutti della crescita economica. In ogni caso, fin dalla seconda metà degli anni ’60, la politica inclusiva delle masse di migranti questo principio fu percepito come un pericolo dai compatrioti del presidente che temevano una perdita del controllo nazionale sul progresso economico del paese. Fin dagli inizi l’arrivo massiccio di stranieri attratti dalle promesse economico-sociali del paese provocò regolarmente tensioni tra i nativi e le popolazioni immigrate; è proprio in questo aspetto che si possono ritrovare i prodromi dell’attuale crisi in Costa d’Avorio.

Tra il 1981 e il 1993 lo stato ivoriano varò nove infruttuosi tentativi di ristabilizzare l’economia messa a dura prova dal crollo del prezzo del cacao, prodotto di cui la Costa d’Avorio è uno dei principali esportatori mondiali, in concomitanza con un imponente aumento della spesa pubblica. Fin dalla fine degli anni ’80, la crisi economica e le richieste di una riforma strutturale volta a correggere gli squilibri macroeconomici e di governo colpirono fortemente i pilastri del compromesso politico di Houphouet-Boigny. Per rispondere a tali esigenze, nel 1990 vennero istituite le prime elezioni multipartitiche nel paese che videro nascere le prime formazioni partitiche di opposizione a Houphouet-Boigny: il Parti Ivorien de Travailleurs (PIT) di Francis Wodié, il Parti Socialiste Ivorien (PSI) di Bamba Moriféré e il Front Populaire Ivorien (FPI) di Laurent Gbagbo, tutti opposti al già citato PDCI del presidente Boigny. Il partito principale di opposizione era il FPI, il quale aveva un carattere prevalentemente etno-regionale. L’FPI seppe mobilitare la maggior parte del suo elettorato nelle regioni centro/sud-occidentali, regioni in cui la presenza di immigrati o non-ivoriani era massiccia, e riuscì a porsi come il portavoce di tutte le popolazioni tenute lontane dalla partecipazione politica a causa dell’egemonia Baoulé. Ciononostante, le elezioni riconfermarono largamente Houphouet-Boigny, che stracciò il suo sfidante diretto al secondo turno, Gbagbo, con una differenza di preferenze pari all’82%. Il «nuovo» governo doveva però fronteggiare l’emergenza economica; così Boigny nominò come suo primo ministro Alassane Ouattara, ex membro dello staff dell’IMF. La nomina di Ouattara innescò una nuova serie di proteste poiché non aveva costruito la sua esperienza sullo scenario politico domestico ma altrove e poiché il suo essere di etnia Dioula, da sempre emarginata dal regime, lo faceva percepire come uno straniero. Nonostante le rimostranze dell’opinione pubblica ivoriana, Ouattara andò avanti con la sua linea reprimendo duramente ogni forma di protesta; i più colpiti dalla repressione furono gli studenti riunitisi nella Federation Estudiantine et Scolaire de Cote d’Ivoire (FESCI) alla quale si strinsero a sostegno alcuni partiti, in special modo il FPI e il PIT. Per semplificare si potrebbero riassumere le tensioni che affliggevano il paese alla fine del «regno» di Boigny con una serie di cleavages: nativi/stranieri, governo/opposizione, inclusione/esclusione. Queste fratture perdurarono almeno fino al 1992, anno della morte di Houphouet-Boigny e della sua successione d’ufficio del presidente dell’Assemblea Nazionale, Henri Konan Bedié.

Sotto Bedié, lo stato ivoriano continuò la sua spasmodica ricerca del consenso a fronte di una popolazione fortemente riluttante. Bedié, conformemente alla Costituzione ivoriana, divenne presidente ad interim per un periodo che doveva essere quello necessario ad indire delle nuove elezioni. Quando il nuovo presidente fu investito della sua carica, la Costa d’Avorio attraversava un momento di estrema tensione politica, continua recessione economica, chiusura delle imprese e un sempre più crescente tasso di disoccupazione. Nel 1993 la World Bank classificò la Cd’A come uno fra i 60 paesi più indebitati nel mondo e il tasso di debito pro capite era il più alto dell’intero continente. Il governo fu conseguentemente ancora una volta forzato dall’IMF e dalla WB ad attuare i programmi di aggiustamento strutturale: il tasso di povertà era schizzato dal 10% del 1985 al 32,3%[5]. Bedié si trovò quindi immediatamente tra l’incudine e il martello; tra le pressanti rivolte sociali dovute agli standard di vita sempre più in declino e le pressioni internazionali per l’attuazioni di nuove riforme economiche, soprattutto dopo la svalutazione del franco CFA[6] del 1994. La situazione sembrava complicarsi ulteriormente in quanto la morte H.-Boigny aveva scatenato una lotta per la successione all’interno del PDCI tra Bedié e Ouattara; lo scontro causò uno scisma nel partito, portando alla nascita del Rassemblement des Républicains (RDR). Il RDR e il FPI di Gbagbo erano ora i diretti sfidanti del PDCI di Bedié alle elezioni che si sarebbero tenute nell’ottobre del 1995; elezioni alle quali i due partiti si presentarono uniti nella coalizione del Front Republicain (FR).

Elemento chiave del contenzioso elettorale del 1995 fu il nuovo codice elettorale approvato nel dicembre del 1994, che stabiliva come prerequisito per il presidente la nascita da genitori ivoriani e la residenza in Costa d’Avorio da almeno cinque anni prima delle elezioni: questa era la cosiddetta politica dell’Ivoirité. Mentre Gbagbo, un Bété, aveva condiviso con Bedié la lotta all’egemonia Baulé che vi era sotto Boigny, Ouattara non solo era un Dioula, quindi non un ivoriano «puro», ma nei precedenti cinque anni aveva lavorato all’estero con il IMF. Così, la contesa su cittadinanza e provenienza regionale si unì al già esistente scontro per l’egemonia etnica quasi a formare l’unica caratteristica del processo di democratizzazione della Costa d’Avorio. Il FR chiese la revoca del codice e l’introduzione di una legge elettorale più trasparente; quando queste richieste furono ignorate, la nuova coalizione boicottò le elezioni, agilmente vinte da Bedié col 96% delle preferenze. Alla tensione politica generata da queste elezioni si aggiunse la volontà di applicare il principio di Ivoirité anche alle questioni di distribuzione della terra: i terreni potevano essere di proprietà solo dei nativi ed eventualmente, attraverso una labirintica burocrazia, affittati ai non nativi anche se provvisti di cittadinanza. Tutto ciò sancì la definitiva frattura della società ivoriana, che si radicalizzò tanto da portare ad uno scontro interetnico violento e sanguinoso. Il paese si divise virtualmente tra nord e sud, con il nord vicino al RDR e il sud vicino al FPI e alla figura di Laurent Gbagbo: entrambe le fazioni erano comunque considerate dei nemici politici dal regime di Bedié.

Nel dicembre del 1999, Bedié fu deposto da un colpo di stato, avvenuto senza spargimenti di sangue, guidato dal generale Guei. La giunta militare era molto critica nei confronti delle nuove leggi basate su un arbitrario principio come quello del’Ivoirité. L’abolizione di queste norme fu apprezzata da larghe fasce della popolazione, ma Guei, candidatosi alle nuove elezioni in programma per l’anno seguente, propose in campagna elettorale l’introduzione di leggi e progetti pregni proprio di quel principio che aveva combattuto e smantellato fino a poche settimane prima. Le elezioni dell’ottobre 2000 parvero svolgersi in maniera democratica; in realtà Guei si era preoccupato, come già fatto da Bedié, di eliminare tutti i suoi oppositori politici dal contenzioso elettorale attraverso il principio di Ivoirité: unico oppositore ammesso allo scrutinio fu il solito Gbagbo. Guei truccò le elezioni e si proclamò vincitore, mentre Gbagbo denunciò i brogli proclamandosi a sua volta presidente. Manifestanti del RDR di Ouattara scesero in strada per chiedere le dimissioni di Guei; manifestanti del FPI di Gbagbo protestarono contro le elezioni e il nuovo governo. Sia Ouattara che Gbagbo si opponevano alle elezioni fittizie di Guei, ma erano profondamente divisi: il primo, escluso dalla competizione elettorale sulla base dell’Ivoirité, chiedeva nuove elezioni; il secondo rigettava qualsiasi chiamata alle urne e semplicemente rivendicava per sé la vittoria. Questo nuovo scontro portò ad un’escalation di violenza tra le fazioni vicine al RDR e al FPI che ebbe come risultato le dimissioni di Guei e l’auto proclamazione di Gbagbo a Presidente della Seconda Repubblica.

Gbagbo divenne presidente in un clima di generale sospetto e di violenza politica. Le nuove elezioni non portarono stabilità al paese, al contrario generarono la nuova ondata di violenze che portarono alla guerra civile: risoluzione del conflitto, peace-building e riconciliazione erano le nuove parole d’ordine. Nel 2001, per allentare la tensione, il governo organizzò il Forum di Riconciliazione Nazionale nel quale furono discussi i principali problemi del paese quali questione della terra e cittadinanza. Tuttavia, la situazione precipitò quando il presidente non accettò le conclusioni del Forum che includevano il pieno riconoscimento della cittadinanza a Ouattara, diventato il simbolo del senso di esclusione dal sistema politico delle popolazioni «impure» e del nord del paese: come i suoi predecessori, Gbagbo usò l’Ivoirité come mezzo per eliminare i suoi oppositori.

Nel settembre del 2002 scoppiò l’ennesima rivolta, questa volta coordinata e contemporanea in più città. Il FPI di Gbagbo rifiutò qualsiasi dialogo con la massa, la rivolta si trasformò in una vera e propria ribellione totale, il paese si divise in due: il nord controllato dai ribelli del Mouvement Patriotique de Cote d’Ivoire (MPCI) nel quale confluì buona parte della FESCI; il sud controllato dai governativi. Fin dagli inizi della crisi, fu coinvolta la Francia, dapprima con lo scopo di prteggere tutti i cittadini francesi sul suolo ivoriano e, in seguito, su invito del presidente come forza alleata del governo contro i ribelli. Con l’Operation Licorne Parigi inviò 2.500 truppe e chiese all’ECOWAS (Economic Community of West African States) di inviare un supporto di altri peace-keepers con la missione ECOMOG (Economic Community of West African States Monitoring Group): dopo qualche ritardo, nel 2003 la missione ECOMOG rimpiazzò le truppe francesi sulla linea del cessate il fuoco con 1.300 soldati provenienti da Senegal, Ghana, Togo, Niger e Benin; in seguito l’ONU prese il comando della missione, con la creazione della UNOCI (United Nations Operation in Cote d’Ivoire). Contemporaneamente, ECOWAS si occupò di creare un gruppo di mediazione tra i ribelli e il governo che avrebbe dovuto portare alla pacificazione del conflitto; questa mediazione, però, non diede i sui frutti. Con il fallimento della gestione regionale della crisi, la Francia organizzò la Tavola Rotonda di Linas-Marcoussis che portò alla firma di un accordo tra il governo e il MPCI rinominatosi per l’occasione Forces Nouvelles (FN) sui principali temi del conflitto: nazionalità, identità delle popolazioni straniere, regime elettorale, clausole di eleggibilità del presidente, media, diritti umani, sistema agrario, ripresa economica e coesione sociale. Con questa mossa, la Francia sanciva la sua definitiva egemonia nella gestione del conflitto.

Fra il 2003 e il 2005 furono organizzate una serie di conferenze volte all’attuazione dei principi esposti dall’accordo di Marcoussis che però portarono ad un nulla di fatto a causa del forte ostruzionismo attuato da entrambe le parti ma soprattutto da Gbagbo. Il presidente accusava i ribelli di rifiutare le istituzioni democratiche e di continuare a ricorrere alla violenza, inoltre denunciava la presenza di attori nascosti che agivano nell’ombra e che dirottavano il processo di riconciliazione in loro favore. Questi attori erano principalmente tre: Alassane Ouattara, sospettato di finanziare la rivolta; Blaise Compaoré, presidente del Burkina Faso, che aveva offerto il suo territorio come base di supporto per i ribelli; la Francia, la quale avrebbe beneficiato politicamente dell’instabilità del paese e che non nascondeva la sua volontà di modificare gli accordi militari ed economici contratti con il governo ivoriano al fine di attuare una non meglio definita politica neo-imperialista nella regione.

Dopo una serie di scontri violenti tra tutte le fazioni in campo, quasi inaspettatamente, nel 2007 venne firmato un accordo tra il presidente Gbagbo e Guillame Soro Kigbafori, ex presidente della FESCI e attuale capo delle FN, sotto la supervisione di Compaoré, allora presidente di turno ECOWAS. L’accordo riprendeva le linee guida di Marcoussis, disponeva per l’immediato disarmo e smobilitazione delle parti e soprattutto la creazione di un governo tecnico di unità nazionale che avrebbe gestito il paese fino a nuove elezioni: così nel giugno dello stesso anno Soro divenne il primo ministro di Gbagbo e, con qualche ritardo rispetto agli accordi presi, furono previste delle elezioni per il 2010.

Oggi la guerra civile è ancora in corso anche se sembra essersi risolta in favore di Ouattara che, da presidente, ha nominato suo primo ministro Soro ed è in grado di controllare militarmente quasi tutto il territorio ivoriano anche grazie all’aiuto internazionale e, soprattutto, francese. La speranza è che la situazione si stabilizzi nel più breve tempo possibile e che ciò che sta succedendo in questi giorni non sia il principio di una nuova spirale degenerante per il paese, anche se concetti come conflitto interetnico, immobilismo regionale, problemi di cittadinanza, scontro Gbagbo/Ouattara-Soro, crisi economica e imperialismo (reale o presunto) francese sono elementi difficili da eliminare in un contesto come quello della Costa d’Avorio[7].


[1] Laurent Gbagbo (27-12-2010), vedi http://www.youtube.com/watch?v=irVn6FR_G7Y

[3] Department of Economic and Social Affairs (Population Division), World Population Policies 2009, in http://www.un.org/esa/population/publications/wpp2009/Publication_complete.pdf

[4] H. Memel-Foté, Des Ancetres Fondateurs aux Pères de la Nation, in Conférences Marc Bloch (1991). Disponibile su http://cmb.ehess.fr/document40.html

[5] JP. Azam, La Faisabilité politique de l’Ajustement en Cote d’Ivoire et au Maroc, OECD, Parigi 1994, p.132

[6] Il Franco CFA fu creato nel 1945, al momento della ratifica da parte della Francia degli accordi di Bretton Woods. La sigla indicava il Franco delle Colonie Francesi Africane. Ha come istituti di emissione il BCEAO, Banco Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale e il BEAC, Banco degli Stati dell’Africa Centrale e le rispettive valute non sono intercambiabili. Gli accordi che vincolano i due istituti centrali con le autorità francesi sono identici e prevedono determinate clausole: un tipo di cambio fissato alla divisa europea; piena convertibilità delle monete con l’euro garantita dal Tesoro francese; fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il Tesoro francese, che in tal modo si fa garante del cambio monetario); in contropartita alla convertibilità era prevista la partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona CFA. Il franco CFA mantenne la parità rispetto al franco francese salvo in casi particolari.

[7] Per una bibliografia di riferimento, si vedano JP. Azam, La Faisabilité politique de l’Ajustement en Cote d’Ivoire et au Maroc, OECD, Parigi 1994; R. Banégas, Cote d’Ivoire: Patriotism, Ethnonationalism and Other African Modes of Self-Writing, African Affairs, Vol. 105, No. 421 (Oct., 2006), pp. 535-552; R. C. Cook, Winning Coalitions and Ethno-Regional Politics: The Failure of the Opposition in the 1990 and 1995 Elections in Cote d’Ivoire, African Affairs, Vol. 96, No. 383 (Apr., 1997), pp. 215-242; International Crisis Group, Cote d’Ivoire: Stepping Up the Pressure, Crisis Group Africa Briefing n. 40, 7 settembre 2006; T. Lyons, Post-Cold War Conflict in West Africa, in T. Lyons e G. Khadiagala, Conflict Management and African Politics, Routledge, Londra 2006; H. Memel-Foté, Des Ancetres Fondateurs aux Pères de la Nation, in Conférences Marc Bloch (1991); S. Mitter, Ebony and Ivoirite, Transition, No. 94 (2003), pp. 30-55; J. Raplay, Cote d’Ivoire after Houphouet-Boigny, Review of African Political Economy, Vol. 22, No. 63 (Mar., 1995), pp. 119-121. Per aggiornamenti sulla situazione ivoriana si vedano http://www.abidjan.net; http://english.aljazeera.net/indepth/spotlight/ivorycoast/; http://www.un.org/en/peacekeeping/missions/unoci/index.shtml.

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