Standard and Poor’s e la stabilità finanziaria degli Stati Uniti

di Valeria Elena Benko e Chiara Zaccone

Il 18 aprile, la celebre agenzia di rating Standard and Poor’s ha squarciato il cielo dei mercati finanziari rivedendo al ribasso le previsioni sulla stabilità del debito pubblico statunitense. Nikola Swann, responsabile della valutazione per S&P’s, ha sostenuto che «se un accordo sulla riduzione del debito non sarà raggiunto nel giro dei prossimi due anni c’è una probabilità su tre che gli Stati Uniti siano declassati»[1]. Washington dovrà dunque trovare il modo di garantire il pagamento degli interessi sui titoli di stato entro i prossimi ventiquattro mesi. Così non fosse, gli Stati Uniti sarebbero insolventi e non potrebbero più emettere i Treasury Bonds a rischio zero, che garantiscono al paese un afflusso costante di denaro. In sostanza, per pagare gli interessi sui titoli di stato gli Stati Uniti dovranno continuare a prendere a prestito: un declassamento renderebbe i Treasury Bonds meno attraenti e obbligherebbe Stati Uniti a pagare tassi di interesse più alti a chi fosse disposto a rischiare un default sull’investimento. Infatti, alla notizia di un possibile declassamento è seguita l’immediata reazione negativa dei mercati. Wall Street ha chiuso in perdita dell’1.10% e i listini europei hanno subito, in media, perdite del 2.44% soprattutto sui titoli assicurativi e bancari. L’oro, bene rifugio per eccellenza, si è avvicinato alla quota record di 1500 dollari all’oncia[2].

Eppure, l’annuncio di S&P è meno sorprendente di quanto le reazioni dei mercati e i titoli dei giornali possano far pensare. In primo luogo, le perdite sono state limitate dal fatto che, in realtà, non c’è stato alcun declassamento. L’agenzia di rating si è limitata ad emettere una prima previsione sulla «potenziale direzione che la valutazione del debito assumerà nel medio periodo», modificando le stime – gli outlook – da stable a negative[3]. In secondo luogo, sebbene sia difficile credere alla favola della perfetta informazione, i dettagli della questione sono pubblici e i segnali di una crescente preoccupazione sulla stabilità del debito erano nell’aria già da diversi mesi. Infine, nessuno prevede il futuro. Le scelte delle agenzie di intelligence finanziaria e in particolar modo della triade S&P, Moody’s e Fitch sono infatti state, negli anni passati, oggetto di critiche e controversie. Dal 2002 al 2007, Wall Street ha concesso 3,2 miliardi di dollari a chi voleva comprare una casa con poche o nessuna garanzia. L’ambiguità dei rating su questo tipo di investimenti altamente speculativi ha alimentato la bolla dei sub-prime, che ha innescato la crisi economica del 2008[4]. Il terreno si fa ancora più scivoloso se, tra gli elementi utilizzati dalle agenzie per determinare la solidità di un titolo finanziario, accanto alle valutazioni economiche emergono quelle politiche, soprattutto quando è in gioco la solvibilità degli stati sovrani. S&P ha dichiarato che, nonostante la forza dell’economia statunitense, è difficile che nei prossimi due anni i Repubblicani e i Democratici riescano ad arrivare ad un accordo sulla riduzione della spesa pubblica, sottolineando come i due partiti siano arroccati su posizioni inconciliabili. La battaglia politica è apparsa particolarmente intensa al momento del dibattito sull’innalzamento del tetto massimo al debito. Ad oggi, il debito pubblico statunitense ammonta a 14.219 miliardi di dollari e il limite legale è stato fissato, dopo la sesta revisione annuale, a 14.294 miliardi di dollari[5]. Un mancato accordo sul tetto al debito non produrrebbe automaticamente un default dell’economia statunitense, ma confermerebbe la difficoltà del paese a rispettare gli impegni presi. La spaccatura tra Repubblicani e Democratici è profonda: il segretario del tesoro Tim Geithner ha sostenuto la necessità di innalzare per legge il limite al prestito, per evitare qualsiasi rischio di un default sul debito. Inoltre, il Tesoro e la Federal Reserve hanno sottolineato che senza un accordo sull’innalzamento del tetto i tassi di interesse salirebbero e, come sopra, sarebbe più difficile prendere a prestito. In risposta, alcuni esponenti del partito Repubblicano hanno tentato di legare l’innalzamento del tetto ad una legge che obblighi il Tesoro a pagare per primi gli interessi sui Treasury Bonds e solo dopo i benefits dei programmi Medicare e Medicaid e i sussidi di disoccupazione[6]. Sebbene le preoccupazioni repubblicane siano giustificate, la natura partigiana della proposta ha acuito i contrasti tra le fazioni, affossando la bipartisanship necessaria ad individuare una soluzione condivisa. La linea politica intransigente che invoca con urgenza tagli alle spese federali ed esclude quelle per la difesa non fa altro che rinfocolare l’antico ed infinito dibattito sulle dimensioni e sulle competenze dello stato federale.

Dunque, come spesso è avvenuto in passato, il problema del debito aumenta la pressione sulle amministrazioni democratiche e in particolar modo sulla presidenza di Obama. Da un lato pesano le scelte di politica monetaria della Fed. Per stimolare l’economia, garantire liquidità e tentare in questo modo di uscire dalla crisi, il tasso di interesse fissato dalla Fed deve restare basso, laddove la Bce privilegia la difesa della zona euro dall’inflazione e dalle crisi del debito dei paesi mediterranei. Dall’altro, i tagli allo stato sociale sarebbero particolarmente difficili da giustificare a un’amministrazione che ha fatto della riforma sanitaria un tema di punta della campagna elettorale. Appunto, le elezioni del 2012 si avvicinano. E infatti, più che confermare la gravità della situazione, S&P mette l’accento sull’urgenza delle necessarie riforme macroeconomiche. Secondo gli analisti, se il governo dovesse optare per una strategia di basso profilo, in attesa del sospiro di sollievo permesso dalla riconferma di Obama, il problema del debito potrebbe sfuggire di mano all’amministrazione. Barak Obama ha risposto con un programma di riduzione graduale della spesa, basato sull’aumento delle tasse, sulle modifiche ai programmi Medicaid e Medicare sugli ingenti tagli alle spese militari. Entro i prossimi dodici anni, il piano dei Democratici vorrebbe ridurre di quattromila miliardi di dollari le principali voci di spesa pubblica[7]. Se approvata da entrambi i partiti, la manovra potrebbe confutare il giudizio politico di S&P, permettendo agli Stati Uniti di mantenere la credibilità finanziaria, soprattutto sui mercati asiatici. A riguardo, la Cina, che detiene la maggior parte dei buoni del tesoro statunitensi, ha espresso la speranza che il paese possa adottare «politiche e misure responsabili» a protezione degli interessi degli investitori[8].

Resta il fatto che simili iniziative hanno una grande componente cosmetica. I tagli proposti da Obama ridurranno il debito e forse quieteranno i mercati, ma non saranno sufficienti ad impedire al paese che stampa la valuta di riserva del sistema monetario internazionale di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Paradossalmente, la drastica diminuzione delle spese non è l’unica strada percorribile per riaffermare l’affidabilità finanziaria degli Stati Uniti. L’avvertimento di S&P potrebbe stimolare la bipartisanship indispensabile ad un accordo sulle misure urgenti e necessarie, ma soprattutto permetterebbe a Obama di sostenere la riduzione delle spese davanti ai suoi elettori. E allora sarebbero il rafforzamento della presidenza Obama e una rinnovata fiducia nelle nove vite dell’economia americana a liberare i mercati globali dalla paura del crollo di un sistema che manca di qualsiasi alternativa plausibile.


[1]Vedi: At a glance: Standard & Poor’s Lowers US Outlook To Negative, Wall Street Journal online, 18 aprile, 2011, sec. T Wire, vedi http://online.wsj.com/article/BT-CO-20110418-711068.html.

[3]Il Sole 24 ore, Martedì 19 aprile 2001, n.106, p. 3

[4] Vedi: Buttonwood: Credit and blame The Economist, http://www.economist.com/node/9769471.

[6]              Geithner Warns US to Hit Debt Ceiling by May 16, CNBC, http://www.cnbc.com/id/42424509/Geithner_Warns_US_to_Hit_Debt_Ceiling_by_May_16.

[7] Mark Landler and Michael D. Shear, Taking on G.O.P., Obama Unveils Debt Relief Plan, The New York Times, 13 Aprile, 2011, sec. U.S. / Politics, http://www.nytimes.com/2011/04/14/us/politics/14obama.html.

[8] A febbraio del 2011 la Cina deteneva 1154,1 miliardi di dollari in buoni del Tesoro statunitense, seguita dal Giappone con 890,3 miliardi di dollari. Fonte: www.treasury.gov.

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