Stay Human… it’s not Utopia

di Alessandro Accorsi

Difficile arrendersi all’idea che Vittorio «Vik Utopia» Arrigoni sia stato rapito e ucciso nel giro di poche ore nella Striscia di Gaza.

Vittorio era un personaggio. Scomodo, a volte contraddittorio, ma soprattutto umano. E proprio per questa sua dura umanità, forgiata dall’esperienza di vivere in una Gaza sotto assedio e sotto le bombe israeliane, non si poteva non provare stima per lui e il suo lavoro. Spesso, magari, non si era completamente d’accordo con lui e con i suoi toni duri e di ferma condanna, ma proprio per questo non si poteva non condividere il suo appello costante a rimanere umani.

Arrivato per la prima volta a Gaza nel 2002, vi era rientrato con la capostipite delle Flottilla sfidando il blocco imposto da Israele dopo il take-over di Hamas nel 2007. Era diventato noto ai più per i suoi post sul suo blog in cui aveva documentato prima la vita a Gaza durante l’Operazione Piombo Fuso, poi la difficile quotidianità in quel lembo di Terra Santa quasi dimenticato da Dio.

Attivista dell’International Solidarity Movement, conosceva bene i rischi del suo lavoro di protezione dei pescatori palestinesi – che devono sfidare le mitragliatrici delle pattuglie israeliane nelle loro battute di pesca – e dei contadini senza terra – che si addentrano nella buffer zone in cui si spara a vista per poter raccogliere i loro ortaggi.

Ma Arrigoni non era un martire, a meno che non si adotti il significato originario della parola araba shahid, testimone. Non lo era perché pur consapevole dei rischi e delle minacce ricevute, sapeva che grazie alla sua costante missione di testimonianza godeva della protezione della popolazione palestinese. Non una ‘non-nazione’ di terroristi e folli, come vengono spesso descritti. Ma un popolo che lotta per i propri diritti, che vuole scrollarsi di dosso l’immagine violenta della sovrapposizione tra Seconda Intifada e guerra globale al terrorismo. Un popolo che accoglie chiunque, specialmente chi lavora per una resistenza non violenta, riscoperto mantra della resistenza popolare dei villaggi palestinesi. Per chi non ci credesse e volesse rimanere aggrappato alla certezza (?) della follia sanguinaria palestinese, bastino le manifestazioni di cordoglio e di accusa del gesto trasversali a tutto lo spettro palestinese. Persino i gruppi salafiti, hanno condannato il gesto definendo assassini gli esecutori materiali. Manifestazioni più vere, più profonde, di quelle contingentali del nostro amor di patria.

Proprio per questo la morte di Utopia appare inspiegabile e troppo, troppo assurda per essere vera. Come poche settimane fa a Jenin, quando a pagare con la propria vita fu Juliano Mer-Khamis, ebreo-palestinese – come si definiva viste le sue origini miste e la sua scelta di vivere tra i palestinesi – animatore del Freedom Theatre. Due volti straordinariamente umani di un tipo di resistenza «nuova», sacrificati sull’altare di non si sa bene cosa[1]. Proprio per questo, i due eventi devono essere letti insieme nella foschia della politica palestinese.

Prima di fare qualsiasi analisi o supposizione, è bene però spiegare chi siano questi salafiti che operano a Gaza e quale sia il loro rapporto con il movimento islamico di Hamas.

La galassia salafita, fatta di gruppi e gruppuscoli con etichette spesso variabili e fittizie, è animata da un credo islamista fondamentalista. Ovvero, si rifà ad una visione dell’Islam fortemente tradizionalista e basata, per l’appunto, sui fondamenti del credo islamico. Un’ideologia in qualche modo pre-moderna, che predica un ritorno alle origini dell’Islam. Nella loro visione, non esistendo una divisione tra pubblico e privato, la società deve essere completamente re-islamizzata attraverso un’imposizione dall’alto. Predicano, inoltre, un pan-islamismo che vuole abolire i confini artificiali degli stati per riunire tutta l’Umma (la comunità musulmana) sotto un unico Califfato globale[2].

In questi due obiettivi, risiedono proprio le maggiori differenze con Hamas. Un movimento sì islamista, ma sociale, fortemente moderno e in cui il millenarismo è bilanciato da pragmatismo e senso di opportunismo politico. Hamas, traendo origine dai Fratelli Musulmani, si configura come un movimento consapevole della necessità di creare e coltivare il consenso presso la popolazione in modo da procedere ad un’islamizzazione graduale e dal basso della società[3]. Inoltre, è un movimento islamo-nazionalista. Ovvero si basa esclusivamente sul credo del «Palestine-first». Negli stessi termini, insomma, con cui Fatah negli anni ’60 si opponeva al pan-arabismo.

Il primo mito da sfatare è che i salafiti siano arrivati nella Striscia con il contro-golpe di Hamas. In realtà, sono presenti già dal 2005 e sono spesso formati da ‘stranieri’ infiltratisi con la complicità di Fatah (che voleva indebolire Hamas) o da ex-membri di Fatah stessa o altre fazioni palestinesi. I gruppi autonomi salafiti sarebbero stati quasi completamente annientati dal governo di Haniyeh. Specialmente, il Jund Ansar (a cui dicono di rifarsi i rapitori di Arrigoni), è stato massacrato in una Moschea di Rafah nell’Agosto 2009[4].

Hamas, pragmaticamente, non va tanto per il sottile. Primo, perché questi gruppi diffondono un messaggio contrastante con quello di Hamas stesso e lo sfidano dall’interno. Criticano l’islamizzazione soft nella Striscia e lo stop alle azioni di resistenza da parte di un Hamas che deve fare i conti con il realismo di chi è al governo. Secondo, perché la presenza di «quelli di al-Qaeda» denunciata da Israele e ANP, annulla gli sforzi di legittimazione del proprio potere costituito.

Il rapporto che sembra essersi configurato tra i due attori, pertanto, è fortemente sbilanciato verso gli interessi di Hamas. Il quale permette ogni tanto delle azioni di resistenza, convinto che nella loro artigianalità non avranno effetti[5]. D’altro canto, reprime i gruppi che non obbediscono alle proprie direttive o che diventano troppo numerosi.

Eppure, oggi, sembra che molti salafiti provengano (circa il 60%) o risiedano latenti nelle fila di Hamas. Le spiegazioni di questo fenomeno sono molteplici e parziali. Da una parte, c’è chi è entrato repentinamente nelle strutture militari delle Brigate dei Martiri al-Qassam, senza il necessario purgatorio nella Fratellanza Musulmana[6]. Dall’altra, chi vede nella moderazione e istituzionalizzazione di Hamas un tradimento (inconsistente, a ben vedere), della propria missione.

Fatto sta che il movimento islamico pare alle prese con i problemi di oscillazione sul continuum radicalizzazione-istituzionalizzazione che hanno afflitto e affliggono la controparte secolare di Fatah. L’inaspettato arrivo al governo e la rocambolesca presa di Gaza hanno impresso un’accelerazione – difficile da far digerire – sul cammino verso la legittimazione e l’egemonia politica del movimento. A queste e ad altre spiegazioni, si aggiunga il fatto che il blocco della Striscia di Gaza imposto da Israele ha, tra gli effetti, quello di rendere meno umane le condizioni specialmente dei giovani, contribuendo alla loro radicalizzazione[7].

Ma ciò non riesce a spiegare l’assurda fine fatta da Vittorio Arrigoni e da Juliano Mer-Khamis. Come detto, per il loro lavoro, godevano della protezione della popolazione palestinese. Inoltre, Arrigoni era in qualche modo utile ad Hamas stessa, specialmente ora che stava organizzando la spedizione della nuova Freedom Flottilla. Mer-Khamis, da parte sua, collaborava con Zakaria Zubeidi – ex capo delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa (Fatah) a Jenin e convertitosi alla resistenza culturale – godendo anch’esso, nonostante le minacce ricevute, dell’appoggio delle strutture del campo profughi in cui lavorava e risiedeva. Se quella di Juliano sembra essere stata l’opera di killer professionisti, quella di Arrigoni appare più caotica, disorganizzata. Secondo le informazioni attualmente disponibili, i rapitori l’avrebbero ucciso poco prima del blitz delle forze di sicurezza di Hamas[8]. Era detenuto nella casa di colui che aveva caricato il video su Youtube. I rapitori avevano chiesto la liberazione di alcuni prigionieri salafiti (che hanno disconosciuto la loro appartenenza al gruppo), ma appare alquanto strano il fatto che non abbiano atteso lo scadere dell’ultimatum e che Arrigoni presentasse numerose ferite anche dietro la nuca.

In Palestina, i rari rapimenti sono disciplinati da regole sociali molto ferree, che non è possibile trasgredire. O i rapitori si sono trovati a non saper gestire una situazione complessa e improvvisata, oppure avevano, purtroppo, da subito l’intenzione di uccidere Utopia. Nel primo caso, non ci si spiega perché proprio Arrigoni e non un membro di Hamas o qualcun altro. Nel secondo, non si comprende perché inscenare la sceneggiata del rapimento e per quale motivo uccidere un pacifista che lavorava per i palestinesi e per la non-violenza.

Le risposte non esistono, purtroppo. Esistono solo supposizioni. E avventurarsi in dietrologie è spesso pericoloso e senza uscita. Sullo sfondo restano lo scontro intra-palestinese tra Fatah e Hamas alla ripresa di difficili negoziati per la riconciliazione e lo scontro tra salafiti e Hamas (e dentro Hamas), dopo una pericolosa escalation e una nuova tregua con Israele. Che sia opera di palestinesi o di un intervento esterno che si è appoggiato a loro sulla base di interessi convergenti è quasi impossibile da dire.


[1] Juliano Mer-Khamis era il direttore del Freedom Theater di Jenin, tramite cui ha cercato di dare una nuova prospettiva ai giovani e di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dell’occupazione attraverso quella che è stata definita resistenza culturale. È stato ucciso il 4 Aprile 2011 nel campo profughi in cui lavorava e risiedeva.

[2]Si veda Bausani, A. (1999) L’Islam, Garzanti, Milano

[3] Su Hamas vedi Emiliani, M. (a cura di) (2007) Hamas Alla Prova Del Governo, Il Ponte, Bologna; Gunning, J.

[4] A causa della difficoltà di accesso nella Striscia – per il blocco imposto da Israele – e per la scarsità di notizie che fuoriescono, è difficile ricostruire ciò che accade sotto il governo di Hamas e dentro Hamas stesso. Per questo è prezioso, anche se a volte non totalmente convincente, il report dell’International Crisis Group Radical Islam in Gaza – 29 Marzo 2011, disponibile all’indirizzo http://tinyurl.com/icgradicalislam, http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/israel-palestine/104-radical-islam-in-gaza.aspx

[5]Vedi International Crisis Group Gaza: the next Israeli-Palestinian War? Middle East Briefing n. 30 – 24 March 2011 disponibile su http://tinyurl.com/gazathenext, http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/israel-palestine/B30-%20gaza-the-next-israeli-palestinian-war.aspx

[6]All’indomani del contro-golpe operato dalle strutture militari di Hamas nella striscia prima e dell’Operazione Piombo fuso poi, le Brigate sono state costrette ad arruolare nuovi militanti nelle loro fila. Solitamente l’ingresso nelle Brigate era preceduto da un lungo apprendistato non solo militare, ma soprattutto ideologico nella Fratellanza Musulmana, in modo da ‘uniformare’ la dottrina politica del movimento. Questo passaggio è venuto meno in quelle due occasioni e l’ala politica si trova a fare i conti con un’ala militare più potente e indipendente (per il controllo sociale, della sicurezza e dell’economia), ma spesso indisciplinata. Secondo i membri di Hamas le reclute fanno operazioni radicali contro bar, negozi, ristoranti per dimostrare il proprio zelo e mettersi in luce. Altri, riconoscono il problema di una crescente radicalizzazione tra le proprie fila. Sembrerebbe consistente, anche alla luce delle dichiarazioni ufficiali che sono spesso in contrasto tra loro, una forte spaccatura all’interno del movimento – tra la componente di Gaza e le altre e all’interno di quella gazawi stessa.

[7] Secondo il racconto di alcuni cooperanti e giornalisti che vivono e lavorano nella Striscia, dopo l’Operazione Piombo Fuso e il prolungamento del Blocco, molti giovani sono completamente alienati. Spesso, ricorrono al massiccio uso di farmaci o sniffano colla e vernice. Sono inoltre più dipendenti dalle strutture – in particolare militari – di Hamas e criticano il realismo e il quietismo del movimento. Intervista dell’autore, lavoratore ONG italiana a Gaza, Jericho, 16/10/2010. Intervista dell’autore con Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto, Gerusalemme, 09/10/2010.

[8] Zakaria Zubeidi ha dichiarato che l’attentato è stato troppo «pulito» e ben eseguito per essere opera di qualche improvvisato. Mer-khamis viaggiava in auto con il figlio di 10 mesi e la baby sitter ed è stato raggiunto da 5 proiettili.

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