Xinjiang: sviluppo economico tra sangue e petrolio

di Stefano Condello

Xinjiang. Una regione talmente vasta da costituire, con i suoi 1,660,001 km2 di superficie, un sesto dell’intera estensione cinese. Un territorio incastonato al centro del continente asiatico, lontano da mari e oceani ma ricco di catene montuose, steppe, deserti. In passato fu un centro nevralgico delle rotte carovaniere che percorrevano la Via della Seta, salvo poi cadere nell’oblio e nell’isolamento dal resto del mondo una volta che le rotte marittime presero il sopravvento. Al giorno d’oggi, lo Xinjiang è una divisione amministrativa della Repubblica Popolare Cinese (RPC) che ha assunto, nel corso degli ultimi 20 anni circa, una crescente importanza in termini economici (grazie alla scoperta di risorse naturali nel sottosuolo) e diplomatici (grazie ai progetti di nuove pipelines con i paesi vicini). A fare da sfondo a questo quadro vi è la repressione che Pechino attua ormai da decenni nei confronti degli Uiguri, una minoranza etnica originaria dello Xinjiang di etnia turcofona e religione islamica. Tra gli Uiguri, il cui obiettivo rimane il raggiungimento di una maggiore autonomia dal governo centrale, se non addirittura l’indipendenza dalla Cina, sono sorti molti gruppi armati che in passato hanno avuto legami con Talebani, Al-Qaeda, Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) e la rete Haqqani. Oltre alle attività di questi movimenti, un generale malcontento fra la popolazione dovuto all’attuazione di politiche discriminatorie e all’alto livello di disoccupazione ha fatto sì che si arrivasse a sanguinose rivolte popolari come quella dell’estate 2009.

Economicamente trascurata come gran parte delle divisioni e province cinesi lontane dalle coste, a partire dagli anni Novanta la regione dello Xinjiang ha ricevuto una crescente attenzione da parte di Pechino. Il  cambiamento è dovuto alle scoperte nel corso degli anni di enormi bacini energetici che comprendono sia idrocarburi che minerali. Il sottosuolo dello Xinjiang, infatti, è ricco di carbone nelle aree vicine ad Urumqi e Hami (due quinti del carbone cinese), di elementi radioattivi nelle catene montuose meridionali e settentrionali oltre a tungsteno, ferro, molibdeno, rame, zinco, piombo, argento, oro e giada[1]. Con riferimento agli idrocarburi, le riserve stimate di petrolio ammontano a più di 2.5 miliardi di tonnellate, mentre per quanto riguarda quelle di gas naturale, la Chinese National Petroleum Corporation nel 2009 ha stimato il totale a 17.4 trilioni di metri cubi, ammettendo, però, di non poter quantificare con certezza il gas estraibile in virtù di numerose problematiche legate all’attività estrattiva, una fra tutte l’estrema profondità in cui si trova il gas[2]. Considerata la velocità con la quale l’economia cinese sta crescendo da alcuni decenni a questa parte, materie prime come gli idrocarburi (i.e. petrolio, gas) stanno diventando a dir poco vitali per la continua espansione economica del paese, rendendo lo Xinjiang una piattaforma di primaria importanza per lo sviluppo della Cina. I dati relativi alla crescita regionale confermano questo andamento: comparato con una crescita annua del PIL cinese del 9,5 % nel periodo 1978-2000, il PIL dello Xinjiang è cresciuto nello stesso arco temporale di un significativo 10,3%[3].

La frenetica attività diplomatica cinese degli ultimi anni ha mirato ad assicurare al paese un adeguato livello di riforniture (riforinmenti, forniture) energetiche. In questo contesto, l’importanza dello Xinjiang nello scacchiere centroasiatico è incrementata per via dei nuovi accordi in merito alla costruzione di oleodotti e gasdotti. L’antico hub commerciale della Via della Seta sta oggi lentamente guadagnando il ruolo di hub energetico nazionale. Mentre di recente l’India ha sospeso un importante progetto di costruzione di una pipeline che partendo dall’Iran e attraversando il Pakistan sarebbe dovuto arrivare proprio in territorio indiano, la Cina ha accettato di portare avanti lo stesso progetto, deviando il tratto finale della pipeline che dal Pakistan dovrebbe entrare direttamente nello Xinjiang. Un’altra proposta, forse ancor più ambiziosa, è quella di un oleodotto in costruzione che, percorrendo 9000 chilometri (sub-linee incluse), collegherà il Turkmenistan direttamente con la Cina. Il progetto, iniziato nel 2008, attraverserà Uzbekistan e Kazakistan, raggiungendo in linea teorica la portata annuale di 30 milioni di metri cubi di gas l’anno[4].

Oltre all’intensa attività diplomatica con l’estero, il governo di Pechino ha allo stesso tempo operato sul piano interno, mirando a legare sempre più strettamente lo Xinjiang al resto della Cina. Da una parte, si è cercato di aumentare costantemente la popolazione Han (etnia cinese) nella regione attraverso politiche migratorie favorite dal centro, legandola saldamente su di un piano etnico al resto del paese e diminuendo al contempo il peso dell’etnia uigura e delle sue velleità separatiste. Per avere un’idea di come l’equilibrio etnico sia variato negli ultimi decenni, basti pensare che nel 1941 gli Han, con 187.000 individui, rappresentavano appena il 5% della popolazione mentre oggi, arrivati a 7.490.000, la loro presenza è aumentata sino al 41%. Gli Uiguri, che nel 1941 costituivano oltre l’80% della popolazione, oggigiorno con 8.823.000 individui arrivano appena al 45.62% del totale[5]. Dall’altra parte, è stato fatto ricorso a politiche regionali tese a diluire l’identità nazionale uigura, vietando a questa etnia le loro pratiche religiose, tradizionali, linguistiche, imponendo usi e costumi cinesi affiancati all’uso del cinese come lingua principale nelle scuole, dove l’uiguro sta ormai per scomparire[6].

Questa commistione di politiche volute da Pechino non poteva non provocare reazioni da parte della popolazione Uigura la quale, vedendosi discriminata e in minoranza nella propria regione di origine, ha promosso una serie di manifestazioni, talvolta violente, per esprimere il proprio malcontento. Attentati, manifestazioni e scontri sono stati una costante dagli anni Novanta sino ai recenti eventi dell’estate 2009. In particolare, questi ultimi si erano verificati quando nello Xinjiang si era diffusa la notizia secondo cui alcuni lavoratori Uiguri erano stati uccisi in una fabbrica nel sud della Cina per mano di un gruppo di Han come vendetta per un presunto stupro di alcune ragazze di etnia cinese. Iniziando in maniera pacifica, le manifestazione di protesta contro l’incapacità della polizia nel proteggere i lavoratori uccisi sono diventate scontri sanguinosi a seguito della reazione violenta delle stesse forze dell’ordine. Per giorni ha avuto luogo una vera e propria guerra civile dove ronde di Uiguri hanno ucciso gli Han incontrati nel loro cammino e viceversa. Il bilancio ufficiale comunicato dal governo cinese riporta rispettivamente 197 morti e circa 1600 feriti. Dei 197 morti, 156 sarebbero stati civili, di cui 134 Han, 11 Hui, 10 Uiguri e un Manchu[7]. Su questo punto vi è profonda differenza con quanto comunicato dal World Uyghur Congress, secondo il quale gli Uiguri morti sarebbero quasi 800[8].

Dopo mesi di chiusura ermetica con l’esterno e di buio telematico, qualcosa è di recente iniziato a cambiare: il governo ha nuovamente concesso alla popolazione l’uso di internet e la presenza militare nelle strade di Urumqi, Kashgar e le altre città comincia a diminuire anche se rimane altissimo il livello di controllo del governo centrale per timore di nuovi disordini.[9] Sul piano politico, la sostituzione del precedente segretario di partito Wang Lequan con Zhang Chunxian potrebbe suggerire la volontà da parte di Pechino di iniziare un nuovo corso nella sua regione dell’estremo nord-ovest[10]. Quel che è certo, è che il Partito non permetterà mai che la regione venga destabilizzata, compromettendo cosi gli investimenti esteri, la sua crescita economica e soprattutto l’accesso alle risorse energetiche che fungono da locomotiva all’incredibile crescita delle regioni costiere.


[1] Si vedano Asia Times, Xinjiang – China’s energy gateway, 10/07/2010, http://www.atimes.com/atimes/China_Business/KG10Cb01.html e McMillen, D.H. (1981) ‘Xinjiang and the Production and Construction Corps: A Han Organisation in a Non-Han Region’, in The Australian Journal of Chinese Affairs, No.6, 1981, pp. 65-96.

[2] Becquelin, N. (2004) ‘Staged Development in Xinjiang’in The China Quarterly, No. 178, June 2004, pp. 358-378. Vedi anche Asia Times, Xinjiang – 10/07/2010

[3] Wiemer, C. (2004) ‘The Economy of Xinjiang’in Xinjiang – China’s Muslim Borderland, S.Starr (Ed.) (2004) London: M.E. Sharpe Inc.

[4] Asia Times, Xinjiang – 10/07/2010

[5] Per ulteriori dati si consultino Millward, J.A. (2007) Eurasian Crossroads – A History of Xinjiang, London: C. Hurst & Co. Ltd, Xinjiang – China’s Muslim Borderland, S.Starr (Ed.) (2004) London: M.E. Sharpe Inc e il sito China.org.

[6] Maggiori informazioni reperibili su Graham E. F. & J.N. Lipman (2004) ‘Islam in Xinjiang’, in Xinjiang – China’s Muslim Borderland, S.F. Starr (Ed.), New York: M.E.Sharpe Inc, Dillon, M. (2004) Xinjiang – China’s Muslim Far Northwest, London: RoutledgeCurzon, Amnesty International (1999) People’s Republic of China: Gross Violations of Human Rights in the Xinjiang Uighur Autonomous Region, London: Amnesty International, Amnesty International (2002) People’s Republic of China: China’s Anti-Terrorism Legislation and Repression in the Xinjiang Uighur Autonomous Region, London: Amnesty International, UHRP Uyghur Human Rights Project (2007) Uyghur Language Under Attack: The Myth of “Bilingual” Education in the People’s Republic of China, http://uhrp.org/docs/UyghurLanguageUnderAttack.pdf, ultimo accesso 23/10/2010.

[7] Human Rights Watch (2009) “We are afraid to even look for them”, 20/10/2009, http://www.hrw.org/en/node/86103/section/6, Ultimo accesso 27/12/2010.

[8] World Uyghur Congress (2009), Statement on July 5th Urumqi Incident, 07/07/2009, http://www.uyghurcongress.org/En/PressRelease.asp?ItemID=-1553700856&mid=1096144499.

[9] BBC, China restores Xinjiang internet, 14/05/2010, http://news.bbc.co.uk/2/hi/8682145.stm, Ultimo accesso 27/12/2010.

[10] Asia Times, Beijing seeks fresh start in Xinjiang, 19/05/2010, http://www.atimes.com/atimes/China/LE19Ad01.html

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