«Broder, acá es así, a hierro. Matas o mueres»

di Valentina Abalzati,

Queste due opzioni sinteticamente delineate da El Satanás, 19 anni, salvadoregno, capo di una clicka (cellula) della mara Salvatrucha, esprimono non solo lo stretto ventaglio di futuri possibili di un gran numero di ragazzi centroamericani, ma anche il panorama più generale di una regione afflitta da violenza endemica.

Il termine mara, utilizzato per designare le gang giovanili tristemente note in America Centrale, deriva da marabunta, una specie di formiche nomadi e particolarmente aggressive. Queste «formiche» latine, tradizionalmente riconoscibili dai tatuaggi vagamente nichilisti che ricoprono il loro corpo (croci e vergini, serpenti e scheletri, tombe e demoni) si fanno spesso conoscere dal grande pubblico per la leggerezza con cui ricorrono alla violenza: omicidi, estorsioni e rapine, conditi da una dose di facile brutalità, sono alcune delle loro pratiche più famose.

Le principali gang latine, la Salvatrucha (da Salvadoregno e «trucho», listo, sveglio) e la Dieciocho (dalla strada di Los Angeles in cui la banda si è formata), sono nate nella California degli anni ’80, create da giovani guatemaltechi, salvadoregni e honduregni in fuga dai conflitti che in quel momento devastavano i loro paesi d’origine, come risposta alle difficoltà di integrazione in una società nuova e ostile. La ricerca di mutua assistenza sociale, economica e identitaria in un contesto di esclusione e la necessità di difendersi da altre minoranze organizzate in bande già radicate sul territorio, per lo più messicane, sono comunemente considerati i fattori esplicativi della nascita delle gang. Fenomeno, peraltro, non esattamente raro nella storia statunitense (e non solo), com’è stato pittorescamente ricordato non troppo tempo fa in quel di Hollywood da Gangs of New York.

La politica di deportazioni messa in atto dagli Stati Uniti nel corso degli anni ’90, che ha condotto all’espulsione dal paese di diverse migliaia di membri affiliati alle gang, sembra aver contribuito, più che ad un’effettiva esportazione del fenomeno (esistevano già bande giovanili in America Centrale), ad una diffusione di determinati codici culturali: i tatuaggi, i graffiti,

la gestualità, il vestiario[1].Spesso si considera questa fase, in cui si è verificato un incremento delle connessioni transfrontaliere e si è data l’instaurazione di una rete di comunicazione tra i componenti statunitensi e quelli centroamericani, come l’inizio della transnazionalizzazione delle maras. Tuttavia, la relazione tra le deportazioni e lo sviluppo del fenomeno marero centroamericano, contraddistinto da specificità proprie, meriterebbe un più accurato accertamento, data la diversità delle condizioni socioeconomiche, dell’approccio delle istituzioni al problema e del tipo di reazioni elaborate da parte dei membri delle gang.

Le difficoltà presenti in territorio statunitense impallidiscono di fronte al panorama economico e sociale offerto dall’America Centrale degli anni ’90, decisamente il brodo di cultura ideale per il proliferare delle maras. Firmati gli accordi di pace che ponevano fine a lunghi e disastrosi conflitti (nel 1992 il Salvador, nel 1996 il Guatemala), appena intrapreso un difficile cammino di democratizzazione ed alle prese con lo spinoso compito di demilitarizzare società caratterizzate dalla presenza pervasiva di un esercito responsabile di atroci abusi, i paesi centroamericani non sono riusciti con la cessazione delle ostilità a porre fine alla spirale di violenza[2].

Di fatto, il tasso di omicidi del tempo di pace ha addirittura superato quello del tempo di guerra. Tra i paesi dell’istmo, l’Honduras detiene la maglia nera mondiale, con 67 omicidi ogni 100.000 abitanti a fronte di una media regionale comunque preoccupante di 50[3].

La regione è tuttora afflitta da scompensi di lungo periodo, da eredità coloniali mai risolte e da problemi più recenti ascrivibili alle guerre e non sufficientemente scalfiti dal processo di democratizzazione: altissimi livelli di diseguaglianza e di concentrazione della ricchezza, esclusione di interi settori della popolazione, analfabetismo diffuso, gettito fiscale — e perciò capacità economica dello Stato — inconsistente, comunità intere sradicate a causa delle migrazioni forzate dell’epoca dei conflitti armati, elevata disponibilità di armi da fuoco[4].

Gli scarsi progressi nella ridistribuzione del reddito, secondo molti centroamericani ancor più grave rispetto al decennio scorso, rappresentano oggi insieme al problema della delinquenza la principale preoccupazione degli abitanti[5].

Questo è lo sfondo su cui si innesta il regime di brutalità disorganizzata che vede le gang giovanili come uno dei protagonisti della violenza. Quantificare l’entità di questo fenomeno non è impresa facile, data l’eterogeneità degli approcci al tema. Le cifre variano dai 30 mila ai 250 mila integranti nell’intera regione, a seconda che si considerino fattori discriminanti di appartenenza alla mara elementi quali tatuaggi, le interazioni o la residenza in un determinato quartiere oppure l’aver commesso un reato.

A partire dal 2003, in Salvador e Honduras prima e in Guatemala poi, è prevalsa un’ottica decisamente restrittiva e di carattere punitivo, manifestatasi sotto forma di specifiche leggi antimaras dagli eloquenti nomi: Mano Dura, Super Mano Dura e Operación Escoba (Operazione Ramazza) sono alcuni degli esempi. Queste politiche indiscriminate di tolleranza zero, basate sulla criminalizzazione dei membri delle gang secondo criteri di associazione illecita non ben specificati, hanno generato effetti disastrosi. In primo luogo, si è prodotta una situazione di sovrappopolazione delle carceri, che se già prima erano considerate le «università» delle maras, a seguito degli arresti di massa si sono convertite nei loro stati maggiori, veri e propri centri organizzativi. Inoltre, l’offensiva scatenata contro le bande ha fornito il puntello per il coinvolgimento dell’esercito nella gestione della sicurezza interna, ravvivando le braci di un autoritarismo ancora recente, facendo deragliare il processo di democratizzazione ed alimentando una corsa alle armi in cui le maras sono spinte ad un livello di violenza ancora più intenso.

Tra i governi della regione sembra dunque esser prevalso un approccio aggressivo al problema delle maras, identificate dalle autorità come prima minaccia alla sicurezza nazionale e spesso addirittura equiparate ad un movimento insurrezionale finalizzato alla conquista del potere politico[6]. Recentemente il livello d’allarme è diventato ancora più elevato a causa delle infiltrazioni provenienti dalla criminalità organizzata messicana e dai vincoli che si starebbero rafforzando tra le maras e i narcos. Il cartello de Los Zetas in particolare, schiacciato dalla guerra al narcotraffico scatenata da Calderón, sta esondando in America Centrale, dove sembra incontrare un territorio adeguatamente fertile per l’insediamento di una retroguardia logistica[7]. Considerare le gang giovanili e i cartelli del narcotraffico come componenti di una stessa struttura delinquenziale significa tuttavia, secondo molti, sopravvalutare le capacità organizzative delle maras, il cui raggio d’azione è ancora fortemente locale. D’altra parte, sono sempre più frequenti i casi in cui i narcos subappaltano il lavoro sporco alle clikas, approfittando del controllo del territorio da queste esercitato e della facilità con cui ricorrono a mezzi violenti[8].

L’approccio di «mano dura» appare, a conti fatti, fortemente criticabile. Oltre ad essersi rivelata una politica fallimentare, come dimostra l’aumento del tasso di omicidi e degli indici di violenza nella regione, questa strategia di creazione di un nemico visibile e tatuato servirebbe secondo molti da specchietto per le allodole a mascherare il fallimento delle istituzioni nell’agire sul tessuto sociale in profondità. Le maras rappresenterebbero per i governi, insomma, un conveniente capro espiatorio su cui riversare attenzioni e risorse senza dover modificare quelle condizioni che rendono la regione centroamericana (con le eccezioni di Costa Rica e Nicaragua) un vero e proprio «paradiso per i criminali», secondo la definizione dell’International Crisis Group[9].

L’impunità sembra essere la colonna portante di questo «paradiso». Si pensi che in Honduras solamente 50 delle migliaia di omicidi perpetrati nell’ultimo decennio sono arrivati a giudizio, e che in Guatemala il 97,3% degli omicidi non trova colpevole[10]. Dalla combinazione di insicurezza, impunità e scarsa fiducia nelle istituzioni deriva una situazione di autogestione della sicurezza, in cui la soluzione del «farsi giustizia da sé» appare come un’opzione legittima. Il crescente sostegno popolare a misure di limpieza social, la diffusione di compagnie di sicurezza private tra chi se le può permettere, i linciaggi e la politica dell’occhio per occhio contribuiscono ad alimentare il circolo vizioso e ad erodere il mai così virtuale monopolio statale della violenza legittima. Decifrare questo regime di brutalità organizzata è dunque un’impresa non facile, sia perchè alcuni crimini, di norma quelli relativi alla delinquenza comune e alle maras, sono mediaticamente più sovraesposti di altri, ad esempio quelli aventi a che fare con la criminalità organizzata, che agisce su scenari meno visibili, sia perchè con l’affermarsi di una consuetudine di impunità si diffonde la tendenza a non denunciare i delitti, rendendo praticamente impossibile un’efficace ricostruzione della geografia della violenza. Semplice ma ancora ben lontano dal verificarsi, affrontare le disfunzionalità di questo tessuto sociale distrutto invece di «sparargli sopra» non è che l’unico modo per affiancare una terza alternativa al matar o morir.


[1] Alcune stime segnalano la deportazione in America Centrale di circa 50 mila immigrati (regolari ed irregolari) con precedenti penali tra il 1993 e il 2005. Si veda Armijo, J., Manaut, R. B. e Hristroulas, A., Las “maras” y la seguridad del triángulo México-Estados Unidos-Centroamérica, reperibile su www.seguridadcondemocracia.org/biblioteca/marasyseguridad.pdf.

[2] Si veda il rapporto stilato dalla Comisión para el Esclarecimiento Histórico, incaricata di far luce sul conflitto guatemalteco. Tra il 1962 e il 1996 la guerra civile, più che altro definita dalla CEH “repressione unilaterale da parte dello Stato” a causa della schiacciante asimmetria delle forze in gioco, ha provocato 200.000 vittime, in gran parte di etnia maya. http://shr.aaas.org/guatemala/ceh/report/english/toc.html

[3] Dati da The Economist, Organised Crime in Central America: The rot spreads, 20 gennaio 2011, http://www.economist.com/node/17963313.

[4] Per questi dati si veda il report elaborato ogni anno dalla CEPAL, Panorama social de América Latina

[6] Questa è la prospettiva di autori quali Max Manwaring. Si veda ad esempio Street Gangs: The New Urban Insurgency, su http://www.strategicstudiesinstitute.army.mil/pubs/display.cfm?pubID=597.

[7] I governi salvadoregno e guatemalteco hanno da poco innalzato il livello d’allerta e moltiplicato gli sforzi per contrastare l’infiltrazione dei narcos. Ad esempio si legga http://www.eluniversal.com.mx/notas/733672.html e

[9] Questa opinione è assai diffusa sia tra gli operatori sociali che lavorano con le gang sul campo che tra diversi studiosi e accademici che si occupano del problema tra le mura universitarie. Si veda, oltre al report dell’ICG Guatemala: Squeezed between Crime and Impunity, l’articolo di Rory Carroll http://www.guardian.co.uk/world/2010/nov/13/honduras-maras-gangs-deaths-kids.

[10] Dati dal sopraccitato articolo di Carroll e da Centro de Estudios de Guatemala, La institucionalización de la violencia en Guatemala, “Informe Especial”, 2007, reperibile su http://ceg.org.gt.

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