Aiutati che l’UE (forse) t’aiuta

di Antonella Munisteri,

Il 19 maggio è stato presentato, in contemporanea a Roma e Bruxelles, il rapporto AidWatch sull’elargizione e la ripartizione degli aiuti allo sviluppo da parte dell’Unione Europea[1]. Il dossier è prodotto da Concord, un comitato congiunto di ONG europee che ogni cinque anni elabora un bilancio dell’azione dei propri governi riguardo agli aiuti allo sviluppo. L’immagine che emerge dal rapporto è quella poco rassicurante di un generale disimpegno da parte degli stati membri; un fenomeno che riguarda tanto l’aspetto quantitativo – ad esempio per ciò che concerne il raggiungimento dei Millennium Development Goals, gli otto obiettivi di sviluppo elaborati nel 2000 in seno alle Nazioni Unite – quanto gli impegni di efficacia assunti nel contesto della Paris Declaration on Aid Effectiveness (2005) e dell’Accra Agenda for Action (2008)[2]. Al contrario, la realtà dei fatti vede gli stati membri dare priorità sempre crescenti a politiche di sviluppo legate ai propri interessi nazionali, e dunque sostanzialmente prodotto di necessità connesse alla sicurezza, l’immigrazione e il commercio.

Quella del raggiungimento dello 0,7% del PIL da destinare allo sviluppo è una vecchia storia: già nel 1970 una risoluzione delle Nazioni Unite sosteneva che, entro quel decennio, gli stati avrebbero dovuto compiere gli sforzi necessari per raggiungere l’obiettivo. Quarant’anni dopo, si sta ancora cercando di arrivare al medesimo risultato.

La deadline del 2015 che i paesi sottoscrittori degli ambiziosi MDG si erano posti sarà, ancora una volta, difficilmente rispettata, visto che secondo l’OECD il tasso di crescita degli aiuti è proporzionalmente troppo ridotto per arrivare a quel livello nei prossimi quattro anni.

Già durante lo UN MDGs Review Summit dello scorso settembre questo pericolo era stato paventato. Gli stati membri, facendo orecchie da mercante, non hanno evidentemente preso nessuna contromisura a riguardo. Niente di nuovo, considerando che, in occasione dello stesso summit, si era evidenziato come nemmeno i target previsti per il 2010 fossero stati raggiunti, con un ammanco totale in Official Development Assistance (ODA) di circa 15 miliardi di dollari per arrivare a quello 0,56% del PIL che ci si era prefissati di erogare[3]. L’UE, che si attestava solo allo 0.43%, è stata inoltre accusata di aver “gonfiato” di circa 5 miliardi di euro il totale degli aiuti elargiti, inserendo fra le voci di spesa misure (riduzione del debito, aiuti agli studenti ed ai rifugiati nei paesi donatori) i cui effetti a livello di sviluppo non sono chiaramente quantificabili (in virtù del fatto che non prevedono un reale trasferimento di risorse), e non sono per questa ragione in genere conteggiate negli ODA.

Sebbene molti degli stati dell’Unione affermino di voler aumentare gli aiuti elargiti nel corso dei prossimi anni, la crescita prevista da qui al 2015 (4,5%) sarà comunque insufficiente per l’obiettivo dello 0,7%; le proiezioni OECD sostengono infatti che il livello cui si arriverà sarà un ridotto 0,45%, con un sostanziale raddoppio del gap che, dallo 0,13% attuale, passerà allo 0,25%.

Dai dati pubblicati dall’OECD lo scorso aprile emergono le repsonsabilità individuali dei paesi nella riduzione degli aiuti. Ultima nella classifica dei donatori (EU15), con una spesa inferiore a quella di paesi ben più colpiti dalla crisi come la Grecia e il Portogallo, l’Italia si aggiudica il primato negativo: responsabile per quasi il 44% di quei 15 miliardi di gap, il paese ha infatti speso un misero 0,15% per gli aiuti allo sviluppo, e prevede ulteriori riduzioni che lo porteranno nel 2015 a spendere solo lo 0,09% sul PIL.

Livelli sbalorditivi, se si pensa che i contributi italiani per l’anno 2010 sono stati pari a quelli danesi[4]. Se si aggiungono poi le inadempienze tedesche e spagnole, ecco che si spiegano circa tre quarti dell’ammanco. Esistono però degli esempi virtuosi: alcuni paesi (Lussemburgo, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi) hanno addirittura superato lo 0,7%,  sebbene gli obiettivi stabiliti a livello domestico fossero ancora più ambiziosi della media europea.

Sarà colpa della crisi o del disimpegno di alcuni paesi ma, nonostante l’UE rimanga il maggiore donatore al mondo con all’attivo circa 50 miliardi di euro in ODA, il 2010 è stato un anno di cui andare poco fieri; solo 9 fra gli stati membri hanno infatti raggiunto gli obiettivi che si erano preposti e fra questi solo Cipro appartiene ai paesi di nuovo accesso, mentre nessuno dei “grandi” è riuscito ad onorare gli impegni.

Una ulteriore nota dolente che emerge dal rapporto vede è la tendenza diffusa da parte dei donatori alla canalizzazione degli aiuti verso aree di interesse legate alle agende interne e agli obiettivi di politica estera. Fenomeno questo che riguarda anche l’Unione. Come suggerisce lo stesso titolo del report “Challenging self-interest”, infatti, molte delle politiche attuate dai 27 sembrano volte in primo luogo a difendere gli interessi specifici dell’Unione, in primis commercio e sicurezza. Sebbene l’OECD consideri “fragili” non meno di 48 paesi, ad esempio, più del 30% degli aiuti globali destinati a queste aree, è stato indirizzato verso tre paesi: Iraq, Afghanistan e Pakistan. In particolare, l’Afghanistan è considerato una priorità da parte di alcuni paesi europei, fra cui l’Italia, la Germania, il Regno Unito.

Non solum dunque tagli alle risorse, sed etiam inserimento all’interno dell’ombrello «aid» di questioni inerenti alla sicurezza. La securitization degli aiuti d’altronde non sorprende, se si considera che le politiche di sviluppo stanno diventando sempre di più affare del servizio europeo per l’azione esterna, che, di natura prettamente intergovernativa, si presta bene alla promozione di istanze della sicurezza dei paesi membri.  Sebbene infatti con il trattato di Lisbona si stabilisca che le politiche di sviluppo e cooperazione siano delle politiche europee a tutti gli effetti, di pari importanza rispetto alle altre aree di competenza europea, lo spostamento della gestione delle linee strategiche dalla Commissione al Consiglio ha avuto, di fatto, un effetto opposto rispetto alla responsabilizzazione degli stati membri per la concentrazione delle politiche di sviluppo sulla riduzione e lo sradicamento della povertà.
Un po’ come un vecchio disco rotto, le azioni dell’Unione continuano a stonare rispetto alle sue dichiarazioni d’intenti. Ciò che emerge è che non solo non si stanno facendo progressi per raggiungere obiettivi che in numerosi forum si sono ribaditi con grande enfasi, ma che addirittura le cose sono peggiorate anche in termini di efficacia. E se in questo caso le motivazioni addotte sono relative alla crisi finanziaria, i dati dimostrano che la realtà dei fatti – o meglio delle cause – non si riduce a questo; sebbene infatti il dissesto economico generalizzato dell’anno passato non abbia permesso grandi slanci di generosità, l’esempio fornito da una (piccola) parte degli stati membri dimostra che, con una adeguata pianificazione e un certo grado di commitment, gli obiettivi sono raggiungibili.

Sembra dunque che gli stati membri abbiano dimenticato che il fine ultimo dell’elargizione degli aiuti dovrebbe essere la riduzione e lo sradicamento della povertà; obiettivo che, per la sua connaturata urgenza, non può permettersi di essere messo da parte in nome di impellenze e crisi finanziare. Quello offerto è invece un ritratto incoerente (e poco promettente) di un’Unione che si definisce potenza civile realizzata sulla base di concetti come sviluppo sostenibile, trasparenza e democrazia ma che, invece di fornire una risposta concreta per i malanni delle aree meno sviluppate, sembra piuttosto cercare degli escamotages per salvare le apparenze, barricandosi dietro retorica e dichiarazioni di intenti. E che dimostra ancora una volta come, piuttosto che essere capace di dare delle risposte, l’Europa spesso abbia difficoltà già a capire le domande.


[1] Il rapporto può essere scaricato all’indirizzo http://aidwatch.concordeurope.org/

[2] Elaborate in seno all’OECD, le dichiarazioni si basano su cinque principi chiave, che dovrebbero guidare i donatori e i paesi riceventi affinché gli aiuti siano più efficaci. I principi sono: Ownership, convergenza, armonizzazione, risultati, fiducia reciproca. Si veda http://www.oecd.org/document/18/0,3343,en_2649_3236398_35401554_1_1_1_1,00.html

[3] Questo per i “vecchi” membri (EU15), mentre il parametro per i nuovi membri era dello 0,33%.

[4] Molti dati sono reperibili sul sito dell’OECD, Development and Co-Operation Directorate: http://www.oecd.org/department/0,3355,en_2649_33721_1_1_1_1_1,00.html

Questa voce è stata pubblicata in Europa Occidentale/Western Europe e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Aiutati che l’UE (forse) t’aiuta

  1. Pingback: World In Progress

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...