Il caso del Darfur indebolisce il potere deterrente dell’International Criminal Court

di Paola Aguglia,

Il Darfur è dal 2003 sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale e di vari movimenti per la tutela dei diritti umani per essere teatro di una delle più grandi crisi umanitarie del pianeta. Nonostante venga spesso presentata come una delle tante guerre etniche che insanguinano il continente africano, le ragioni di questo conflitto, come nella maggior parte dei conflitti africani, risiedono altrove: nella logica del “dividi et impera”, ereditata dalle strutture coloniali e mai abbandonata dalla maggior parte dei moderni stati africani, e nella gestione patrimonialista dello Stato. La lotta per lo sfruttamento delle risorse naturali di cui è ricco il Sudan, soprattutto petrolio, ha provocato le lunghe guerre civili tra Nord e Sud che hanno devastato il paese, semplificate poi secondo i classici cleavages “Arabi contro Africani” o “Musulmani contro Cristiani e Animisti”. Anche le origini del conflitto darfuriano non risiedono in atavici odi etno-religiosi, piuttosto il discorso etnico-religioso è stato utilizzato dalle élite governanti per assicurarsi il controllo del territorio e per eliminare qualsiasi minaccia all’autorità del governo centrale.

Il Darfur, area pari alla Francia per dimensioni, costituisce i confini occidentali del Sudan con Libia, Ciad e Repubblica Centrale Africana. Storicamente ritenuto in una posizione strategica per via delle rotte commerciali che lo attraversavano, è divisibile in tre zone: il Nord dove abitano arabi e non, prevalentemente cammellieri nomadi (Zaghawa); la zona centrale in prevalenza abitata da coltivatori sedentari non arabi (Massalit e Fur); il Sud zona di allevatori nomadi di lingua araba (Baggara). Tutti gli abitanti del Darfur sono musulmani e nessuna zona è stata mai etnicamente eterogenea. L’appartenenza ad un’etnia è dipesa dal tipo di attività svolta e non è assolutamente qualcosa di immutabile. Al contrario, il passaggio da un gruppo all’altro è del tutto comune. L’utilizzo del colore della pelle o di caratteristiche fisiche per permettere la demarcazione tra arabi e africani deriva invece da esigenze politiche di controllo del potere. I contrasti sorti in periodo di siccità e carestia sono stati generalmente risolti pacificamente nei tradizionali consigli delle comunità[1]. Alla fine degli anni ottanta, l’ondata di arabizzazione voluta dal nuovo governo arabo-centrico ha cancellato i tradizionali sistemi amministrativi autoctoni, le loro regole e le loro cariche, per sostituirli con nuovi sistemi amministrativi e divisioni territoriali volti alla marginalizzazione dal potere di quei gruppi non affiliati al governo di Khartoum. Nel 2003, dopo un decennio di richieste inascoltate, sono nati il Sudanese Liberation Army (SLA) di Abd’ al-Wahid Mohamed Nur e il Justice and Equality Movement (JEM) di Khalil Ibrahim. Entrambi i partiti hanno chiamato alla lotta armata contro il governo centrale con l’obiettivo di garantire il diritto di autodeterminazione della popolazione e un sistema di governo indipendente da Khartoum. Da qui ha avuto inizio il conflitto armato. Le truppe del governo, incapaci di rispondere ai primi attacchi dei ribelli, sono state affiancate dai Janjaweed (nomadi appartenenti al gruppo Baggara), i “diavoli a cavallo” accusati di aver perpetrato migliaia di omicidi, di stupri e di aver incendiato e rapinato i villaggi dei “musulmani africani del Darfur”[2]. I ribelli del Darfur costituivano una grave minaccia per il regime di Karthoum. La paura di un “effetto domino” era forte, soprattutto considerando l’affiliazione esistente tra Southern People Liberation Army (SPLA), SLA e JEM e il presunto sostegno garantito ai movimenti ribelli da parte del Ciad[3]. In questa lotta erano in gioco non solo le importanti risorse presenti in quella regione e il controllo di un territorio considerato strategico per la sua posizione di frontiera, ma soprattutto l’elite governante stava rischiando di perdere la supremazia sull’intero territorio sudanese. Una posta in gioco così alta da giustificare gli atroci attacchi compiuti dalle milizie Janjaweed nei confronti dei civili inermi.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, il conflitto in Darfur ha provocato circa 300.000 morti e due milioni di rifugiati[4]. L’enorme ondata di civili in fuga ha portato alla creazione dei campi profughi più estesi del mondo, in cui le condizioni di vita rimangono precarie e il clima di insicurezza persiste tuttora.

Il negoziato di pace è ancora in corso. Al tavolo di Doha si procede a rilento a causa della frammentazione del fronte ribelle da una parte (SLA di Wahid, JEM e Justice and Liberation Movement che raccoglie una coalizione di una decina di gruppi), e dall’altra a causa della mancata volontà del governo di adottare un approccio inclusivo. Un nuovo disegno di accordo appoggiato da Governo e LJM ha fatto gridare alla pace ma, in mancanza di un’intesa condivisa da tutte le parti in gioco, difficilmente questo sarà in grado di garantire stabilità alla regione[5]. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato varie risoluzioni condannando l’operato del regime, prevedendo sanzioni economiche e dando vita all’UNAMID (risoluzione 1769 del 2007), la prima missione congiunta ONU/UA con lo scopo di proteggere la popolazione civile, di permettere l’assistenza umanitaria, controllare il rispetto degli accordi di pace e i confini[6].

Lo scorso aprile il presidente sudanese Omar al-Bashir ha ammesso, per la prima volta dall’inizio del conflitto, le sue responsabilità su quanto accaduto in Darfur, pur mettendo in discussione i dati forniti dall’ONU sul numero delle vittime e dei profughi causati dal conflitto e accusando la Corte Penale Internazionale di aver prodotto una sentenza politicizzata[7]. Il mandato di cattura della ICC contro Omar al-Bashir è stato spiccato il 4 Marzo 2009. Sul presidente sudanese pendono dieci capi di accusa tra crimini di guerra, crimini contro l’umanità e omicidio[8]. A tale mandato avrebbe dovuto seguire l’arresto di Bashir. Tuttavia, il presidente sudanese continua a godere dell’immunità, come dimostra la recente visita in Gibuti, terzo paese, dopo Kenya e Ciad, firmatario dello trattato istitutivo della ICC ad ospitare il presidente Bashir senza consegnarlo alla giustizia internazionale[9].

Diventano dunque seri i dubbi che Bashir possa essere consegnato al Tribunale dell’Aia per essere processato. La ICC non possiede una sua forza di polizia, dunque, l’efficacia dei suoi mandati di cattura dipende esclusivamente dalla cooperazione degli Stati firmatari. Ma, nel caso di Bashir, diversamente da altri, non esiste nessun incentivo ad intraprendere un’azione di forza che ne assicuri l’arresto. Nel luglio 2009, in occasione del Summit di Sirte in Libia, l’Unione Africana ha rifiutato di collaborare con la ICC e di consegnare Bashir alla giustizia internazionale. Varie le motivazioni addotte: in primis il vacuum politico che si creerebbe in Sudan portando allo stallo il processo di pace in corso; quindi l’accusa del doppio standard utilizzato dalla Comunità Internazionale, il cui operato sembrerebbe accanirsi contro i paesi africani, con sentenze politicizzate e filo-occidentali. Allo stesso modo e con le stesse motivazioni la Lega Araba ha rifiutato di riconoscere la sentenza della ICC[10].

La International Criminal Court è stata creata con il nobile scopo di evitare che le gravi violazioni dei diritti umani rimangano impunite. Tuttavia, la sua efficacia dipende dalla collaborazione degli Stati membri, per cui accade spesso che interessi intra-statali possano creare una sorta di «garanzia di impunità» dovuta alla mancanza di coordinamento degli strumenti di diritto internazionale che risultano infine essere inefficaci, indebolendo in questo modo il potere deterrente della ICC e danneggiando l’intera credibilità della comunità internazionale nella sua azione di difesa e garanzia dei diritti umani.


[1] Sudan Tribune, Inside Darfur: Ethnic Genocide by a Governance Crisis, 23 January 2005, http://www.sudantribune.com/Inside-Darfur-Ethnic-Genocide-by-a,7285

[3] Thu Thi Quach, The Crisis in Darfur: An Analysis of its Origins and Storylines, Virginia Polytechnic Institute and State University, 2004, http://scholar.lib.vt.edu/theses/available/etd-12242004-143603/unrestricted/tquachmajorpaper.pdf

[4] BBC – News Africa, Sudan’s Bashir accepts ‘Responsibility’ for Darfur War, 21 April 2011,  http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-13160625

[5] Sudan Tribune, LJM Rebels Support Doha Draft Agreement for Peace in Darfur, 1 may 2011, http://www.sudantribune.com/LJM-rebels-support-Doha-draft,38750

[7] BBC– News Africa, Sudan’s Bashir accepts ‘Responsibility’ for Darfur War, 21 April 2011, http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-13160625

[8] BBC – News, ICC Indictment of Sudanese Leader, 4 March 2009, http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/7924195.stm

[9] Sudan Tribune, EU criticizes Djibouti for receiving  Sudan’s Bashir, 15 May 2011, http://www.sudantribune.com/EU-criticizes-Djibouti-for,38906

[10] Sudan Tribune, Qatar, Arab League reject ICC Cooperation Request on Bashir Arrest: Report, 17 March 2009, http://www.sudantribune.com/Qatar-Arab-League-reject-ICC,30536

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