L’arresto di Mladić e la condanna di Gotovina: Serbia e Croazia a confronto

di Daniela Lai,

L’arresto di Ratko Mladić, comandante delle forze serbo-bosniache durante la guerra in Bosnia e, in particolare, responsabile per il genocidio di Srebrenica, rappresenta un passo importante verso il compimento della giustizia per i crimini di guerra commessi nell’ex Jugoslavia negli anni ’90. La cattura dell’ex generale fa tirare un lungo sospiro di sollievo alle autorità del Tribunale dell’Aia. Il mandato dell’ICTY, già più volte esteso rispetto alla durata iniziale per garantire lo svolgimento di tutti i processi e la cattura dei latitanti, è ormai vicino alla scadenza, prevista per il 2014. Il 22 dicembre 2010 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha infatti approvato, con la risoluzione 1966, l’istituzione del cosiddetto Residual Mechanism. Questo meccanismo, che inizierà a funzionare dal mese di luglio 2013, dovrà occuparsi di terminare i procedimenti ancora in corso e assicurare che anche Mladić e Hadžić (l’ultimo accusato ancora latitante) vengano sottoposti a processo di fronte ad una corte internazionale. La risoluzione 1966 incita inoltre gli stati a intensificare gli sforzi volti alla cattura dei latitanti, al fine di dare inizio ai loro processi prima dell’entrata in funzione del Residual Mechanism[1].

L’arresto di Mladić rappresenta pertanto una vittoria significativa per l’ICTY. Negli ultimi 15 anni, l’Ufficio del Procuratore, attualmente guidato da Serge Brammertz, ha costantemente fatto pressione sulle autorità serbe affinché queste cessassero di garantire al generale la protezione necessaria ad evitare la cattura. Fino alla caduta di Milošević, Mladić, incriminato dall’ICTY già nel 1995, è stato libero di apparire in pubblico senza temere l’arresto. Ha inoltre ricevuto un sussidio dall’esercito fino al 2005. È solo con l’avvento dell’era Tadić che il generale ha dovuto iniziare una vera e propria latitanza, resa comunque possibile dalla persistenza di una forma di protezione da parte delle autorità. Di conseguenza, ciò che ha consentito l’arresto non è stata una svolta nelle indagini: il Presidente Tadić ha espresso in modo chiaro il nesso tra la cattura di Mladić e il cammino della Serbia verso l’ingresso nell’Unione Europea[2]. L’UE ha difatti inserito, nella politica di condizionalità applicata ai Balcani Occidentali, una clausola particolare che richiede la piena cooperazione con il Tribunale dell’Aia al fine di progredire nel processo di integrazione[3]. L’arresto del generale serbo-bosniaco è quindi strumentale agli obiettivi europeisti dell’attuale governo serbo. Incontra inoltre la soddisfazione dei familiari delle vittime di Srebrenica e dei sopravvissuti che per anni hanno atteso questo momento.

Sebbene la Serbia abbia così dimostrato la serietà del proprio impegno nel cooperare con l’ICTY e la volontà di avanzare nel processo di integrazione europea, l’arresto di Mladić non coincide affatto con l’acquisita capacità della società serba di fare i conti col proprio passato. Secondo un sondaggio condotto all’inizio di maggio, il 51% dei serbi sarebbe contrario all’estradizione di Mladić verso il Tribunale dell’Aia, mentre il 78% avrebbe rinunciato alla ricompensa di 10 milioni di € pur di non rivelare la sua posizione. Ancora più rilevante, il 40% degli intervistati lo considera un eroe nazionale[4]. La popolarità di Mladić è confermata dalle reazioni nel villaggio di Lazarevo, dove il generale è stato arrestato presso l’abitazione di un cugino. Gli abitanti hanno reagito con rabbia nei confronti dei giornalisti che tentavano di filmare il luogo. Inoltre, il fatto stesso che il governo abbia deciso, in concomitanza con l’annuncio dell’arresto, di bandire qualsiasi manifestazione pubblica, è indice di un diffuso timore per le reazioni degli ambienti nazionalisti. Nonostante il divieto, sono stati riportati scontri tra la polizia e i dimostranti riunitisi a Novi Sad e Belgrado[5]. Ciò dimostra che buona parte della società serba non è ancora pronta ad affrontare il passato, e in particolare le violenze connesse alle guerre di dissoluzione della Jugoslavia, in modo equilibrato e pacifico. I mezzi di comunicazione e la classe politica rivestono un ruolo fondamentale nel guidare l’opinione pubblica verso posizioni più moderate. Ma la Serbia non è l’unico paese dei Balcani ad incontrare difficoltà nel rivedere la propria prospettiva sulle guerre jugoslave. La Croazia non è sicuramente da meno.

L’ICTY ha recentemente emesso una sentenza di condanna a 24 anni di carcere contro l’ex generale dell’esercito croato Ante Gotovina. Gotovina fu incriminato dall’ICTY nel 2001 per crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e usi di guerra commessi nell’ambito dell’Operazione Tempesta, dell’agosto 1995. L’obiettivo era quello di riguadagnare una porzione del territorio croato che, dalla prima fase della guerra, si trovava sotto il controllo dei serbo-croati. Nel corso dell’operazione, tuttavia, l’esercito croato, sotto il controllo di Gotovina, si rese responsabile di violenze e crimini di guerra e spinse migliaia di civili serbo-croati a fuggire dalla regione della Krajina[6]. Il generale viene tuttavia considerato un eroe dalla società croata, per aver contribuito a ricostituire l’integrità territoriale dello stato nel corso di quella che viene definita la «Guerra Patriottica».

Gotovina fu consegnato al Tribunale dell’Aia solo nel 2005, dopo una lunga latitanza. Fu arrestato nel dicembre di quell’anno a Tenerife, in Spagna. Secondo quanto riportato dall’ex Procuratore dell’ICTY Carla Del Ponte, Gotovina fu rintracciato grazie ad una telefonata alla moglie, che permise di identificare la sua posizione. Come nel caso di Mladić, il generale croato godeva della protezione da parte delle autorità croate, le quali agevolarono la sua fuga e gli fornirono persino un passaporto per lasciare il paese[7]. Un’altra analogia risiede nella strumentalità della decisione croata di collaborare con l’ICTY nella ricerca e cattura di Gotovina. Anche in questo caso, difatti, fu la condizionalità UE ad esercitare la pressione necessaria. L’inizio dei negoziati con la Croazia fu così posposto fino all’ottobre del 2005, quando Carla Del Ponte confermò che la cooperazione con il Tribunale poteva dirsi soddisfacente. L’arresto di Gotovina giunse appena due mesi dopo[8].

Lungi dal rappresentare semplicemente il compimento della giustizia per i crimini commessi durante l’Operazione Tempesta, la sentenza contro il generale (emessa il 15 aprile 2011) ha suscitato accese reazioni tra la popolazione e la stessa leadership politica croata. Centinaia di persone si sono radunate in piazza per ascoltare in diretta la sentenza, reagendo con rabbia e malcontento nei confronti dell’ICTY alla notizia che Gotovina era stato condannato a 24 anni di reclusione. Numerose manifestazioni di protesta si sono svolte a Zagabria nei giorni successivi, spesso organizzate dalle associazioni dei veterani di guerra. Critiche nei confronti del verdetto sono giunte anche dal Primo Ministro Jadranka Kosor e da numerosi altri esponenti politici. Queste ultime si rivolgono soprattutto al contenuto della sentenza, la quale stabilisce che, nel portare avanti l’Operazione Tempesta, Ante Gotovina agiva come parte di una joint criminal enterprise, che includeva tra gli altri l’allora Presidente Franjo Tuđman, mirata ad espellere la popolazione serba dalla regione della Krajina[9]. La dottrina legale della joint criminal enterprise è stata più volte utilizzata dall’ICTY. Questa prevede che, laddove il Procuratore riesca a provare determinati elementi riguardanti la partecipazione dell’accusato ad un piano comune con un relativo intento definito, l’accusato può essere ritenuto responsabile di tutti i crimini compiuti nell’ambito del piano comune[10]. Molti politici croati hanno trovato oltraggioso che l’operazione, generalmente ritenuta una legittima e fondamentale vittoria bellica, sia rappresentata alla stregua di una impresa criminale, di cui i maggiori esponenti della neo-nata Repubblica croata si resero responsabili. Tudjman, il quale evitò l’incriminazione da parte dell’ICTY poiché morì nel 1999, viene difatti espressamente citato nella sentenza pur non avendo, secondo i critici, alcuna possibilità di difendersi.

Croazia e Serbia sembrano seguire un percorso parallelo. La cooperazione con il Tribunale dell’Aia è stata in entrambi i casi garantita, ma al solo ed esplicito fine di agevolare l’integrazione dei due paesi nell’Unione Europea. La società civile, al contrario, non appare affatto riconciliata con il passato, né pronta ad affrontare un dibattito maturo e civile sugli avvenimenti degli anni ’90. L’arresto di Mladić rimane comunque un fondamentale passo avanti per fare giustizia dei crimini commessi in Bosnia-Erzegovina e in particolare per le vittime del genocidio di Srebrenica.


[2] Martino, Francesco, 26 maggio 2011, Tadic: abbiamo arrestato Ratko Mladic, Osservatorio Balcani e Caucaso, http://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Tadic-abbiamo-arrestato-Ratko-Mladic-94776

[3] Si veda in proposito Gori, Luca (2007), L’Unione Europea e i Balcani Occidentali: la prospettiva europea della regione (1996-2007), Rubbettino

[4] Balkan Insight, 16 maggio 2011, Limited Support for Mladic Arrest, http://www.balkaninsight.com/en/article/limited-support-for-mladic-arrest-poll-shows

[5]Balkan Insight, Serbia Villagers Fired Up Over Mladic Arrest, 26 maggio 2011, Balkan Insight, http://www.balkaninsight.com/en/article/details-on-mladic-arrest e Mladic Due at Extradition Hearing, 27 maggio 2011, BBC News, http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-13570160

[6] Indictment of the Office of the Prosecutor Against Ante Gotovina, ICTY website, http://www.icty.org/x/cases/gotovina/ind/en/got-ii010608e.htm

[7] Balkan Insight, 4 luglio 2007, Del Ponte: Gotovina was Located by a Phone Call, http://www.balkaninsight.com/en/article/del-ponte-gotovina-was-located-by-a-phone-call e Osservatorio Balcani e Caucaso, 19 aprile 2005, Il passaporto di Ante Gotovina,

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Croazia/Il-passaporto-di-Ante-Gotovina

[8] Mäki, Johannes-Mikael (2009), Eu Enlargement Politics: Explaining the Development of Political Conditionality of ‘Full Cooperation with the ICTY’ Towards Western Balkans, Croatian Political Science Review, Vol. 45, No. 5

[9] Balkan Insight, Thousand of Croatians Protest Against Gotovina Verdict, 16 aprile 2011, http://www.balkaninsight.com/en/article/croatians-protest-against-gotovina-jailing e Croatia Plans Action Against Gotovina Verdict Findings, 19 aprile 2011, http://www.balkaninsight.com/en/article/croatia-to-take-action-against-gotovina-verdict-findings

[10] Pjanic, Jasmina, Joint Criminal Enterprise: new form of individual criminal responsibility, OKO Reporter, Criminal Defence Section, Ministry of Justice of Bosnia and Herzegovina, Issue 4, Winter 2007

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