La Nuova Via Della Seta

di Alessandro Accorsi,

In questo periodo molti si sono chiesti sin dove le baionette digitali di Twitter & co avrebbero spinto la rivoluzione mediorientale. L’aria di rivolta soffiava forte verso Est fino a lambire l’Asia Centrale, dove ad esempio in Kazakistan l’autoritario presidente Nazarbayev scioglieva anticipatamente il Parlamento e annunciava nuove elezioni. In molti, sognavano addirittura una nuova Tienanmen che scuotesse la rigida burocrazia del Partito Comunista Cinese. Affinità e divergenze tra i giovani mediorientali e quelli cinesi, tra le strutture socio-economiche e il livello di concentrazione della ricchezza, tra la forza dei nuovi media sono stati sviscerati da possibilisti e pessimisti[1].

Eppure, raramente si parla delle relazioni che – in tempi normali – intercorrono tra Medio Oriente e Cina. Si sta infatti rafforzando una relazione vieppiù concreta tra mondo arabo e Repubblica Popolare. Una sorta di rispolvero di quei legami antichi tra carovane arabe e Celeste Impero che per secoli  sono stati i protagonisti di una relazione quasi esclusiva, facendo la fortuna di entrambi. Medioriente e Cina erano legati da quella famosa Via della Seta, attraverso la quale transitavano spezie, materie prime, manufatti e ricchezze di ogni genere. Una rotta commerciale fondamentale, la cui quasi esclusiva pertinenza araba venne rotta solo dalla penetrazione e dall’acquisizione europea di basi marittime lungo le coste dallo Yemen all’Oceano Indiano.

Secondo Ben Simpfendorfer, gli attacchi alle Torri Gemelle avrebbero però avuto tra le numerose conseguenze quella di creare una nuova Via Della Seta[2].

Prima, grazie agli affari di commercianti stipati non più su carovane di cammelli e dromedari, quanto in classe economica sulle rotte Cairo/Damasco/Dubai–Hong Kong. Poi, attraverso una silenziosa opera di tessitura di relazioni politico-economiche a livello governativo.

Perché l’11 Settembre?  Le misure anti-terrorismo adottate dagli Stati Uniti dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, avrebbero spinto i commercianti arabi a guardare nuovamente ad Est, verso una Cina fiorente e che si trovava in piena ascesa[3].

Invece di dirigersi verso le grandi fabbriche che producono per Walmart, Carrefour e la grande-media distribuzione, i negozianti egiziani, siriani, yemeniti hanno trovato l’habitat ideale per i loro affari nella fiera permanente di Yiwu – la «Mecca» dei prodotti a basso costo.

Ogni espositore è qui infatti specializzato su una categoria merceologica di beni di consumo di bassa/bassissima qualità: giocattoli con mille luci super-rumorosi, addobbi festivi, intimo alquanto bizzarro e oggetti religiosi per ogni culto e fede. Come sa chiunque abbia visitato un suq arabo di recente, nulla di meglio per soddisfare i consumatori locali. Inoltre – qui sta il secondo segreto del miracolo di Yiwu –  i venditori cinesi non richiedono ordini per grandi quantità. Questo permette a molti piccoli-medi commercianti di poter acquistare qualche scatolone di merce da stipare nel loro retro-bottega e non grandi quantità difficilmente smaltibili – rendendo il viaggio abbordabile e conveniente per i più.

Ai commercianti hanno fatto seguito i fondi di investimento, ma in questo caso la relazione ha cominciato ad essere reciproca e nel 2004 è stato creato il Sino-Arab Cooperation Forum[4].

Nel frattempo, i petroldollari si riversano in fondi di investimento asiatici e viceversa. «Eastern economies are growing, but their financial markets are lagging. Their bond markets are still maturing, while private equity investments are subject to often weak rule of law and nationalist interests. This makes it difficult for Western investors backed by pension funds to endorse these projects. On the other hand, the sovereign wealth funds of the East have fewer limits on their ability to buy such assets. So, it’s no surprise that the Middle Eastern funds, in particular, have been aggressively buying assets in their neighboring economies»[5].

D’altra parte, le compagnie di costruzioni cinesi riescono sempre più spesso ad ottenere grandi contratti di costruzione, spalleggiate da banche cinesi che le seguono nei loro investimenti. Nella sola Libia, ad esempio, la Cina aveva firmato contratti di costruzione da completare per 18 miliardi di dollari[6].

C’è un altro dato da tenere in conto e riguarda l’appeal del modello cinese. Mentre i tentativi di soft power – con il lancio di trasmissioni in arabo sulla Cina da parte dell’emittente nazionale CCTV – non sembrano in grado di far breccia, il sistema economico messo in piedi negli ultimi trent’anni da Pechino sembra molto più attraente per le classi dirigenti arabe del neo-liberismo americano[7]. Non solo in termini di «fascino», ma per le possibilità di «replicabilità» della ricetta cinese. La disponibilità di capitali e petrolio da una parte e di una macchina industriale e tecnologica dall’altra stanno alimentando i sogni degli investitori di Dubai e gli interessi in comune.

Ma perché la Cina è interessata al Medio Oriente? Facile. Principalmente proprio per il petrolio. La Repubblica Popolare importa il 50% del suo fabbisogno dalla regione –  il doppio degli USA – e con una richiesta di consumo a crescita esponenziale[8]. Rispetto a Washington, Pechino ha però due importanti svantaggi strategici: è molto più dipendente del rivale da una regione altamente instabile e non ha la capacità di assicurare il trasporto, specialmente per via marittima, in caso di tensioni proprio con gli Stati Uniti. La Cina produce 3,8 milioni di barili al giorno di greggio – essendo così il quinto produttore mondiale e superando il Messico – ma ne consuma 8,6 e la produzione corrente non è sostenibile nel medio periodo anche per la mancanza di nuove scoperte di giacimenti[9]. D’altra parte, ha beneficiato e continua a beneficiare – da free rider – degli sforzi americani per rendere sicura dal punto di vista degli approvvigionamenti l’area del Golfo.

Mentre si chiede se potenziare la flotta per crearsi dei corridoi tra Mar Cinese e Hormuz e mentre stringe accordi per la costruzione di pipelines in Asia Centrale, la Repubblica Popolare sfugge il confronto con Washington. Mantenendo un basso profilo, infatti, Pechino ha stretto accordi di acquisto e cooperazione da miliardi di dollari sia con Riad che con Teheran. Questo, è possibile proprio perché si comporta da potenza status quo. La sua, è un’azione diplomatica, economica e politica estremamente profonda quanto sensibile e silenziosa. Pechino non interferisce in alcun modo negli affari interni dei suoi partner e, di riflesso, apprezza il disinteresse per il non rispetto dei diritti umani all’interno della Muraglia. L’attivismo statunitense è dunque bilanciato dal pragmatico apparente quietismo cinese. Così, mentre gli USA cercano di isolare l’Iran, la Cina rende gli ayatollah i suoi principali fornitori di greggio.

La Repubblica Popolare è convinta, inoltre, che sia in grado di superare il problema dell’instabilità regionale astenendosi dalle sue questioni politiche piuttosto che intervenendo. La linea di partito è che qualunque regime abbia interesse a vendere le sue principali risorse ad un acquirente discreto se pronto a pagare e Pechino non ha problemi a firmare assegni a chiunque.

D’altronde, i petroldollari derivanti dai contratti cinesi vengono poi reinvestiti dai piccoli mercanti quanto dai governi nelle industrie cinesi. L’impennata nel prezzo del petrolio dal 2004 – da 30$ al barile a quasi 140$ nel 2008 – ha coinciso con il boom dei nuovi centri economici arabi come Dubai e Abu Dhabi e con un picco negli scambi commerciali con la Cina, alimentando gli scambi lungo quella nuova Via della Seta. Da una parte, dunque, i commercianti e gli investitori arabi a Yiwu, dall’altra le compagnie di costruzione cinese che ottenevano appalti per i grandi progetti infrastrutturali per il futuro post-petrolifero pianificati nel Golfo[10]. L’aumento dei prezzi del greggio ha conseguenze gigantesche sull’economia cinese, ma il crescente volume di scambi tra le due aree permette in qualche modo di calmierarne gli effetti.

L’unica nota di preoccupazione per lo sviluppo di questa special relationship viene semmai più dalla regione dello Xinjiang e dal radicamento e radicalizzazione di istanze islamo-nazionaliste che dall’aria dei gelsomini. Il Partito Comunista si è trovato sicuramente a disagio di fronte alla caduta di Ben Alì e di Mubarak e dalla paura di un lungo contagio. Il suo regime autoritario, la crescita diseguale, la corruzione erano critici fattori di similitudine da esaminare attentamente.

Anche per questo, Pechino preferisce però concentrare i suoi sforzi in un’opera di prevenzione e stabilizzazione domestica – ovvero mantenendo i tassi di crescita attuali – piuttosto che prendersi responsabilità che competerebbero al suo status di potenza e cooperare con l’Occidente per il futuro della regione. Gli appelli che giungono da più parti in questo senso, sono destinati a cadere nel vuoto.

Ciò è evidente anche nella posizione assunta sulla Libia sia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia in quel poco di dibattito fuoriuscito sui giornali. La Cina, infatti, ha votato a favore della risoluzione che congelava gli assets della famiglia Gheddafi e imponeva l’embargo militare al paese. Vero, le parole dello stesso Colonnello su Tienammen[11] non debbono aver fatto molto piacere ad una dirigenza ancora impaurita, ma la decisione contrasta con la linea politica tenuta spesso in precedenza per casi simili. Il voto, rivelava la volontà di non rimanere alla porta di un dopo-Gheddafi in cui il futuro di contratti petroliferi e relazioni commerciali sembrava aperto a qualsiasi scenario[12].

Così, quando la guerra civile libica è entrata in stallo e la Lega Araba sorprendentemente – o forse no, considerato il rapporto che essa ha con Gheddafi – proponeva una no-fly zone che avrebbe limitato la controffensiva dei lealisti, Pechino ha di nuovo adottato una posizione prudente, rallentando e di fatto vanificando l’efficacia di una tale misura. Il colore del governo di Tripoli per il vecchio regime rivoluzionario comunista, poco importa. Anzi, dovesse rimanere in sella il Colonnello, la scelta puramente opportunista e realista cinese potrebbe essere ampiamente ripagata. Nessuna etica o responsabilità nella conduzione della politica estera. Quello che conta – specialmente in un momento di lieve recessione anche della sua economia – è solo il profumo dei soldi. Gli uomini dimenticano piuttosto la morte del padre, che la perdita del patrimonio[13].


[1] Vedi ad esempio China And The Egyptian Rising, OpenDemocracy, 2 Marzo 2011 consultabile all’indirizzo http://www.opendemocracy.net/kerry-brown-cassidy-hazelbaker/china-and-egyptian-rising.

[2] Simpfendorfer, B. The New Silk Road: How a Rising Arab World is Turning Away From the West and Rediscovering China, Palgrave MacMillian, London, 2009.

[3] Le normative anti-terrorismo, le restrizioni sui visti e in qualche caso degli spiacevoli inconvenienti, avrebbero diminuito il numero di commercianti arabi che normalmente si recavano per affari negli USA. Anche in Cina i controlli su chi proveniva dal Medio Oriente erano abbastanza severi, ma era più rapido ottenere un visto d’ingresso.

[4] Il volume degli scambi commerciali tra mondo arabo e Cina è passato dai 25,4 miliardi di $ del 2003 ai 132,9 miliardi di $ del 2008. Gli investimenti diretti cinesi in medio oriente nel 2003 ammontavano a 17,3 milioni di $, mentre già nel 2004 hanno raggiunto i 182 milioni. Alla fine del 2008 gli investimenti diretti cinesi superavano i 2,65 miliardi di dollari, mentre quelli arabi in Cina 1,5 miliardi. Vedi China, Arab World: Working on a new Silk Road, Xinhuanet, 13 Maggio 2010, http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2010-05/13/c_13292874.htm.

[5] Arab World Turning to China for Investments, Away from Traditional Sources,Eye of Dubai, 27 Marzo 2010, http://www.eyeofdubai.ae/v1/news/newsdetail-41710.htm.

[6] Be More Assertive in Arab World, Beijing Urged, China News Watch, South China Morning News, 2 Marzo 2011,  http://topics.scmp.com/news/china-news-watch/article/Be-more-assertive-in-Arab-world-Beijing-urged

[7] A Chinese Take on the Arab World,The National, 28 Maggio 2010 http://www.thenational.ae/news/worldwide/asia-pacific/a-chinese-take-on-the-arab-world

[8] La domanda di petrolio cinese è aumentata proprio dal 2000-2001 per tre ragioni principali: primo, le fabbriche usano spesso derivati del petrolio come materia prima per la produzione di merci, come combustibile per alimentare i loro generatori elettrici e per le consegne. Secondo, il boom di veicoli privati in un paese di più di 1,3 miliardi di persone. Terzo, la creazione da parte del governo centrale di nuove riserve strategiche a partire dal 2006.

[10] Un altro esempio di connubio economico è rappresentato dai progetti di raffinazione del petrolio. Ad esempio, il greggio Saudita era troppo pesante per le capacità di trasformazione cinesi, frenando la possibilità d’acquisto. Pechino e Riad hanno dunque firmato accordi di cooperazione per la costruzione di nuovi impianti di raffinazione. Vedi Liangxiang, J. Energy First, Middle East Quarterly, Vol. XXII, N. 2, Spring 2005.

[11]The Arab World Revolutions, China and Oil, The Japan Times Online, 2 Marzo 2011, http://search.japantimes.co.jp/cgi-bin/eo20110302gd.html.

[12] Il petrolio libico è leggero e di ottima qualità, ma viene principalmente esportato nel bacino mediterraneo.

[13] Machiavelli, N. Il Principe.

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