Osama Bin Laden e oltre. Al-Qaeda, il Pakistan e il futuro della lotta al terrorismo globale

di Salvatore Manconi,

La morte di Osama Bin Laden rappresenta uno spartiacque fondamentale non tanto per il prosieguo della «guerra al terrorismo» globale, quanto per il modo in cui al Qaeda – e tutta quella pletora di formazioni jihadiste che attorno ad essa gravitano – riusciranno a rispondere alla congiuntura internazionale di eventi che ne stanno minando le fondamenta, sia da un punto di vista strategico che simbolico. In tal senso, è necessario citare due sviluppi internazionali che stanno mettendo a dura prova la tenuta dell’organizzazione terroristica: da una parte, la pressione bellica statunitense soprattutto nel teatro afgano e pakistano, dove il movimento jihadista contemporaneo ha mosso i primi passi; dall’altra, l’incredibile risveglio delle masse arabe, che si stanno mobilitando attorno a simboli e parole d’ordine estranee al lessico qaedista, erodendone così  l’appeal soprattutto tra i giovani. Inoltre, la scelta strategica di Obama di fare ampio uso dei drones, ha spinto al-Qaeda e il suo network ad accelerare la trasformazione della sua struttura originaria, già in atto nelle fasi immediatamente successive all’11 settembre[1]. Da organizzazione piramidale e gerarchica al-Qaeda ha man mano acquisito una struttura adattabile alle diverse circostanze, sempre meno legata al territorio e sempre più flessibile, capace di sfruttare abilmente i canali e le opportunità offerte dalla globalizzazione (internet in primis), oltre a mostrare incredibili capacità rigenerative al vertice: quanti numeri tre dell’organizzazione sono stati di volta in volta catturati o uccisi dopo gli attentati alle Twin Towers?

Sarà però più difficile rimpiazzare una figura unificatrice e dal forte potenziale evocativo e simbolico come quella di Bin Laden. Il suo posto verrà sicuramente ricoperto dal suo vice, Ayman al-Zawahiri, anche se bisognerà capire che tipo di ripercussioni avrà questo passaggio di consegne sugli equilibri del network terroristico, vista la rivalità tra i seguaci dell’egiziano e gli yemeniti[2]. Ma ridurre la galassia jihadista militante alle sole due personalità prima citate è alquanto fuorviante. Infatti, altre figure stanno iniziando ad occupare prepotentemente il panorama terroristico globale, cosa che simboleggia a pieno le capacità camaleontiche dell’organizzazione. Nella fattispecie, cinque terroristi si stanno mettendo in luce negli ultimi anni; questi sarebbero, tra l’altro, responsabili degli ultimi attentati sventati sul suolo americano: Anwar al-Awlaki, 39 anni, statunitense; Nasir Al-Wahishi, 34 anni, yemenita; Qassim al-Raimi, 31 anni, yemenita; Said al-Shiri, 37 anni, saudita; Abdelmalek Droukdel, 40 anni, algerino[3]. Dunque, anche se il cervello di al-Qaeda come organizzazione madre rimane in Pakistan, in generale il terrorismo jihadista globale non ha un paese santuario a cui far riferimento. Possiamo tuttavia individuare determinati contesti in cui le cellule terroristiche sembrano attecchire con maggiore facilità: stati falliti o quasi falliti (Yemen, Somalia, Afghanistan, Iraq); stati caratterizzati da forte instabilità interna a livello politico e da una storia di manipolazione del discorso religioso per fini politici (Pakistan, Afghanistan); stati caratterizzati da conflittualità e/o violenze su base etno-settaria (Iraq, Yemen, Pakistan, Afghanistan)[4]. Insomma, il terrorismo di marca qaedista prospera laddove è assente o fortemente limitata la capacità del governo centrale di garantire stabilità, sicurezza, governance e sviluppo economico-sociale e dove il discorso islamico viene manipolato per fini politici.

La «de-locazizzazione» del terrorismo jihadista rappresenta a pieno il tentativo di sganciarsi dal santuario per eccellenza, il Pakistan, dove ormai da tempo sono concentrate le attenzioni degli Stati Uniti. Bin Laden era riuscito a mantenere – non senza difficoltà − un ruolo di leadership del movimento, anche se dalle traduzioni dei documenti e dei files ritrovati nel covo di Abbottabad risulta molto forte la spaccatura sul fronte strategico tra il Principe del Terrore e i leader delle cellule locali. Mentre Bin Laden era ancora ossessionato dall’idea di un altro mega-attentato sul territorio statunitense stile 11 settembre, le varie cellule, un po’ per mancanza di fondi un po’ per realismo strategico, hanno ritenuto più fattibili attentati terroristici minori. In questo modo, esse mirano a mantenere attiva la relazione triangolare tra le cellule stesse, il potenziale bacino di reclute e la rete di finanziamenti. Ecco perché gli ultimi attentati falliti sono stati attuati da schegge impazzite, giovani – a volte insospettabili – che vengono sedotti da predicatori estremisti per immolarsi alla causa del jihad globale, con mezzi e know how tutto sommato modesti, se messi in comparazione con l’attentato alle Twin Towers.

Un discorso a parte merita la questione sul Pakistan e sul ruolo che questo paese ha avuto nella vicenda dell’uccisione di Bin Laden. Ha destato stupore il fatto che il leader di al-Qaeda avesse trovato rifugio ad un ora e mezza di macchina dalla capitale, in una località che peraltro è sede di una caserma militare di rilevanza nazionale, tanto che è stata a più riprese paragonata a West Point negli Stati Uniti. Tuttavia, questa scoperta non colpisce affatto gli addetti ai lavori. Certo, molti immaginavano un Bin Laden arroccato nelle montagne del Waziristan del nord, oppure nei quartieri neo-talebani di Quetta, dove ha sede la shura guidata dal Mullah Omar, mentre era più difficile immaginare che il Principe del Terrore potesse essere comodamente alloggiato in una villa a poche decine di chilometri da Islamabad. Ad ogni modo, che la leadership di al-Qaeda trovasse rifugio in Pakistan non costituiva certo un’informazione top secret. Quello che semmai scandalizza è l’attitudine doppiogiochista della leadership militare pakistana, che da una parte stringe la mano agli Stati Uniti e dall’altra fa l’occhiolino ai movimenti terroristi presenti sul suo territorio. Infatti, sul suolo pakistano trovano safe haven tutte le sigle più rappresentative del movimento jihadista globale. Citiamo in particolare Lashkar-e-Taiba (LeT) – rinominata da qualche tempo a questa parte Jamaat-ud-Dawa –, Jaish-e-Mohammed e l’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), oltre ai temibili Tehrik-i-Taliban, i talebani pakistani. Molti attentati sventati, come per esempio il recente attacco pianificato e sventato a Times Square, sembrano proprio avere il marchio di fabbrica dei gruppi jihadisti pakistani. Ma non solo. Infatti sembra che queste organizzazioni siano responsabili a vario titolo della pianificazione di attentati a Londra, Parigi, Berlino e in molti altri centri occidentali[5].

Se l’amministrazione Bush ha chiuso più di un occhio nei confronti del doppiogiochismo pakistano, l’amministrazione Obama sembra più attenta e guardinga nei confronti di Islamabad. La posizione ufficiale statunitense sulla presunta segretezza dell’operazione che ha portato all’uccisione di Bin Laden sembra confermare questa attitudine. Allo stato delle cose, nonostante le premesse sembrassero poter mettere fine alla pluridecennale epoca degli assegni in bianco, possiamo affermare che i risultati dell’approccio Obama nei confronti del Pakistan non hanno dato il frutto sperato e questo perché non sono stati risolti alcuni nodi chiave che rappresentano il cuore degli interessi della politica estera pakistana. In una parola sola: il Kashmir. Obama ha finora promesso ed elargito un significante aumento degli aiuti nel settore civile nell’ambito della nuova strategia “Af-Pak”. Questi investimenti hanno come target principale la possibilità di nuovi posti di lavoro e l’attuazione di progetti di sviluppo, come per esempio la creazione di opportunities zones nelle turbolente regioni di confine con l’Afghanistan[6]. Questo nuovo impegno, definito all’interno della «Enhanced Partnership with Pakistan Act of 2009», si stima arriverà a costare almeno 7,5 miliardi di dollari negli anni tra il 2009 e il 2014. Tuttavia, l’erogazione di questi aiuti è stata e sarà sottoposta al vaglio dell’amministrazione Obama, che verificherà di volta in volta le condizioni della partnership a seconda che il Pakistan «combatta effettivamente il terrorismo e il radicalismo violento, in Pakistan e altrove»[7]. Sembra però che manchino dei meccanismi in grado di verificare che questi aiuti vadano concretamente a finire a sostegno della democratizzazione e modernizzazione del Pakistan, e non, come molto spesso è finora accaduto, nelle tasche dell’ISI e dei gruppi terroristici che questo supporta[8]. Tuttavia, finché queste sigle, compresa al-Qaeda, saranno percepite da Islamabad come un alleato strategico in ottica anti-indiana, è altamente probabile che buona parte dei finanziamenti statunitensi vada a migliorare gli apparati bellici pakistani, nucleare in primis. In particolare due formazioni terroristiche, LeT e Jaish-e-Mujammed, sono tra le più coccolate dall’ISI in quanto figlie del jihad kashmiro contro l’India. Esse hanno dato vita agli attacchi più letali e spettacolari contro New Delhi negli ultimi dieci anni, tra cui quelli di Mumbai. L’annosa questione del Kashmir rappresenta dunque la conditio sine qua non per far si che l’ISI e alcuni settori dell’esercito abbandonino la loro pluridecennale politica di sovvenzioni, sostegno logistico, addestramento militare nei confronti di questi gruppi. In questo senso, spetta soprattutto agli Stati Uniti muoversi all’interno dei canali diplomatici per porre fine alla rivalità indo-pakistana sul Kashmir.

Per quel che riguarda la strategia globale contro il terrorismo gli attacchi con i droni rimarranno uno strumento tatticamente efficace ma non determinante per porre fine alla minaccia qaedista una volta per tutte. Si dovrà invece impostare una strategia di lungo termine da giocare soprattutto sul piano delle idee, dei valori e quindi sul piano della politica piuttosto che sulla forza delle armi: non solo counter-terrorism allora, ma anche e soprattutto counter-radicalisation, e cioè una lotta ideologica contro il radicalismo islamista[9]. Una lotta che richiede un reale sforzo nel risolvere le crisi del mondo musulmano, dalla questione israelo-palestinese a quella del Kashmir, e che affronti il tema della mancanza di libertà politiche nei regimi arabi più vicini agli Usa, soprattutto l’Arabia Saudita: ricordiamo infatti che su 19 attentatori  dell’11 settembre ben 15 erano sauditi. In questo senso, le ultime rivolte epocali che hanno sconvolto la mappa politica di alcuni dei regimi arabi più importanti del Medio Oriente devono spingere gli Stati Uniti a cogliere la palla al balzo e promuovere una democratizzazione secondo il vettore down-top in tutta l’area. Washington deve elaborare una nuova visione politica per l’area mediorientale e centro-asiatica, che vada al di là delle mere logiche interventiste e opportuniste che hanno caratterizzato storicamente l’approccio Usa, promuovendo così un nuovo discorso di sviluppo economico, politico e sociale.


[1] Secondo Jane Mayer, ci sarebbero in corso due tipi di programmi di questo genere: il primo è un programma militare che è di dominio pubblico, nel senso che è operativo nelle zone di guerra riconosciute come tali dagli Stati Uniti, e cioè Afghanistan e Iraq; il secondo programma, quello della CIA,  prende di mira postazioni terroristiche ovunque esse si trovino nel mondo, inclusi paesi dove non sono stazionate truppe americane: Jane Mayer, The Predator War. What are the risks of the C.I.A.’s covert drone program? The New Yorker, 26/10/2009.

[2] Matthew Levitt, With Osama Bin Laden Gone, Al Qaeda Just Got a Lot Weak, NYDailyNews.com, May 3, 2011.

[3] Per esempio, i sermoni di al-Awlaki avrebbero mosso le azioni del maggiore Hassan, in occasione della strage di Fort Hood, così come quelle del giovane Umar Farouk Abdulmutallab, che ha tentato di incendiare l’aereo di linea Amsterdam-Detroit. Si è insicuri rispetto all’uccisione di Qassim al-Raimi e Said al-Shiri da parte di attacchi dei droni. Carlo Bonini, I nuovi capi di Al-Qaeda: chi comanda nella rete di Osama, La Repubblica, 10/11/2010.

[4] Karen DeYoung, World Bank Lists Failing Nations That Can Breed Global Terrorism, Washington Post, p. A13, 15 September 2006.

[5] Si vedano in merito: Steven Erlander and Eric Schmitt, Official says intelligence points to plot by al-Qaeda to attack European cities, The New York Times, 29/10/2010; Stephen Tankel, The Long Arm of Lashkar-e-Taiba, Policy Watch N°1631, The Washington Insitute of Near East Policy (17 February 2010). 

[6] From the Editors, Pakistan under pressure, Merip, Vol. 39 (Summer 2009).

[7] From the Editors, Pakistan under pressure, op. cit.

[8] From the Editors, Pakistan under pressure, op. cit.

[9] Matthew Levitt, Status Check on the Struggle against Global Terrorism, The Washington Institute of Near East Policy, Policy Watch N° 1687 (10 August 2010).

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