Un confine da tracciare: la storia dimenticata del popolo Saharawi

di Folco Zaffalon. Per WiP da Tindouf ExPress (tindoufexpress@gmail.com; www.tindoufexpress.tumblr.com)

Il popolo Saharawi da trentaquattro anni vive al di fuori del confine della propria terra, in un fazzoletto di deserto concessogli dall’Algeria. Il Sahara Occidentale, infatti, è oggi occupato dal Marocco che, dopo 18 anni di processo di pace fallimentare, è riuscito a mantenere il controllo di tutte le risorse dell’area e a far dimenticare la presenza del confine che lo divideva dal Sahara Occidentale in epoca coloniale. Il principio di autodeterminazione, pilastro delle Nazioni Unite, garantisce il diritto di poter decidere del proprio futuro a ogni popolo della terra. Questo caso irrisolto del diritto internazionale fa emergere in modo lampante i limiti di questa istituzione.

Negli anni Sessanta in questo territorio perlopiù desertico furono scoperti giacimenti di fosfati e di ferro. La Spagna, fino a quel momento presente quasi unicamente sulle coste pescose, iniziò a sfruttare le risorse minerarie della colonia iniziando a dare lavoro (ancorché sottopagato) ai Saharawi, una popolazione nomade che cominciò così ad urbanizzarsi e sedentarizzarsi. Nei primi anni Settanta iniziò a condensarsi un sentimento anti-coloniale, fino alla creazione, nel 1973, del Fronte POLISARIO (Frente Popular De Liberación de Saguía el Hamra y Rio de Oro). Nonostante gli scarsi armamenti, furono effettuate subito operazioni armate e sabotaggi, in particolare alle catene di trasporto dei fosfati. Nel 1975 la lotta armata aveva ormai preso piede in tutto il paese e alla Spagna non conveniva più, umanamente ed economicamente, mantenere questa colonia (data anche la concomitante fine della dittatura con la morte del generale Franco). Come in tutti i processi di autodeterminazione, al popolo Saharawi fu assicurata la possibilità di decidere del proprio destino attraverso un referendum. Ma, nel novembre del 1975, attraverso degli accordi segreti siglati fra Spagna, Marocco e Mauritania, fu decisa l’invasione militare del Sahara Occidentale. La partecipazione spagnola fu, appunto, limitata, mentre il Marocco, con quella che venne in seguito chiamata Marcia Verde, invase sia militarmente che civilmente la regione. Re Hassan II viveva infatti nell’idea di poter costruire un Grande Marocco e di trasformare il proprio paese nella potenza dominante della regione.

Sempre nel novembre del 1975 furono firmati a Madrid degli accordi attraverso i quali la Spagna delegava a Marocco e Mauritania l’amministrazione del territorio del Sahara Occidentale: il risultato di questi negoziati fu una vera e propria spartizione (illegale) di un ex-territorio coloniale, in violazione al principio del mantenimento degli ex-confini coloniali sancito sia dall’ONU che dall’Organizzazione dell’Unità Africana. Da quel momento la resistenza Saharawi si attivò contro gli invasori e, nonostante la disparità immensa fra le forze in campo (il Marocco era sostenuto dalla Francia e da tutto il mondo occidentale), i guerriglieri impegnarono assiduamente nel conflitto le due forze di occupazione, tanto da spingere la Mauritania, nel 1979, a ritirarsi entro i propri confini. La guerra tra l’esercito regolare marocchino e il Fronte Polisario conobbe una particolare escalation di violenza nei primi anni Ottanta, anni in cui la resistenza era riuscita a liberare quasi l’80% del territorio rivendicato. Il Marocco, dinnanzi a una possibile disfatta, su consiglio di strateghi francesi e statunitensi (ma ancor prima su quello del generale israeliano Barak in visita nella zona di battaglia), avviò la costruzione di un muro che ancora oggi divide il territorio saharawi in 2 parti: una occidentale occupata dalle milizie marocchine (la più ricca di risorse economiche e di materie prime: pesca, petrolio, uranio, fosfati) e un’altra, prevalentemente disabitata, sottoposta all’autorità del Fronte Polisario.

Il muro fu costruito a partire dal 1981 fino al 1987 in 6 fasi distinte, fino a misurare circa 2500 km, più della muraglia cinese. Si stima che circa 180.000 soldati marocchini siano preposti alla sua sorveglianza. Sul lato rivolto verso i cosiddetti «territori liberati» il muro è circondato da mine antiuomo di fabbricazione europea (anche italiana) per un raggio di circa 500 km.

Nel 1991, dopo 15 anni di guerra, la comunità internazionale decise di intervenire attraverso l’approvazione della risoluzione 621 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che sancì il cessate il fuoco e diede mandato alla MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale) di garantire la realizzazione di un referendum che avrebbe sancito il destino del territorio del Sahara Occidentale e dei suoi abitanti. I Saharawi, fiduciosi di una rapida soluzione diplomatica, abbandonarono le armi e riconsegnarono gli ostaggi marocchini.

In questi 20 anni di lunga attesa, ogni cavillo è stato trovato e fatto pesare dal Marocco pur di non dare la possibilità di effettuare questo referendum. Nel 1994 la Commissone di Identificazione dell’ONU avviò l’iter di identificazione degli aventi diritto al voto. Il processo fu però irto di ostacoli e solo nel 2000 si arrivò alla pubblicazione semi-definitiva di quella lista. Nel 2001 il Marocco presentò, però, un numero di appelli tale da impedire de facto il referendum.

Lo stesso anno James A. Baker III, inviato personale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, elaborò un primo piano di pace, all’interno del quale si prospettava l’autonomia del Sahara Occidentale e il controllo marocchino sulla politica di sicurezza nazionale, di difesa e su qella estera. Il piano fu rifiutato dal Polisario, poichè  non prevedeva una soluzione soddisfacente in merito allo status giuridico del territorio.

In un secondo piano di pace del 2003 fu re-inserita l’opzione dell’indipendenza, e, nonostante alcune riserve, questo fu approvato dal Polisario. In questo caso, fu il Marocco a rifiutare di sottoscrivere gli accordi, dichiarando che non si poteva andare oltre la concessione dell’autonomia. Nel 2004, Baker rassegnò le dimissioni, informando il Segretario Generale di aver fatto il possibile, ma sostenendo anche che, se le parti non erano disposte a scendere a compromessi, nessun passo avanti concreto sarebbe stato di fatto possibile. Da allora l’impegno dell’ONU è andato alla deriva.

Nel 2007 il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, come aveva già fatto il suo predecessore Kofi Annan, ha nuovamente invitato le parti ad avviare dei negoziati, senza condizioni prestabilite. Tuttavia, le posizioni sono rimaste profondamente antitetiche: il Marocco continua a offrire un’autonomia limitata alla regione, mantenendovi inalterata la propria sovranità, mentre il Polisario insiste sulla richiesta di un referendum per l’ autodeterminazione, attraerso il quale raggiungere la piena indipendenza[1][2].

La situazione è dunque di stallo totale. Il problema fondamentale è la mancanza di volontà politica dell’ONU e, quindi, di quelle potenze maggiormente interessate al Sahara Occidentale (Stati Uniti, Francia, Spagna) di imporre una soluzione dall’alto. Il mantenimento dello status quo, d’altronde, continua a favorire soltanto una delle parti, che continua a mantenere come propria strategia quella di far scivolare nell’oblio la questione.

Le principali conseguenze di questo stallo ricadono però sulla popolazione civile. Il popolo Saharawi continua a vivere in campi profughi (vere e proprie città nel deserto) intorno a Tindouf, nel Sud Ovest dell’Algeria, in una zona senza risorse naturali e idriche, sopravvivendo  solo grazie agli aiuti umanitari in condizione di igiene e salute precarie. Nel frattempo, il Marocco continua a sfruttare tutte le risorse del Sahara Occidentale occupato, dai fosfato ai giacimenti di gas e petrolio. Inoltre molto del pesce che arriva in Europa è pescato in quelle coste attraverso un altro accordo illegale fra UE e Marocco – secondo il diritto internazionale, infatti, non sarebbe possibile stilare accordi su un territorio ancora oggetto di controversia[3].

Purtroppo però, la situazione è ormai sul punto di deflagrare. I giovani saharawi, nati nel periodo prossimo alla data del cessate il fuoco sono ormai disillusi nei confronti della comunità internazionale. Anche una generazione di trentenni, formatasi all’estero e in particolare a Cuba, dove ha potuto raggiungere alti livelli di specializzazione, pur essendo pronta a formare una classe dirigente e produttiva nella propria terra, è fortemente disillusa. Tornati nei campi, questi giovani si ritrovano senza sbocchi lavorativi con l’unica prospettiva di dover espatriare per poter avere un futuro. Gli stessi rappresentanti del Fronte Polisario, perlopiù ex militari della resistenza, ammettono come non sia più possibile per loro riuscire a frenare il desiderio di azione che serpeggia tra le generazioni più giovani.

Nonostante nei campi si percepisca l’imminenza di una riapertura delle ostilità, bisogna però sottolineare come tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, mantengano sempre un flebile barlume di speranza nella soluzione pacifica della questione. Forse più che di speranza si può parlare di una vera e propria fede nella pace di questo popolo che, sottomesso per decenni, non ha mai perduto la capacità di guardare alla prospettiva più realistica per avere la propria terra: la via pacifica. Questo particolare nega sin dalle radici che i Saharawi siano un popolo di fanatici guerrafondai o di terroristi, come vengono dipinti dalla stampa marocchina. Il limite della pazienza umana è stato raggiunto e, nei prossimi anni, se non ci sarà un passo avanti concreto, gli equilibri politici e generazionali del Fronte Polisario potrebbero cambiare a tal punto che diventerà difficile evitare una riapertura del conflitto. Di fronte a una situazione così delicata e alla prospettiva di un nuovo massacro, l’opinione pubblica internazionale non può stare con le mani in mano.


[1] Per la parte storica cfr. Il sistema internazionale alla prova: il caso del Sahara Occidentale, a cura di Giuliana Laschi, 2009, pubblicazione realizzata nel quadro del progetto di Educazione e Informazione allo Sviluppo, promosso dall’ONG CISP, cofinanziato dal Ministero degli Affari Esteri e da enti locali emiliano-romagnoli, disponibile presso il Punto Europa – Forlì.

[2] Per i paragrafi riguardanti i piani di pace cfr. Theofilopoulou Anna, Sahara Occidentale – Situazione di stallo permanente, su http://www.peacelink.it/conflitti/a/22384.html, 11 luglio 2007

[3] Per tutte le informazioni e le notizie riguardanti gli accordi sulla pesca fra UE e Marocco, vedi http://www.fishelsewhere.eu/

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