Il Dragone Nero: le relazioni politiche e commerciali tra Sudan e Cina

di Paola Aguglia

I legami economici e commerciali che la Cina ha stretto con gli stati del continente africano suscitano spesso l’interesse dei principali analisti internazionali. La Cina è diventata oggi il principale partner commerciale di molti paesi africani e, fra questi, il Sudan ha rappresentato la vera e propria porta d’ingresso per il gigante asiatico nel continente africano. Il voto che ha sancito l’indipendenza del Sud del Sudan lo scorso gennaio non ha cambiato di molto la situazione. Il Governo del Sud, infatti, già prima della data del referendum, si era preoccupato di garantire al partner cinese la stabilità delle sue concessioni petrolifere[1].

La Cina, trasformatasi in una grande potenza globale costantemente affamata di materie prime, ha trovato una facile banchetto nei ricchi bacini petroliferi sudanesi. La compagnia statalizzata Chinese National Petroleum Corporation è presente nel paese dal 1997 e opera in progetti riguardanti diversi blocchi petroliferi, raffinerie, infrastrutture per il trasporto del petrolio e per l’industria petrolifera e del gas[2]. Oltre ad essere il principale importatore di petrolio sudanese, la Cina costituisce per il Sudan, come per la maggior parte dei paesi africani, anche uno dei principali investitori, attraverso progetti che vanno dall’ammodernamento infrastrutturale, a quello tecnologico, all’agricoltura[3].

Tutto ciò non stupisce del tutto. Il Sudan rappresenta un ottimo caso di studio per spiegare il tentativo cinese di conquista «dei cuori e delle menti» africani. La politica cinese della non-ingerenza negli affari interni degli altri stati, l’imperativo della separazione tra discorsi politici e affari economici assieme alla forte disponibilità di investimenti hanno suscitato gli interessi dei governanti africani, desiderosi di sfruttare al meglio le risorse dei propri paesi. La politica paternalistica della condizionalità adottata per lungo tempo da Stati Uniti e Unione Europea ha spesso portato alla chiusura degli scambi economici tra queste potenze e i vari paesi africani, costringendo o stimolando questi ultimi a rivolgere il proprio sguardo verso est[4].

In particolare, per quel che concerne il Sudan, oltre a delle politiche errate che possano aver favorito un avvicinamento di questo paese alla Cina, va anche considerato il fatto che la parte settentrionale del paese non è annoverata tra i migliori amici dell’Occidente: il Nord del Sudan è infatti iscritto nella lista nera dei paesi accusati di appoggiare il terrorismo internazionale; il suo attuale Presidente, Omar Bashir, accusato dalla Corte Penale Internazionale di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità per i fatti connessi al sanguinoso conflitto in Darfur, è interdetto dalla partecipazione a qualsiasi incontro internazionale o da qualsiasi visita in stati firmatari del Trattato di Roma, pena la sua incarcerazione[5]. Questa parte del paese è sottoposto da parte degli Stati Uniti ad un embargo che vieta scambi commerciali o investimenti dal 1997[6]. Non è difficile comprendere perché dunque la regione sudanese si sia facilmente gettata tra le braccia della Repubblica Popolare Cinese. Il dragone costituisce un solido alleato economico e diplomatico, garantisce introiti e investimenti, ma anche una certa copertura diplomatica all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in virtù del suo potere di veto[7].

Nonostante l’embargo internazionale imposto dalle Nazioni Unite nel 2005 con le risoluzioni 1556/2004 e 1591/2005 al fine di evitare che le armi potessero essere utilizzate nel sanguinoso conflitto del Darfur, la Cina continua a rappresentare il principale fornitore di equipaggiamenti militari del regime sudanese[8]. Sono state mosse varie accuse contro la Cina per aver violato l’embargo e Pechino ha più volte cercato di evitare la diffusione di un rapporto creato da un panel internazionale di esperti contenente la denuncia del ritrovamento in Darfur di munizioni di provenienza cinese[9].

Ma neanche questo stupisce. La politica cinese, infatti, è chiara: gli affari sono affari. Questo vale per gli introiti derivanti dalla costruzione di dighe e di centrali idroelettriche anche se questi impianti risultano dannosi e pericolosi per la sopravvivenza delle popolazioni autoctone e dell’ambiente circostante[10]. Vale per i profitti generati dalla costruzione di oleodotti con manodopera cinese che sottrae lavoro agli operai sudanesi[11]. Vale per gli introiti derivanti dalla vendita di armi che probabilmente verranno utilizzate da alcuni sudanesi per uccidere altri sudanesi. Di certo siamo in presenza di una politica che, seppur deplorevole, mantiene una sua chiarezza, una sua coerenza e non si nasconde dietro falsi pretesti di ordine etico.

Domandiamoci invece se sia etica e chiara la politica utilizzata da Stati Uniti ed Unione Europea nei confronti del Sudan e dell’Africa in generale. Una volta detentori assoluti dello sfruttamento delle enormi risorse naturali di questo continente potevano permettersi di imporre condizioni, stabilire embarghi o decidere di rimuoverli. Ma davvero le condizioni imposte dall’occidente hanno come obiettivo sperato quello di tentare di tutelare i diritti umani in questi paesi o invece si tratta di ricatti utilizzati per ottenere vantaggi economici per quelli che fino a qualche anno fa erano gli unici giocatori nello scacchiere economico africano? La domanda sorge spontanea. Il Presidente Obama si dichiara disposto a cancellare il Nord Sudan di Bashir dalla lista nera se non intralcerà il processo referendario[12]. Dunque la lista nera è stata creata sulla base di prove concrete che dimostrano che tali stati appoggiano il terrorismo o sulla base di simpatie ed antipatie facilmente trasformabili sulla base di interessi più forti, come quello di assicurarsi l’amicizia del nuovo Sud Sudan ricco di petrolio?

In questo scenario in cui si è aggiunto un nuovo giocatore che non si sente obbligato a nascondere i suoi interessi economici sotto false preoccupazioni di moralità, la pedina cinese sta cambiando le regole del gioco? E quali saranno le mosse dei vecchi giocatori per non perdere la partita sul tavolo africano?


[1] SPLM gives assurances on Chinese oil investments in South Sudan, Sudan Tribune 16th October 2010, http://www.sudantribune.com/SPLM-gives-assurances-on-Chinese,36612

[3] Chinese firm given land deal in Sudan, Sudan Tribune, 17th March 2010, http://www.sudantribune.com/Chinese-firm-given-land-deal-in,34444

[4] EU, China and Africa; The Sudanese Experience, Sudan Tribune, 10th July 2007, http://www.sudantribune.com/EU-China-and-Africa-The-Sudanese,22783

[6] U.S. Bureau of Industry and Security, Embargoed Countries and Persons, http://www.bis.doc.gov/policiesandregulations/05forpolcontrols/chap5_embargo.htm

[7] China’s propaganda campaign can’t obscure complicity in Darfur Genocide, Sudan Tribune 6th March 2008, http://www.sudantribune.com/China-s-propaganda-campaign-can-t,26260

[8] Le Nazioni Unite ed il Darfur, Nota informativa, http://www.unric.org/html/italian/peace/darfur.pdf

[9] China fails to block UN report on Sudan: diplomats, Sudan Tribune 21st October 2010, http://www.sudantribune.com/China-fails-to-block-UN-report-on,36672.

La Guerra in Darfur e le armi di Pechino, Limes 22 Ottobre 2010, http://temi.repubblica.it/limes/la-guerra-in-darfur-e-le-armi-di-pechino/15901

[10] Groups to protest against China-funded Ethiopian dam, Sudan Tribune 20th February 2011, http://www.sudantribune.com/Groups-to-protest-against-China,38039

[11] EU, China and Africa; The Sudanese Experience, Sudan Tribune, 10th July 2007, http://www.sudantribune.com/EU-China-and-Africa-The-Sudanese,22783

[12] US offers to remove Sudan early from state terror list, BBC News 8th November 2010,

http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-11707555

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