Il Giappone dopo Fukushima. Crisi e transizione

di Matteo Dian

Sono passati quasi quattro mesi dal disastro naturale che ha colpito il Giappone e, adesso, pare possibile cominciare a fare qualche considerazione sulle conseguenze di lungo periodo del terremoto e del conseguente tsunami.

La prima conseguenza del disastro è l’aggravarsi del declino economico di lungo periodo dello stato giapponese. Il Giappone si trova in una situazione di stagnazione ormai da quasi vent’anni, dallo scoppio della «bolla» degli anni Novanta. L’anno scorso è avvenuto il sorpasso da parte della Cina. Pechino ha infatti sostituito Tokyo al secondo posto nella classifica delle potenze economiche mondiali dopo gli Stati Uniti.

Il paese del Sol Levante non è riuscito ad elaborare un modello di sviluppo alternativo a quello che ha dato vita al miracolo economico del dopoguerra, il developmental state, un particolare modello di «capitalismo a mercato coordinato» basato sulla presenza di sei grandi trust industriali e finanziari chiamati keiretzu[1].

Questi gruppi costituivano la base produttiva del paese e includevano al proprio interno diversi settori industriali e diverse banche[2]. Questi gruppi venivano protetti dallo stato attraverso incentivi all’esportazione e al divieto pressoché totale di ingresso di capitali stranieri nel sistema dei trust. I cosiddetti «big six» vivevano in una vera e propria simbiosi con il potere statale[3]. I loro interessi erano fortemente rappresentati nella Dieta e il sistema della «discesa dal cielo» (amakudari, l’interscambio tra alta burocrazia e dirigenti dei trust) garantiva un accesso praticamente diretto al policy making[4]. Questo sistema è entrato in crisi negli anni Novanta. La fine della guerra fredda ha determinato, infatti, la crisi del developmental state[5]. Perso lo status di avamposto democratico e capitalista in Asia, Tokyo è stata costretta a giocare secondo le regole della nuova economia finanziaria e ad adattarsi alle regole della globalizzazione. L’apertura del mercato, l’impossibilità di proteggere i propri prodotti e la concorrenza degli altri paesi asiatici hanno definitivamente acuito la crisi del sistema nipponico[6].

Il sistema politico giapponese, altamente consensuale e fortemente segnato dall’influenza dei grandi trust, è stato incapace di riformare in profondità il sistema economico. Solo il governo Koizumi (2001-2006) ha tentato di avviare delle riforme profonde. Ad oggi, il Giappone è un ibrido tra il vecchio sistema a capitalismo coordinato e un sistema economico di libero mercato. In questo caso, l’ibridazione dei due sistemi non sembra però funzionare del tutto: i tassi di crescita permangono infatti molto bassi e il debito pubblico è uno dei più alti del mondo[7].

Il disastro naturale di marzo, che ha distrutto 5 punti di PIL in un giorno e ha causato la devastazione di un’enorme quantità di infrastrutture produttive, aggrava ancora di più la situazione di crisi e stagnazione.

Il sistema politico è in una situazione simile. È, infatti, un ibrido tra il «sistema del 1955», caratterizzato da un partito dominante, i conservatori del LPD, e un sistema competitivo bipolare[8].

La vittoria del DPJ e di Hatoyama del 2009 è stata salutata come una rivoluzione dopo quasi 60 anni di dominio ininterrotto dei conservatori[9]. La breve durata del governo Hatoyama e la reazione del governo Kan alla «crisi nucleare» di Fukushima hanno messo in evidenza come l’eredità del sistema del 1955 sia ancora molto forte.

L’emergenza nucleare che ha colpito le centrali TEPCO ha dimostrato come, anche sotto il governo del DPJ, la realtà giapponese sia caratterizzata da una forte commistione tra interessi dei grandi gruppi economici, burocrazia statale e governo[10]. Questa fusione di interessi e la mancanza di trasparenza sono un’eredità pesante del vecchio sistema a partito dominante in cui i grandi gruppi industriali, la burocrazia e il governo costituivano un’elite omogenea e coesa, protetta e al riparo dalle critiche dell’opinione pubblica.

La gestione della crisi ha tuttavia messo in evidenza la mancanza di trasparenza e la tendenza a tenere fortemente in considerazione gli interessi dei grandi gruppi industriali anche in situazioni di eccezionale gravità[11]. Il disastro di marzo e la conseguente crisi derivata dalla fuoriuscita di materiale radioattivo non hanno fatto altro che aggravare un altro dei principali problemi del sistema politico, ovvero l’instabilità dei governi. Da quando è alla guida del paese, Naoto Kan ha affrontato la concorrenza dello «Shadow Shogun» Ozawa Ichiro per la leadership del Partito Democratico, oltre a una mozione di sfiducia presentata in parlamento il mese scorso[12].

L’instabilità politica mette in dubbio non tanto la capacità del paese di reagire al disastro nel breve periodo, quanto la capacità di rilancio e riforma nel medio-lungo periodo, quando allo sforzo per la ricostruzione dovrà essere unita una serie di riforme mirate a rinnovare il sistema economico e politico.

Un’altra conseguenza notevole è costituita dalla rinnovata legittimità della Japanese Self Defense Force, l’esercito giapponese. Se nel 1995 l’esercito si era fatto trovare impreparato di fronte al terremoto di Kyoto, questa volta ha risposto con prontezza ed efficienza grazie ad una lunga preparazione e organizzazione mirata a fronteggiare situazioni di questo tipo. L’impiego di più di 100.000 uomini nelle missioni di disaster relief dopo l’11 marzo costituisce la più grande mobilitazione dell’esercito giapponese dalla fine della seconda guerra mondiale[13]. La rinnovata legittimità della JSDF può costituire un ulteriore passo in avanti nel processo di normalizzazione della politica estera giapponese[14]. Dalla fine degli anni Novanta, infatti, Tokyo sta progressivamente abbandonando molti dei vincoli che ne avevano segnato la politica estera «pacifista» dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quali il divieto di inviare truppe all’estero, di possedere capacità offensive o di esportare armi. Lo scetticismo verso le forze armate è sempre stato parte integrante della «Cultura dell’Antimilitarismo» e del pacifismo giapponese[15]. La nuova popolarità della JSDF può contribuire a rendere più accettabili i prossimi passi nella trasformazione della heiwa kokka (nazione pacifica) post bellica in una futsu no kuni (nazione normale)[16].

In conclusione, il terremoto, lo tsunami e la successiva crisi nucleare hanno colpito il Giappone in un momento di transizione che riguarda il sistema politico, l’economia e la politica estera. L’11 marzo e le sue conseguenze hanno messo a nudo i punti deboli del sistema politico ed economico giapponese. La storia del Giappone contemporaneo è stata scandita da shock esterni (dalle navi nere del Commodoro Perry alla Seconda Guerra mondiale) e da rivoluzioni dall’alto mirate ad affrontarli (dalla rivoluzione Meiji alla miracolo economico dopo il 1945)[17]. Anche questa volta, probabilmente, lo shock comporterà un’accelerazione dei cambiamenti in atto e ad un nuovo adattamento del paese alle esigenze del mondo contemporaneo.


[1] Su economie a mercato coordinato e economie di libero mercato vedi Peter Hall, David Soskice, Varieties of Capitalism. The Institutional Foundations of Comparative Advantage. Oxford, Oxford University Press, 2001. Sulla struttura dei Keiretsu, vedi Michael L. Gerlach, Alliance Capitalism: The Social Organization of Japanese Business, Berkeley, University of California Press, 1992. Vedi anche James R. Lincoln, Michael L. Gerlach, and Christina L. Ahmadjian, Keiretsu Networks and Corporate Performance in Japan, in «American Sociological Review», vol. 61, pp.67-88. Hidemasa Morikawa, Zaibatsu, The Rise and Fall of Family Enterprise Groups in Japan, Tokyo, Japan, University of Tokyo Press, 1993

 

[3] Il Keiretsu è definito come un fronte unito di società che operano insieme ma indipendentemente con lo scopo di perseguire obiettivi comuni e definiti. Solitamente al centro del Keiretsu ci sono una o più banche, che forniscono gran parte del capitale di finanziamento necessario, rendendo di fatto limitato il potere degli azionisti. Le imprese sono unite da una fitta rete di condivisione della proprietà e compartecipazioni. Vedi Ronald J. Gilson and Mark J. Roe, Understanding the Japanese Keiretsu: Overlaps between Corporate Governance and Industrial Organization, in «The Yale Law Journal», vol. 102, n. 4, 1993, pp. 871-90. Vedi anche Kozo Yamagura, Wolfang Streek, The End of Diveristy. Prospect for German and Japanese Capitalism, Ithaca, Cornell University Press 2003.

[5] Sul Developmental State, vedi Chalmer Johnson , The Developmental State: Odyssey of a Concept in Meredith Woo Cumings, The Developmental State, Ithaca, Cornell University Press, 1999. Cfr. Kent E. Calder, Strategic Capitalism: Private Business and Public Response in Japanese Industrial Finance, Princeton, Princeton University Press, 1993.

[6] Jennifer Ann Amyx, Japan’s Financial Crisis: Institutional Rigidity and Reluctant Change. Princeton, Princeton University Press, 2004. T. J. Pempell, Structural Gaiatsu: International Finance and Political Change in Japan, cit. e Bai Gao,. Japan’s Economic Dilemma: The Institutional Origins of Prosperity and Stagnation, New York, Cambridge University Press, 2001

[7] Steven Kent Vogel, Japan Remodeled: How Government And Industry Are Reforming Japanese Capitalism. Ithaca, Cornell University Press, 2009. Vedi anche Mark Beeson, Is Developmental State Compatible with Globalisation? Markets and Politics in East Asia, in Richard Stubbs and Geoffrey R.D. Underhill (eds.), Political Economy and the Changing Global Order, 3rd Edition, Oxford, Oxford University Press, 2001. George McCormack, The Emptiness of Japanese Affluence, St Leonard’s, Allen & Unwin, 1996. Matteo Dian, L’ibridazione del Crisantemo. Crisi e riforma del sistema politico-economico giapponese, in «Dotduepuntozero»

http://www.dotduepuntozero.org/attachments/422_L’ibridazione%20del%20crisantemo_%20Matteo%20Dian.pdf

[8] Tetsuya Kataoka, Creating single-party democracy: Japan’s postwar political system, Stanford, Hoover Institution Press, 1992. Gerald R. Curtis, The Logic of Japanese Politics: Leaders, Institutions, and the Limits of Change, New York, Columbia University Press, 1999.

[9] Michael Green, Japan’s Confused Revolution, in «The Washington Quarterly», vol. 33, pp. 3-19, 2010.

Yukio Hatoyama, A New Path for Japan, in «The New York Times», .August 26, 2009, http://www.nytimes.com/2009/08/27/opinion/27iht-edhatoyama.html.

[10] Japan’s unhelpful politics Rebuilding Japan—or ruining it A precarious future for the country, but its politicians are self-absorbed, in  «The Economist» April 28, 2011. http://www.economist.com/node/18621529.

[11] Post-disaster politics A grand stitch-up or an election? The prime minister’s opponents want a grand coalition. That’s a terrible idea, in « The Economist», June 9, 2011. http://www.economist.com/node/18805493

[12] Ozawa Ichiro è uno dei leader politici più in vista del Giappone contemporaneo. Sebbene non sia mai stato Primo Ministro è stato una delle figure di spicco del LPD negli anni 90. Nel suo Blue Print for Japan ha sostenuto l’idea della normalizzazione della politica di sicurezza giapponese. In seguito ha abbandonato il partito liberal-democratico e ha contribuito a fondare il Partito Democratico del Giappone portandolo alla vittoria del 2009. Ha sfidato Naoto Kan per la leadership del partito nel 2010. È considerato il simbolo della «vecchia politica» fatta di legami con la burocrazia e i gruppi finanziari, di corruzione e clientelismo. Vedi anche Japan’s political crisis No one wins «The Economist», June 2, 2011 http://www.economist.com/blogs/banyan/2011/06/japan%E2%80%99s-political-crisis

[13] Robert Madsen, Richard Samuels, Japan Black Swan, in «Foreign Policy» March 16th, 2011 http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/03/15/japans_black_swan?page=0,1

[14] Christopher W. Hughes, Japan’s Reemergence as a Normal Military Power. «Adelphi Paper», 368–69. London, Institute for International Strategic Studies. 2004. Andrew L. Oros, Normalizing Japan: Politics, Identity, and the Evolution of Security Practice. Stanford, Stanford University Press, 2009. Linus Hagström, Critiquing the Idea of Japanese Exceptionalism: Japan and the Coordination of North Korea Policy, in «European Journal of East Asian Studies». No. 7, 2008.

[15] Thomas U. Berger, From Sword to Chrysanthemum: Japan’s Culture of Anti-militarism, in «International Security», Vol. 17, No. 4 Spring 1993, pp. 119–150; Thomas U. Berger, Cultures of Antimilitarism: National Security in Germany and Japan Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1998.

[16] Ichiro Ozawa, Blueprint for a New Japan. Tokyo Kodansha 1994. Ozawa scriveva nel suo libro manifesto :«Japan must do things normally, in the same way as everyone else». Ozawa auspicava«the end of Japanese exeptionalism and the abandonment of traditional low posture security strategy, defining it a mark of the Yoshida prevarication, of the Japanese selfishness and money grabbing».

[17] Lo storico Kenneth Pyle evidenzia come il Giappone come sia il sistema economico e politico giapponese, sia la politica estera e di difesa siano modellati da una dialettica tra shock esterno e rivoluzione dall’alto, vedi Kenneth B. Pyle, Japan Rising: the resurgence of Japanese power and purpose. New York, Public Affairs, 2007 e Id., Japan’s Historic Change of Course, in «Current History». September 2006. http://www.oakton.edu/user/2/emann/ASIA140/JAPANreadings/CHJapansHistoricChangeofCourse.pdf.

 

 

Questa voce è stata pubblicata in Asia e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Il Giappone dopo Fukushima. Crisi e transizione

  1. Pingback: World in Progress No.8 | World In Progress

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...