Israele e la maledetta primavera araba

di Niccolò Locatelli

C’è uno stato che più di altri guarda alle rivolte in corso nel Medio Oriente con particolare preoccupazione: questo stato naturalmente è Israele, per cui la cosiddetta «primavera araba» rischia di portare un freddo invernale sulle relazioni con partner ultratrentennali come l’Egitto, e rischia di infuocare più della torrida estate mediterranea confini stabili da oltre trent’anni come quello del Golan, alla frontiera con la Siria. E mentre i paesi Nato cercano di rimuovere Gheddafi dal suo trono, un solo regime trae giovamento dall’ondata insurrezionale: l’Iran, l’arcinemico di Israele.

La vulgata secondo cui dal 1948 a questa parte lo stato ebraico sia l’unica democrazia del Medio Oriente, minacciata da dittature più o meno vicine che la circondano, vorrebbe che questa situazione cambi per il meglio per il governo di Gerusalemme nel momento in cui tutt’attorno “il grande tsunami” arabo travolge despoti che si immaginava cancrenizzati al potere. Chi ha mai visto due democrazie farsi la guerra?[1]

Non è detto però che la logica cartesiana funzioni anche in Medio Oriente. Israele –sulle cui credenziali democratiche l’oltre 20% di arabi israeliani avrebbe molto da obiettare, per non parlare dei palestinesi residenti nei Territori occupati – negli ultimi decenni aveva raggiunto una pace più o meno fredda con tre dei quattro paesi che la circondano[2]. Con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994 era stato firmato un trattato di pace. Il regime degli Asad (il padre Hafez e dal 2000 il figlio Bashar) in Siria, pur mantenendo lo stato di guerra, aveva smesso di creare problemi sulle alture del Golan (sottratte da Israele nella guerra dei sei giorni del 1967); anzi, addirittura aveva  accettato docilmente di farsi bombardarequando l’IDF (Israeli Defense Forces, o Tsahal) aveva scoperto un sospetto reattore nucleare – costruito grazie all’expertise nordcoreano – in terra siriana[3].

I lanci di razzi dal Libano meridionale, roccaforte di Hezbollah, continuavano a rappresentare una minaccia non convenzionale difficile da affrontare militarmente – come il pareggio nella guerra del 2006 avrebbe dimostrato – ma conveniente per sbandierare la causa della «unica democrazia assediata (nell’occasione) da estremisti islamici filo-iraniani»[4]. Il tentativo di applicare questa stessa narrativa per giustificare la guerra di Gaza del 2009 è stato meno convincente sin dall’inizio. Dopo la catastrofe diplomatica oltre che umana della Freedom Flotilla, eccoci a Piazza Tahrir.

Il problema principale di Israele rispetto alla primavera araba non è in questo momento il suo esito, quanto l’incertezza dello stesso. È difficile garantirsi la sicurezza se l’ambiente circostante è meno sicuro e stabile. L’IDF non vede minacce immediate, ma più rischi che opportunità nel lungo periodo.

Legami decennali sono ora messi in discussione, a cominciare dal trattato di pace successivo agli accordi di Camp David con l’Egitto. Naturalmente l’IDF ha mantenuto i contatti con la controparte egiziana anche dopo la caduta di Hosni Mubarak, ma col vecchio dittatore c’era un rapporto di conoscenza che facilitava le relazioni e ne rendeva prevedibili le mosse. Ora vige l’incertezza: sul regime di cui si doterà il Cairo (democrazia vera o controllata dai militari?), su chi lo amministrerà (Esercito, Fratelli musulmani o candidati laici?), su che orientamento avrà riguardo al trattato di pace: nessuna forza politica egiziana vuole metterlo in discussione per il momento, ma da più parti si è fatto notare che in democrazia bisogna ascoltare le esigenze del popolo, e se il popolo chiedesse di ridiscutere il trattato…[5]

In attesa che si formi al Cairo un governo più o meno civile, quello militare post-Mubarak non è stato molto Israel-friendly. In primo luogo, ha negoziato un accordo di riconciliazione tra Fatah e il nemico numero uno dello stato ebraico, quella Hamas che il vecchio dittatore aveva invece scaricato[6]. In secondo luogo, ha riaperto (più o meno) il valico di Rafah al confine con la Striscia di Gaza, unico punto d’accesso alla Palestina non controllato dalle forze armate di Gerusalemme[7]. Infine, ha mostrato crescenti segni di insofferenza verso gli Stati Uniti, baluardo a sostegno di Israele e del regime di Mubarak, fino a quando è durato[8].

Il regime siriano ha rispolverato la vecchia arma dell’antisionismo per tentare di sopire – o quantomeno togliere dalle prime pagine dei giornali di tutto il mondo – la sollevazione di parte della popolazione che ne sta mettendo in discussione la permanenza al potere. Organizzando i pullman dai campi profughi fino alla frontiera con Israele in occasione dell’anniversario della Nakba (in arabo la «catastrofe», ovvero la fondazione dello Stato ebraico nel 1948) e della Naksa (l’inizio della guerra dei 6 giorni del 1967), al-Asad ha mandato non solo centinaia di persone a rischiare, e in qualche caso proprio a perdere, la vita, ma anche un chiaro messaggio a Gerusalemme: vi conviene tifare per me, perché nessuno vi garantisce che un governo diverso sia altrettanto docile nei vostri confronti. Dunque, le manifestazioni di maggio e giugno sarebbero solo l’inizio. Per motivi diversi, nessuna delle medie e grandi potenze coinvolte in Medio Oriente (dall’Iran agli Usa) vuole un cambio di regime a Damasco; a temerlo di più è proprio Israele.

Naqba e Naqsa sono state commemorate anche sugli altri confini e nei territori occupati di Palestina. Il tentativo dei  discendenti dei profughi del ’48 di superare la frontiera disarmati rappresenta per Israele un problema enorme: questi uomini non sono considerati da Gerusalemme né rifugiati né cittadini dello stato ebraico, quindi l’idea di farli entrare è esclusa. Parimenti non si può sparare a tutti, perché si rischierebbe un massacro in mondovisione e alla perdita di soft power si assocerebbe la rabbia pronta a esplodere di milioni di arabi circostanti. L’unica soluzione è quella di usare prevalentemente armi non letali.

In attesa di vedere se davvero a settembre uno Stato palestinese dichiarerà la propria indipendenza con l’appoggio della maggioranza dell’Assemblea Generale dell’Onu, le insidie maggiori a Israele provengono dall’unico regime mediorientale per ora appena sfiorato dalla primavera araba, anche perché arabo non è: l’Iran.

Pur non assistendo a una rivoluzione islamica regionale di cui sarebbe inevitabilmente stata il modello, Teheran beneficia dell’instabilità in due modi: da una parte le è più facile ingerirsi nella politica interna di altri paesi (cfr. l’insurrezione degli sciiti in Bahrein, sostenuta dagli iraniani anche in chiave anti-saudita); dall’altra può portare avanti il proprio programma nucleare mentre l’Occidente ha altro a cui pensare. L’Iran è considerato da Israele la principale minaccia alla propria sopravvivenza perché unisce alla retorica antisionista un’agenda di politica estera orientata in tal senso – portata avanti con la collaborazione di Hezbollah in Libano, di Hamas in Palestina e della Siria stessa – e un programma nucleare che rischia di essere il proseguimento di questa agenda con altri, più assertivi, mezzi.

Sotto questo punto di vista l’operazione Unified Protector in Libia – ancora poco chiara per mezzi e fini alle stesse forze armate israeliane – non può che essere gradita a Teheran: la Nato ha aperto un nuovo teatro di guerra il cui esito a più di tre mesi dall’inizio delle ostilità è ancora incerto. Un’avventura politicamente rischiosa (soprattutto per Sarkozy, se lo scalpo di Gheddafi non gli fosse portato in tempo per le presidenziali francesi del 2012; in seconda battuta per Obama, che continua a far finta che gli aerei Usa bombardino Tripoli quasi per caso) ed economicamente molto dispendiosa, in un periodo di crisi[9]. Khamenei e Ahmadinejad hanno i loro problemi a livello interno, ma dopo molto tempo possono guardare allo scenario internazionale con un pizzico di preoccupazione in meno. L’esatto contrario di Israele.


[1] Cfr. Intervista a Tom Segev, “The ideal opportunity to solve the Israeli-Palestinian conflict”, 8 marzo 2011, http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,749503,00.html#ref=nlint. “Il grande tsunami”, Limes, Rivista Italiana di Geopolitica, n.1/2011, http://temi.repubblica.it/limes/il-grande-tsunami/21182. Cfr. Intervista a Mordechai Kedar, “Obama non capisce che Israele è solo contro tutti”, 14 giugno 2011,  http://temi.repubblica.it/limes/obama-non-capisce-che-israele-e-solo-contro-tutti/24321

 [2] Jewish Virtual Library, Latest population figures for Israel, 2011,

http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Society_&_Culture/newpop.html. Human Rights Watch, Israel: new laws marginalize Palestinian Arab citizens, 30 marzo 2011 http://www.hrw.org/en/news/2011/03/30/israel-new-laws-marginalize-palestinian-arab-citizens. Human Rights Watch, Separate and unequal: Israel’s discriminatory treatment of Palestinians in the Occupied Palestinian Territories, 19 Dicembre 2010,

http://www.hrw.org/en/reports/2010/12/19/separate-and-unequal-0.

[3] “Israel struck Siryan nuclear project, analysts say”, New York Times, 14 ottobre 2007, http://www.nytimes.com/2007/10/14/washington/14weapons.html.

[4]“Israele contro Iran”, Limes, Rivista italiana di geopolitica, Quaderno Speciale 2006, http://temi.repubblica.it/limes/israele-contro-iran.

[5] Cfr. intervista a Mohammed Elbaradei, We could experience an Arab spring, 2 febbraio 2011, http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,743825,00.html#ref=nlint; “Muslim Broterhood seeks end to Israel treaty”, The Washington times, 3 febbraio 2011, http://www.washingtontimes.com/news/2011/feb/3/muslim-brotherhood-seeks-end-to-israel-treaty/.

[6] U. de Giovannangeli, Hamas-Fatah, una pace per convinzione e per necessità, 28 aprile 2011,

http://temi.repubblica.it/limes/hamas-fatah-una-pace-per-convinzione-e-per-necessita/23021.

[7] “Did Egypt really open Rafah crossing?”, Asia Times, 18 giugno 2011,

http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MF18Ak02.html.

[8] “Egypt opposes U.S.’s Democracy funding”, The Wall Street Journal, 14 giugno 2011,

http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304665904576383123301579668.html;

[9] “House may vote this week on money for Libya strikes”, The New York Times, 19 giugno 2011, http://www.nytimes.com/2011/06/20/world/africa/20powers.html?partner=rss&emc=rss. Secondo il segretario della Difesa statunitense Robert Gates, se la missione durasse fino a settembre gli Usa potrebbero spendere fino a 750 milioni di dollari. “Administration defends Libya mission as costs rise, discontent brews in Congress”, Fox News, 9 giugno 2011, http://www.foxnews.com/politics/2011/06/09/obama-administration-struggles-to-keep-congress-at-bay-on-libya/.

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2 risposte a Israele e la maledetta primavera araba

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  2. alessandro_accorsi ha detto:

    …e Israele e Arabia Saudita hanno sempre piu’ interessi in comune… sia in chiave anti-iraniana, sia in chiave di rafforzamento dei regimi conservatori e delle forze contro-rivoluzionarie…
    Guarda caso i sauditi spingono l’ANP ad andare fino in fondo per Settembre, ma quest’anno non hanno ancora inviato i fondi promessi, contribuendo alla crisi finanziaria dell’Autorita’ proprio nel momento in cui dovrebbe far vedere che sa governare…

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