Nucleare? Nein, danke!

di Alberto Mariani

Che il paese più pragmatico tra i pragmatici abbia preso una strada bollata quantomeno come coraggiosa pone inevitabilmente domande: la decisione di Angela Merkel di far definitivamente uscire la Germania dalla produzione di energia elettrica dal nucleare entro il 2022non è infatti di poco conto e può far sorgere il dubbio che i motivi che la sottendano siano frutto di una strategia politica più che concreta[1].

Prima di tutto, i dati. La produzione del parco di generazione tedesco è per il 28,38% elettro-nucleare, per un totale di 133 TWh, una quantità che comunque, per farsi un’idea, basterebbe a soddisfare il fabbisogno di quasi mezza Italia[2]. Una quantità significativa quindi, certamente non facilmente sostituibile dall’oggi al domani. C’è però un rovescio della medaglia piuttosto significativo: le centrali nucleari tedesche sono perlopiù vecchie, tutte di seconda generazione e, nel 2022, quando saranno definitivamente spente, il reattore più nuovo sarà al trentatreesimo anno di vita – e solo sette anni più tardi sarebbe comunque dovuto andare in pensione per il raggiungimento del suo limite tecnico di vita.

D’altronde, il sistema industriale tedesco, seppur avanzato in innumerevoli settori, non è certo tra i migliori per quel che concerne il settore nucleare; la costruzione di centrali, infatti, è in pratica nelle mani di un duopolio franco-americano costituito dall’Areva e dalla Westinghouse, le stesse aziende in lizza per la realizzazione di quello che doveva essere il piano nucleare italiano. Non è quindi un settore in cui la Germania possa mostrare particolari interessi di salvaguardia, tornando a parlare in termini di pragmaticità.

Un comparto che invece la cancelliera tedesca ha tutti gli interessi – e le pressioni – perché sia promosso è quello delle fonti rinnovabili, dove la Germania è davvero all’avanguardia, non solo perché marcia spedita verso il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità fissati dall’UE, ma anche perché le sue industrie sono presenti in maniera massiccia nel mercato globale delle energie rinnovabili, un mercato che registra tassi di crescita che poco hanno pagato alla crisi economica internazionale. Basti pensare che, prima che fosse recentemente scalzata dalla concorrenza cinese, la maggior produttrice di pannelli fotovoltaici era l’azienda tedesca Q-Cells, un’azienda nata solo nel 1999, poco più di un decennio fa[3].

Il settore tedesco delle rinnovabili, che coinvolge un giro d’affari calcolato in 26 miliardi di euro e occupa 370.000 persone, è, infatti, il modello di ispirazione di tutte le politiche energetiche economicamente e ambientalmente lungimiranti ed esplicita che si sta parlando di un indotto e di una prospettiva di sviluppo che mette in seria discussione l’utilità del nucleare[4]. Tanto più che il principale problema tecnico legato alla una rinuncia alla produzione da nucleare è l’impossibilità che esso venga sostituito in toto dalle fonti rinnovabili, le quali richiederebbero quei sistemi di accumulo che ora sono in fase poco più che sperimentale; eppure, per lo sviluppo di questi ultimi, in Germania, sono stati stanziati ben 500 milioni per una ricerca che produrrà molto probabilmente i propri frutti per la scadenza del 2022.

Alla luce di queste considerazioni, appare più che sensato il nuclear phase-out dichiarato dalla Merkel, che d’altra parte fa poco più che ribadire quanto deciso dal governo di targa Spd e Verdi capeggiato da Schroeder, il quale aveva fissato il termine ultimo per l’abbandono del nucleare tra il 2030 e il 2036. La cancelliera torna quindi sulla strada dell’uscita dal nucleare e il fatto che ciò avvenga sull’ondata emotiva di Fukushima (particolarmente avvertita in Germania) e in un momento elettoralmente tutt’altro che felice fa sorgere legittime considerazioni in termini di opportunità politica.

Alcuni hanno ipotizzato che la scelta della Merkel fosse una scelta irresponsabile. Che la scelta della Germania avrà un impatto pesante sul sistema elettrico non solo nazionale, ma europeo, è del resto evidente: non essendo l’energia elettrica immagazzinabile, il venir meno della produzione da nucleare paventa il rischio di black-out su quella rete di trasmissione sempre più integrata a livello comunitario[5]. Ma se consideriamo che il grosso delle centrali nucleari verranno spente nel 2022, la ricerca e lo sviluppo di un’infrastruttura energetica basata su un sistema di smart grid e batterie potrà sfruttare a pieno il nuovo paradigma della generazione distribuita e quindi dei piccoli impianti che sfruttano vento, sole, biomasse e quant’altro.

L’irretimento francese alla svolta della Merkel appare quindi profondamente dettato dalla rottura di quell’equilibrio energetico in seno all’Unione Europea tra la lobby nucleare e quella del gas, ora scardinato da quel giovane ma sempre più potente gruppo di pressione dell’industria delle rinnovabili. Un’industria che, come detto, parla prevalentemente tedesco. Se tutto questo viene calato in una situazione che rende ipotizzabile un effetto traino della Germania sulle decisioni di altri paesi, anch’essi in fase di stallo sulle proprie strategie energetiche a seguito della catastrofe giapponese, a cominciare dalla Finlandia, dove la costruzione delle centrali nucleari è al centro di forti contestazioni non solo di natura ambientale, ma per il dilatamento delle tempistiche e per l’innalzarsi vertiginoso dei costi[6].

Un’Europa dove il nucleare riveste un ruolo residuale non è quindi un vantaggio per la Francia, non solo per un senso di prestigio ottocentesco; in termini di difesa dei propri interessi politici ed economici, in un quadro in cui dal dibattito sul bail-out della Grecia ai risultati macroeconomici nella ripresa dalla crisi si delinea una centralità della Germania sempre più evidente, la Francia deve fare i conti con klo spostamento di quell’asse franco-tedesco che tiene in piedi la stessa Unione.

Una prova di questo gioco di posizione tra i due paesi può essere rintracciato nell’intervento francese in Libia, deciso quanto maldestro, con il quale Sarkozy ha voluto estendere la propria area di influenza a paesi esportatori di idrocarburi, laddove il suo paese, grazie alla massiccia presenza di centrali nucleari, non è esposto più di tanto a quelle ricorrenti crisi energetiche occorse a partire dagli anni settanta.

In questo senso, il fatto che il Commissario europeo per l’energia sia il tedesco Gunther Oettinger e che invece la danese Connie Hedegaard abbia la delega sul clima (considerando che l’azienda leader nella costruzione di pale eoliche, la Vestas, è anch’essa danese) la dice lunga sul peso che l’asse nordico sta avendo in questo momento sulla strategia energetica comunitaria; si aggiunga inoltre che la Svezia ha recentemente sospeso ogni investimento sul nucleare, bloccando la costruzione di alcune centrali e annunciando, sulla base delle analisi effettuate da una Commissione governativa chiamata senza troppi giri di parole «Making Sweden an Oil-Free Society», che nel 2020 metà della sua produzione verrà da fonti rinnovabili[7].

Che il nucleare rimanga un’opzione del mix energetico importante (per chi già la possiede) grazie ai suoi bassi costi di esercizio e perchè capace di non emettere CO2 è evidente, ma altrettanto chiaro è che nell’area OCSE questa opzione non può essere vista come un volano in senso anticiclico per l’economia, quantomeno in assenza di quel salto tecnologico che solo l’eliminazione del problema delle scorie potrebbe dare. D’altronde il passaggio ad un diverso paradigma energetico che prediliga le produzioni decentrate alle grandi centrali sembra inarrestabile, seppure questo richiederà un lungo periodo di transizione per permettere alla tecnologia di rendere il sistema efficiente e adeguato a reggere i rapporti non più con un’unica centrale da 400 MW, ma con 400 pale eoliche da 1 MW. E non è un passaggio tecnico da poco.

La Germania da tempo ha deciso di investire pesantemente in questa partita, così come lo hanno fatto gli USA di Obama, seppur scontando un deficit di conoscenze figlio di anni di strategia energetica basata quasi esclusivamente sugli idrocarburi. Lo sta facendo in maniera clamorosa la Cina, che vede nel settore una gigantesca opportunità per esercitare il suo primato mondiale attraverso un livello di competizione tecnologica di altissimo livello.

L’Europa non trova la quadra, come spesso accade, e succede che un continente che per secoli, sentendosi al centro del mondo, ha visto i diversi stati fare scelte l’uno in contrapposizione all’altro per difendere i propri punti di forza, si dimostri ora fragile e incapace di collaborare. La forza propulsiva in campo industriale, scientifico e commerciale della Germania, da un lato, sembra poter rendere questo paese immune dalle conseguenze derivate dalle scelte di un’Europa così politicamente malconcia ed economicamente provata dalle crisi del debito dei Pigs. Ma, dall’altro, questo protagonismo è anche alla base di un fisiologico tentativo di monopolizzare l’arena comunitaria e sovrapporre i propri interessi a quelli degli altri stati membri.

Quella di una rivoluzione verde è una sfida nobile e ambiziosa. Le armi che si useranno per affrontarla non saranno altrettanto romantiche ma, alla fine, per quante resistenze potranno esserci e per quanto ne potrà essere posticipato il momento, il progresso in questo campo spazzerà ogni tatticismo. Purtroppo, l’Italia al momento è in forte ritardo sul piano dell’efficienza energetica: ha tagliato gli incentivi alle fonti rinnovabili, non del tutto a torto ma creando un clima di forte sfiducia per gli investitori e ora non vedrà mai quel 25% di elettricità da nucleare diventare realtà, come previsto dalla Legge Scajola del 2009, l’unico tentativo, ormai antiquato, di quella strategia energetica nazionale di cui avremmo un disperato bisogno[8].

Questa voce è stata pubblicata in Europa Occidentale/Western Europe e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Nucleare? Nein, danke!

  1. Pingback: World in Progress No.8 | World In Progress

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...