Si scrive Barack, si legge George

A tutti quelli che credono ancora che la forma conti meno della sostanza – e che nella politica contino i fatti, più delle opinioni – si può raccontare la storia di Barack Obama e dei suoi interventi militari in Libia, Afghanistan, Pakistan e Yemen.

Cominciamo con quello che succede sulla sponda sud del Mediterraneo. Dopo settimane di indecisione, il presidente degli Stati Uniti decide di lanciare un’operazione militare contro un paese sovrano del Medio Oriente, puntando apertamente a destituire un dittatore accusato di atrocità nei confronti dei suoi cittadini. L’obiettivo dichiarato è la neutralizzazione di un tiranno considerato – da decenni – un sostenitore del terrorismo internazionale e un possibile produttore e custode di armi di distruzione di massa. Come comandante in capo delle forze armate, il presidente impegna uomini e mezzi nell’intervento militare senza richiedere nessuna autorizzazione preventiva al Congresso, al quale viene promessa una vittoria facile e veloce. Dopo mesi di combattimenti, il paese e il Congresso – inizialmente favorevoli – iniziano a chiedere conto delle scelte del presidente. I consulenti legali del Pentagono e del Dipartimento della Giustizia dicono alla Casa Bianca che senza l’appoggio formale del Congresso la guerra diventerà illegale[1]. Il presidente, però, decide di ascoltare il suo staff e sceglie di continuare i bombardamenti nel paese mediorientale senza l’autorizzazione di Camera e Senato. La guerra continua e supera i 90 giorni, il lasso di tempo consentito dalla War Powers Resolution prima che il presidente sia costretto ad ottenere il consenso formale del Congresso circa la continuazione delle ostilità. L’intervento militare diventa ufficialmente illegale secondo le leggi e i regolamenti statunitensi, mentre la giustificazione del presidente sfida il senso comune, affermando come tre mesi di bombardamenti su un paese dilaniato dalla guerra civile non rientrino nella definizione di «ostilità» previste dalla risoluzione in questione[2]. Nonostante una Camera nervosa e frustrata che cerca di trascinare il presidente verso una richiesta di autorizzazione formale, il comandante in capo si rifiuta ulteriormente di sottoporre la sua scelta al voto, creando così un’espansione e un’affermazione delle prerogative presidenziali che sono praticamente senza precedenti[3].

Sebbene possano trarre in inganno, i paragrafi precedenti non descrivono l’intervento statunitense in Iraq e il presidente in carica non è George W. Bush (che pure l’autorizzazione del Congresso l’aveva). L’azione militare citata, come detto, è quella dalla NATO in Libia, iniziata lo scorso 19 marzo e il cui peso, dopo l’interventismo iniziale di Francia e Gran Bretagna, è stato sorretto principalmente dagli Stati Uniti. In pratica, l’attuale presidente ha iniziato una guerra senza la legittimazione parlamentare e la sta continuando contro il parere degli esperti giuridici dell’amministrazione. Per Obama, secondo questa interpretazione, bombardare un paese straniero per cambiarne il regime e spendere quasi un miliardo di dollari rientra nei poteri del presidente. Dal 31 marzo a metà giugno 2011, infatti, le forze della coalizione che conducono l’intervento hanno effettuato 11.107 operazioni aeree e 4.212 bombardamenti. Dall’inizio delle operazioni, gli Stati Uniti hanno speso più di 720 milioni di dollari[4].

Cambiamo scenario. Da mesi il presidente degli Stati Uniti prosegue senza soluzione di continuità i bombardamenti segreti in un paese – in teoria alleato – a cavallo tra Medio Oriente e Asia. Per queste operazioni – non annunciate, non pubblicizzate e condotte senza nessuna previa dichiarazione di ostilità nei confronti del paese che le subisce – sono utilizzati dei droni, il cui controllo su obiettivi e missioni sfugge allo scrutinio dell’opinione pubblica e del Congresso. L’obiettivo è quello di individuare ed eliminare combattenti di Al-Qaeda presenti nel paese e distruggere il network dei terroristi. Il paese in questione è il Pakistan, dove Obama ha aumento sensibilmente il numero degli attacchi compiuti rispetto agli anni del guerrafondaio Bush jr: dai 36 del 2008 si passa ai 53 del 2009, fino ad arrivare ai 117 del 2010. Quest’anno, i bombardamenti sono stati già 34 e hanno ucciso più di 180 persone, 30 delle quali civili[5]. Il Pakistan, tra l’altro, è stato il teatro di una delle operazioni segrete di intelligence più spettacolari e significative degli ultimi anni: l’uccisione di Bin Laden nel compound di Abbottabad. Mettendo da parte la rilevanza del soggetto e il collettivo sospiro di sollievo alla notizia della sua morte, l’intervento dei corpi speciali statunitensi sul territorio pakistano autorizzato da Obama rimane un’azione profondamente controversa: la violazione della sovranità statale è lampante, così come la forzatura nel definire «giustizia» l’esecuzione a freddo del terrorista[6].

Cambiamo scenario. Il presidente degli Stati Uniti autorizza l’intensificazione e l’accelerazione della campagna militare contro un paese della penisola araba. La volontà del presidente è quella di contrastare lo sviluppo e la presenza di Al-Qaeda nel paese ma, anche in questo caso, la guerra segreta al terrorismo non è mai stata mai dichiarata, mai annunciata e mai discussa. Le operazioni – condotte principalmente con l’utilizzo di droni e forze speciali – sono dirette dal Joint Special Operations Command del Pentagono e sono coordinate con la CIA. Il paese in questione questa volta è lo Yemen, verso il quale si sta concentrando sempre più l’attenzione dell’amministrazione nonostante l’assoluto riserbo mantenuto sulle operazioni. Una vera e propria campagna militare sulla quale c’è uno spesso velo di segretezza: come dichiara il New York Times, finora «the extent of America’s war in Yemen has been among the Obama administration’s most closely guarded secrets»[7]. La tendenza, tra l’altro, è stata ufficialmente confermata anche dalla Casa Bianca. A fine giugno, infatti, l’amministrazione – tramite John O. Brennan – ha dichiarato di voler puntare sempre più su questi metodi di combattimento segreti e clandestini per attaccare e sconfiggere Al-Qaeda in Medio Oriente e in Asia[8]. Il memorandum ha suscitato non poche perplessità e, per il Wall Street Journal, «[r]ather than marking a shift in strategy, the document formalizes the approach to fighting terrorism that the administration has taken since President Barack Obama came to office in 2009, and continues many elements used by his predecessor, George W. Bush»[9]. Di fatto, lo stesso modus operandi si sta prefigurando anche in Somalia, dove l’amministrazione ha cominciato a bombardare obiettivi considerati sensibili, sempre con la giustificazione di colpire gli esponenti di Al-Qaeda presenti su questo territorio[10].

Cambiamo scenario. Il presidente degli Stati Uniti annuncia il ritiro di 10.000 uomini entro la fine dell’anno e di altri 23 mila entro il 2012 da un paese in cui gli Stati Uniti sono impegnati in una guerra decennale. In questo modo il presidente afferma di mantenere la promessa fatta due anni fa sulla data di inizio del ritiro delle truppe dalla regione. Il paese, ovviamente, è l’Afghanistan, dove si continua a morire nella guerra più lunga mai combattuta dagli Usa. In realtà, la decisione di Obama sui numeri del ritiro ha raccolto il parere negativo dei suoi esperti militari, che hanno contestato la decisione di diminuire gli uomini a disposizione sul terreno in un momento così cruciale[11]. I progressi, che pure ci sono, vengono definiti «fragili e reversibili» e nessun generale vorrebbe vedere un – a questo punto irrimediabile – rovescio nelle sorti del conflitto in una fase ormai calante dell’impegno statunitense. Vista la decisione controcorrente presa da Obama, la scelta sembra evidentemente dettata più da motivi di politica interna che da valutazioni strategiche sul terreno. In un inizio di campagna elettorale per la prossima presidenza che appare dominata, anche nel campo repubblicano, da posizioni fortemente avverse alla continuazione dell’impegno statunitense in Afghanistan, Obama sembra aver voluto togliere un argomento agli avversari[12]. Allo stesso tempo, però, il presidente lascia sul terreno quasi 90.000 uomini, una cifra che non lascia dubbi sulla volontà di far rimanere aperto il fronte afghano almeno fino al 2014. Infatti, anche dopo che sarà completato il ritiro previsto per il 2012 (e qualsiasi cosa succeda alla presidenza di Obama dopo le elezioni di novembre), rimarranno in Afghanistan circa 70.000 soldati: il doppio di quanti ne aveva lasciati George W. Bush al momento di abbandonare il suo incarico.

Cambiamo scenario. Il presidente degli Stati Uniti firma il Patriot Act, permette all’FBI di sviluppare metodi di investigazione ancora più intrusivi e si rifiuta di seguire i principi di trasparenza promessi sull’operato dell’amministrazione e delle agenzie governative. Anche in questo caso, il paragrafo non racconta gli eventi del decennio scorso ma si riferisce a Barack Obama, che il 27 maggio scorso ha confermato il prolungamento per altri 4 anni di quel Patriot Act che durante la presidenza Bush era diventato il simbolo della restrizione delle libertà individuali messi in atto dalla precedente amministrazione[13]. Per quanto riguarda l’FBI, invece, si parla di un nuovo «operational manual that will give agents significant new powers to search law enforcement and private databases, go through household trash or deploy surveillance teams, with even fewer checks against abuse». L’opinione del New York Times al riguardo non lascia molto spazio al dubbio: «The Obama administration has long been bumbling along in the footsteps of its predecessor when it comes to sacrificing Americans’ basic rights and liberties under the false flag of fighting terrorism. Now the Obama team seems ready to lurch even farther down that dismal road than George W. Bush did»[14].

Un’impressione non molto diversa si ottiene guardando da vicino come l’amministrazione ha affrontato la sfida della trasparenza, uno dei capisaldi della campagna elettorale del 2008. Secondo Geoffry R. Stone, presidente del consiglio di amministrazione dell’American Constitutional Society e professore di diritto all’Università di Chicago (nonché ex-adviser del presidente), «the record of the Obama administration on this fundamental issue of American democracy has surely fallen short of expectation». L’accusa è quella di aver fallito nell’assicurare una maggiore apertura e tracciabilità del processo di policy making all’interno dell’amministrazione. Al contrario delle alte aspettative generate dal nuovo inquilino della Casa Bianca, «President Obama has also followed Mr. Bush in zealously applying the state secrets doctrine, a common-law principle intended to enable the government to protect national security information from disclosure in litigation. Although legitimate in theory, the doctrine had been invoked in an unprecedented manner by the Bush administration to block judicial review of a broad range of questionable practices»[15].

Il quadro complessivo che ne esce sembra non essere propriamente quello di un presidente insignito del premio Nobel per la pace. Lungi dal voler fornire un giudizio di valore sull’intero operato di Obama, l’analisi su questa presidenza andrebbe però ricondotta ad una prospettiva e ad una narrazione diversa rispetto alla patina di antimilitarismo e pacifismo che solitamente ne ammanta l’operato. Nei fatti, Obama sembra assolutamente in grado di agire da comandante in capo delle sue forze armate. La nuova amministrazione sa combattere e, se necessario, sa farlo con durezza e determinazione.

Finché non si entra nel dibattito irrisolvibile tra guerra giusta o ingiusta o ci si perde a discutere sulle sfumature che confondono i confini tra «war of choice» e «war of necessity», quello che rimane è un Obama che in Libia ha abbracciato la dottrina bushiana del «regime change», che continua a proiettare la forza statunitense nel mondo e che non ha paura di usare metodi e strumenti tutt’altro che trasparenti per perseguire i suoi obiettivi di politica estera[16].

Tutto questo, però, Obama riesce a farlo con una pressione da parte dei media e dell’opinione pubblica internazionale che è infinitesimamente minore rispetto a quella che era riservata al suo predecessore. Se l’obiettivo era far dimenticare George W. Bush e i suoi metodi rudi e autoritari, la nuova amministrazione ci è riuscita benissimo. In realtà, il nuovo presidente ha fatto molto di più: è andato oltre Bush, dato che riesce a fare cose simili a quelle del suo predecessore senza, però, scatenare la sollevazione delle piazze occidentali[17].

I fatti contano, la forma di più: Mission accomplished, Mr. President.


[1] 2 Top Lawyers Lost to Obama in Libya War Policy Debate, The New York Times,

http://www.nytimes.com/2011/06/18/world/africa/18powers.html?_r=1&src=tptw. 17 giugno, 2011.

[2] Per il testo integrale del documento inviato dalla Casa Bianca al Congresso sulla partecipazione della Guerra in Libia, vedi: http://abcnews.go.com/images/Politics/United_States_Activities_in_Libya_–_6_15_11.pdf.

[3] Obama’s Lawless War, The Washington Post. 19 giugno, 2011. Obama’s Weak War Memo, The Washington Times. 20 giugno 2011. What War in Libya? The Washington Post. 21 giugno, 2011. Legal Acrobatics, Illegal War, The New York Times. 21 giugno, 2011. Defund the war in Libya, The Washington Times. 21 giugno, 2011. Obama’s Legal Hopscotch, The Washington Post. 22 giugno, 2011.

[7] U.S. Is Intensifying a Secret Campaign of Yemen Airstrikes, The New York Times,

http://www.nytimes.com/2011/06/09/world/middleeast/09intel.html?_r=2&hp. 8 giugno 2011.

[8] Obama Adviser Outlines Plans to Defeat Al-Qaida, The New York Times,

http://www.nytimes.com/2011/06/30/world/30terror.html. 29 giugno 2011.

[9] Al Qaeda Remains Top Threat to U.S., The Wall Street Journal,

http://online.wsj.com/article/SB10001424052702303763404576416191709848746.html?KEYWORDS=brennan. 30 giugno 2011.

[10] U.S. drone targets two leaders of Somali group allied with al-Qaeda, official says, The Washington post,

http://www.washingtonpost.com/national/national-security/us-drones-target-two-leaders-of-somali-group-allied-with-al-qaeda/2011/06/29/AGJFxZrH_story.html?hpid=z1. 29 giugno 2011.

[11] Deadline to End Surge, The Wall Street Journal,

http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304186404576390080005249002.html. 17 giugno 2011. Risks of Reversing Afghanitan Surge, The New York Times. 20 giugno, 2011. Per i commenti del CNAS (Center for New American Security), vedi http://www.cnas.org/node/6594. Petraeus Says Afghan Pullout Is Beyond What He Advise, The New York Times, http://www.nytimes.com/2011/06/24/world/asia/24petraeus.html?_r=1. 23 giugno, 2011. The Way Out?, The New York Times, http://www.nytimes.com/2011/06/23/opinion/23thu1.html?hp. 22 giugno, 2011. The president may be sabotaging his own Afghanistan strategy, The Washington Post,

http://www.washingtonpost.com/opinions/hed/2011/06/22/AGngaTgH_story.html?tid=wp_ipad. 22 giugno, 2011. Unplugging the Afghan Surge, The Waal Street Journal,

http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304657804576402080662627282.html?mod=WSJ_Opinion_LEADTop. 23 giugno, 2011.

[12] Obama’s Afghan Choice, The Wall Street Journal. 22 giugno, 2011.

[13] Deal Reached on Extension of Patriot Act, The New York Times,

http://www.nytimes.com/2011/05/20/us/20patriot.html?_r=1&scp=2&sq=patriot%20act&st=cse. 19 maggio 2011.

[14] Backward at the F.B.I., The New york Times,

http://www.nytimes.com/2011/06/19/opinion/19sun1.html?_r=2&ref=opinion. 18 giugno, 2011.

[15] Our Untrasparent President, New York Times. http://www.nytimes.com/2011/06/27/opinion/27stone.html. 26 giugno, 2011.

[16] Riguardo all’adesione di Obama alla linea di Bush del regime change (alias, «esportare la democrazia»), vedi: As Goal Shifts in Libya, Time Constrains NATO, The New York Times,

http://www.nytimes.com/2011/05/27/world/africa/27policy.html?hp. 26 maggio, 2011 (il cambio di strategia e’ stato confermato da Obama stesso nel discorso di metà maggio sul Medio Oriente, dove ha minacciato Assad – «he can lead that transition or get out of the way» – e ha mostrato un cambio atteggiamento sull’Iran rispetto alla proposta di colloquio offerta nel suo discorso inaugurale, nel gennaio del 2009).

[17] Whose Foreign Policy Is It?, The New York Times,

 http://www.nytimes.com/2011/05/09/opinion/09douthat.html?hp. 8 maggio 2011. From Baghdad to Benghazi, The Washington Post.

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/03/03/AR2011030304239.html. 4 marzo, 2011.

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