Vedi Libia, pensi Iraq: tre errori da non ripetere

di Salvatore Manconi

Le rivolte mediorientali rappresentano un’incredibile opportunità per le popolazione arabe di prendere in mano il loro futuro, di emanciparsi da elite corrotte e dispotiche e di sfatare il mito di un’area tendenzialmente statica e poco incline al richiamo della democrazia e dei diritti civili e politici. Ma queste rappresentano anche un importante test per l’Occidente e per gli Stati Uniti di Obama, dopo i catastrofici anni della Presidenza Bush e l’idea dell’esportazione della democrazia manu militari. Gli eventi in Tunisia e in Egitto, con la deposizione di autocrati al potere da decenni, hanno aperto potenziali teatri di rivolta in Yemen, Bahrain e Siria, paesi che non hanno però ricevuto la stessa attenzione della Libia. Infatti, le notizie dei massacri da parte delle forze del Colonnello Gheddafi ai danni dei ribelli, anche se strumentalmente gonfiate dai media, hanno contribuito all’adozione della risoluzione ONU 1973, al conseguente intervento militare e all’imposizione di una no-fly zone[1]. La scelta interventista da parte degli Stati Uniti e della NATO solleva però diversi interrogativi che è possibile ricollegare alla recente esperienza bellica in Iraq. È dunque necessario interrogarsi sul modo in cui il disastroso intervento statunitense in Iraq possa fungere, se non da guida, almeno da esempio per il teatro libico. Con la speranza che le lezioni derivate dall’esperienza irachena possa servire tanto agli Stati Uniti quanto a tutti quegli stati occidentali, dalla Francia alla Gran Bretagna, che credono di poter mettere sotto controllo una situazione sul terreno largamente sconosciuta, sia per attori in campo che per dinamiche ed equilibri politici. Con la dovuta cautela nel comparare due circostanze e due contesti comunque diversi, questo articolo vuole ripercorrere le recenti vicende irachene al fine di fissare tre paletti per l’azione politico-militare della NATO in Libia: si auspica che non vengano ripetuti gli stessi fatali errori che l’amministrazione Bush ha compiuto, che hanno lasciato in Iraq ancora evidenti cicatrici.

Sebbene sia innegabile che l’Iraq post-saddamita abbia conosciuto dei miglioramenti sostanziali di carattere politico-istituzionale, quella irachena rimane tuttora una democrazia fragile, attraversata da tensioni etno-settarie per nulla sopite che rischiano di minare l’unità territoriale del paese. Inoltre, si tratta di una democrazia indebolita dalla presenza di milizie armate che sfidano continuamente la capacità di Baghdad di imporre il proprio controllo sul territorio. Guarda caso, gran parte delle responsabilità per il mancato take off democratico sono appannaggio delle scelte errate proprio dell’amministrazione Bush: da una parte, infatti, quest’ultima portò avanti un’invasione armata con scarsi mezzi militari e un processo di state-building con scarse risorse finanziarie; dall’altra, gli statunitensi si affidarono a falsi miti e ad attori politici locali con evidenti bias, i quali avevano tutto l’interesse a veicolare l’immagine di un paese spaccato lungo inconciliabili linee etno-settarie. Anche il passato dittatoriale – e in particolar modo gli ultimi dieci anni dell’era saddamita – ha lasciato un’impronta indelebile sulla struttura politico-sociale del paese, indebolito peraltro da un regime sanzionatorio e dall’imposizione di una no-fly zone monitorata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Proprio la scelta di imporre una no-fly zone nel nord e nel sud del paese in seguito alle azioni repressive del regime nei confronti delle ribellioni curde e sciite nel 1991 diede il via alla creazione di un’enclave curda autonoma al nord. I due principali partiti curdi, il Kurdistan Democratic Party (KDP) e il Patriotic Union of Kurdistan (PUK), riuscirono, non senza difficoltà, ad emanciparsi da Baghdad e a partecipare attivamente alle attività clandestine di formazioni politiche in esilio finanziate da Washington, con l’obiettivo di fare cadere il regime di Saddam attraverso un colpo di stato. Tra queste formazioni va ricordato l’Iraqi National Congress (INC) guidato da Ahmed Chalabi, un’organizzazione ombrello che metteva insieme forze politiche di diversa estrazione ideologica (comunisti, islamisti, secolari) ed etnica (arabi e curdi), tutte accomunate dall’odio nei confronti delle politiche autoritarie del rais. Proprio questa organizzazione diverrà, per ragioni diverse, sostenitrice della visione di un paese spaccato in tre blocchi monolitici che si differenziavano da un punto di vista etnico e/o settario, visione poi fatta propria dalla stessa amministrazione Bush dopo il 2003: i due partiti curdi spingevano per la trasformazione de jure di quello che essi consideravano uno stato de facto, e cioè un Kurdistan iracheno che, dettaglio non trascurabile, sarebbe stato economicamente indipendente grazie alla presenza dei pozzi di petrolio dislocati nel nord; i partiti sciiti, e in particolare il Supreme Council for Islamic Revolution in Iraq (SCIRI, adesso ISCI) fondato nel 1982 in Iran, sponsorizzavano la creazione di una sorta di «Schiastan», una mega-regione nel sud del paese che avrebbe messo sotto lo stesso tetto una galassia sciita comunque estremamente eterogenea al suo interno. E i sunniti? Essi furono identificati da questi partiti come il capro espiatorio dell’epoca saddamita, eredi delle colpe dell’odioso partito Ba’ath e colpiti per questo con un processo di de-ba’athificazione percepito immediatamente come de-sunnificazione. Questa percezione contribuì a scatenare l’insurrezione armata contro le neonate istituzioni post-saddamite e contro la presenza militare della coalizione guidata da Washington. Sebbene il rischio di una spaccatura dell’Iraq in tre parti sia largamente diminuito rispetto alle prime fasi dell’invasione, i curdi sono pronti a far leva su questo spauracchio qualora la situazione politica finisca per intaccare i loro interessi principali, come le risorse petrolifere e lo status di Kirkuk. Tutto il processo di state-building iracheno fu largamente improvvisato e comunque viziato da questo mito primordiale: gli Stati Uniti si appiattirono lungo le posizioni dei partiti in esilio e dei partiti curdi poiché non possedevano alcuna visione dell’ordine post-saddamita, ma soprattutto perché non avevano a disposizione una loro chiave di lettura sia della natura degli attori politici in campo, che degli equilibri politici tra le varie componenti etno-settarie del paese.

Una delle scelte politico-militari osannate sia da democratici che repubblicani per la sua efficacia, ovvero la strategia di counter-insurgency targata David Petraeus, adottata prima in Iraq e poi in Afghanistan, potrebbe presentare nel medio-lungo periodo delle sgradevoli sorprese per la tenuta e la stabilità dell’Iraq. L’idea di base di questa strategia, ovvero il processo di empowerment delle «autorità tradizionali» che guidano l’insurrezione armata (nel caso iracheno si trattava dei leader tribali principalmente sunniti), sta creando diversi problemi al Premier al-Maliki, dopo che quest’ultimo aveva cercato di cooptare alcuni sceicchi tribali all’interno della sua coalizione prima delle elezioni del marzo 2010. D’altronde, una realtà che conta 100 clan, con circa 250 mila membri sparsi in tutto il paese, non può non essere presa sul serio[2]. Se poi si guarda agli ultimi vent’anni, da Saddam Hussein a Petraeus, le tribù hanno acquisito un’influenza tale da diventare un vettore di mobilitazione sociale che potrebbe fare gola a molti in chiave elettorale. Tuttavia, in una fase ancora estremamente delicata dove il governo centrale non ha presumibilmente ancora sviluppato un’autonomia in materia di sicurezza interna ed esterna, questa cooptazione potrebbe risultare pericolosa. Di fatto, le tribù erano state utilizzate dagli Stati Uniti nella fase della surge come uno strumento di pacificazione e stabilità sul territorio, tanto che nel corso del 2008 furono schierate con successo in due terzi del paese[3]. Dal 2008 in poi, i leader tribali comandano quindi in maniera pressoché indisturbata a livello locale in quanto i territori confiscati all’insurrezione armata sono passati a loro. Il problema è che non sembrano intenzionati a farsi da parte: da nord a sud essi rivendicano il controllo sul territorio rifiutandosi di consegnare le armi, mentre dall’altro lato si staglia un governo incapace di mettersi d’accordo in tempi brevi neanche sulla scelta dei propri membri[4].

Da questa breve analisi dell’intervento, o per meglio dire, degli interventi in Iraq, emergono chiaramente tre possibili set di errori che la NATO dovrebbe evitare, anche nel caso libico. In primo luogo, dovrebbe capire chi sono realmente i propri interlocutori all’interno dell’insurrezione libica, se si tratti principalmente di una rivolta spontanea animata da giovani disillusi o, come si è altrimenti detto, di una rivolta guidata da rappresentanti del mondo tribale ostili a Gheddafi. In un modo o nell’altro, pensare di sostituire all’intervento militare con truppe di terra un processo di riarmo indiscriminato degli insorti, senza però aver compreso quale tipo di interessi essi patrocinino e quali siano i loro obiettivi, potrebbe risultare estremamente pericoloso in una eventuale fase post-Gheddafi. Bisognerebbe, in pratica, evitare due cose: un processo selettivo di empowerment, che assegni cioè più potere ad alcune tribù rispetto ad altre, una cosa che potrebbe generare in futuro rivalità inter-tribali e gettare il paese in uno scontro fratricida; l’accettazione di paradigmi e visioni di parte volte a favorire un attore e penalizzarne un’altro per chiari fini politici. A quanto pare, però, la tentazione di armare i ribelli scaricando su di loro l’onere di sconfiggere il regime avrebbe già preso corpo agli inizi di marzo, quando gli USA hanno chiesto, ma non ottenuto, che l’Arabia Saudita provvedesse a foraggiare militarmente la guerriglia con lancia razzi antitank[5].

In secondo luogo, imporre una no-fly zone per diversi anni, magari abbinata ad un regime sanzionatorio, come già accaduto nella recente storia libica, potrebbe indebolire la popolazione e rafforzare il regime, oltre che favorire la spaccatura del paese con la creazione di una enclave autonoma in Cirenaica, dove sono concentrate le attività anti-regime e i giacimenti petroliferi. Inoltre, come affermato dall’ex generale americano Joseph Ralston: «Abbiamo imposto una no-fly zone per 12 anni sull’Iraq e non ci siamo liberati di Saddam Hussein. Dunque, perché pensiamo ci possa liberare di Gheddafi?»[6].

Infine, urge una chiarificazione sugli obiettivi dell’azione bellica in Libia. Infatti, sebbene la risoluzione 1973 dell’ONU escluda la possibilità di un intervento di terra o il regime change, è inutile nascondere che molti degli attori coinvolti, dalla Francia agli Stati Uniti, abbiano almeno pensato ad una eventualità del genere. La lettera co-firmata da Obama, Sarkozy e Cameron lo scorso 15 aprile sembra confermare l’ipotesi che si possa tentare qualche altra soluzione rispetto alla mera protezione dei civili. Il fallimento dell’invasione irachena affondò le sue radici nella mancanza di comprensione della realtà locale a livello politico e sociale nonché nell’incertezza sugli obiettivi e le strategie politico-militari. Tale incertezza a sua volta generò scelte errate che gettarono il paese nel caos. È chiaro che pochi paesi, USA inclusi, potrebbero permettersi di imbarcarsi in un nuovo «Iraqi Freedom», un’eventualità comunque da evitare o da prendere in considerazione solo come extrema ratio, tenendo presente la lezione dell’invasione irachena del 2003.


[1] Security Council Approves ‘No-Fly Zone’ over Libya, Authorizing ‘All Necessary Measures’ to Protect Civilians, by Vote of 10 in Favour with 5 Abstentions, http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm

[2] Economist, As potent as ever: Iraq’s tribes may hold the balance of power, 20/05/2010

[3] La surge, ovvero l’iniezione di nuove truppe in Iraq, prese corpo a partire dai primi mesi del 2007 come risposta agli insostenibili livelli di violenza etno-settaria che avevano gettato il paese in una guerra civile.

[4] Ancora oggi, dopo un anno dalle elezioni di marzo 2010, il governo iracheno risulta sprovvisto di tre importanti posizioni ministeriali: Difesa, Interni e Pianificazione.

[5] Robert Fisk, America’s secret plan to arm Libya’s rebels, 07/03/2011,

http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/americas-secret-plan-to-arm-libyas-rebels-2234227.html

[6] Steven Lee Meyers and David D. Kirkpatrick, Allies Are Split on Goal and Exit Strategy in Libya, 24/03/2011, New York Times.

 

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