Il battito delle ali libiche e le tempeste latinoamericane

di Giovanni Piazzese,

Gli studi sulle relazioni internazionali ci insegnano che in diversi casi non sono solo le azioni dei singoli paesi a provocare (o se non altro a favorire) certi sviluppi che si realizzano all’interno del sistema, bensì anche l’assenza di reazioni da parte di attori chiave. Assenza che, naturalmente, può manifestarsi sia sul piano concreto degli aiuti economici e militari che una nazione può offrire ad un altro attore, sia su quello più astratto del sostegno diplomatico, dei comunicati e delle dichiarazioni diffusi dalle varie cancellerie nazionali. Quanto sta avvenendo in Libia e il modo in cui alcuni leader latinoamericani hanno reagito alla guerra scoppiata lo scorso fine febbraio tra Gheddafi e i ribelli del CNT (il Consiglio Nazionale di Transizione guidato da Mahmoud Jibril Ibrahim al-Wourfalli) hanno senz’altro messo in luce una certa difficoltà per presidenti come Chávez, Ortega, Castro, Correa o Morales nel loro tentativo di prendere una decisione chiara sugli sviluppi libici[1].

Se da una parte, per ovvi motivi di vicinanza strategica e opportunità politiche, Francia e Regno Unito hanno retto le fila del fronte interventista, con Italia e, soprattutto, Germania defilate verso posizioni un po’ più attendiste, dall’altra paesi come Brasile, Venezuela, Argentina, Nicaragua, Messico ed altri ancora hanno espresso pareri piuttosto distanti tra di loro, oscillando tra dichiarazioni di solidarietà verso il leader libico e condanne verso lo stesso Gheddafi per il peggioramento delle condizioni umanitarie[2]. Tra coloro che fin dai primi giorni del conflitto hanno inviato messaggi in favore del colonnello c’è il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, il quale ha sostenuto come Gheddafi fosse impegnato in una dura battaglia e che i momenti di difficoltà si sarebbero rivelati un buon test per la solidità della lealtà reciproca tra i due paesi. Non è stato da meno il presidente venezuelano Chávez, il quale è indubbiamente il leader latinoamericano che più di altri ha fatto visita al colonnello libico (ben quattro volte negli ultimi anni), segno di una stabile amicizia tra i due[3].

Pur riconoscendo un deterioramento delle condizioni umanitarie a seguito del protrarsi del conflitto, Chávez ha voluto sottolineare l’irruenza della NATO nel votare la risoluzione 1973 (quella che istituisce la «no-fly zone» in Libia) e l’ennesimo tentativo imperialista di voler controllare alcuni paesi chiave del mercato petrolifero per ottenere concessioni e adeguate risorse energetiche per i propri fabbisogni. Anche Fidel Castro, a pochi giorni dallo scoppio del conflitto, ha sostenuto che la faccenda libica fosse stata giudicata in maniera troppo frettolosa dagli attori internazionali, dando adito a più di un sospetto sul reale tentativo di voler sostenere i rivoluzionari in funzione di una maggiore democratizzazione del paese[4]. Brasile ed Argentina, che nel corso degli ultimi anni hanno siglato importanti accordi commerciali con la Libia, non hanno mai realmente tentato di prendere le distanze da Gheddafi. Dilma Rousseff e Cristina Kirchner hanno sì denunciato il deterioramento delle condizioni umanitarie auspicando che il dialogo possa avere la meglio sulla logica delle armi, ma non si sono spinte sino al punto di accusare apertamente Gheddafi e il suo regime per gli assedi di Bengasi, Misurata ed altre città libiche sfuggite al controllo dei lealisti. Ad esprimere una più chiara condanna verso l’operato di Gheddafi sono stati, invece, il Perù (il primo paese latinoamericano ad aver interrotto tutte le relazioni diplomatiche con la Libia) e i presidenti di Messico (Calderòn), Colombia (Santos) ed El Salvador (Cartagena)[5]. Dichiarazioni, queste, che certi analisti leggono come il tentativo ipocrita di alcuni uomini di stato di voler apparire come genuinamente interessati alla salvaguardia dei diritti umani nel mondo, ma non in casa propria. Al di là delle differenti posizioni espresse, sarebbe utile comprendere innanzitutto chi, tra i tanti paesi dell’America centrale e latina, può realmente esercitare una qualsivoglia forma di pressione verso la Libia non solo adesso, ma anche dopo che Gheddafi sarà presumibilmente catturato o fuggito.

L’utilizzo del termine “pressione” quando si parla di rapporti tra paesi dell’America latina e Libia è di per sé fuorviante poiché si è visto chiaramente come il colonnello si sia irrigidito sulle sue posizioni anche dopo le richieste dell’UE di aprire un dialogo con i ribelli. Secondo i dati sul commercio diffusi dall’UE, il gruppo dei 27 acquista merci dalla Libia per un valore superiore a 28 miliardi di euro, il che colloca la nazione africana all’undicesimo posto nella graduatoria dei paesi da cui l’UE importa di più e al diciannovesimo per quel che riguarda il volume d’affari complessivo. Questo legame si fa ancora più stretto se si considerano, piuttosto, le relazioni economiche tra Libia ed UE  (e non viceversa). Con la ragguardevole cifra di oltre 6.000 miliardi di euro, l’UE contribuisce alle importazioni effettuate dal regime di Tripoli per circa il 42%. Tali numeri, dunque, danno all’Europa un peso che i paesi dell’America latina non possiedono[6].

Considerate singolarmente, le nazioni latinoamericane non contribuiscono che per una minima parte al volume d’affari sostenuto dalla Libia. Basti pensare che il Brasile è il decimo partner commerciale mondiale della Libia, ma il suo contributo raggiunge a stento l’1% del valore totale di merci scambiate da Tripoli. L’Argentina, invece, il secondo paese latinoamericano che intrattiene relazioni economiche con la Libia, non va oltre lo 0,2%. Tuttavia, ciò non impedisce a tali paesi e, in generale, a quelli latinoamericani di poter esercitare una certa influenza su Gheddafi. I dati complessivi rivelano sì un ruolo scarsamente rilevante dell’America centrale e latina nelle relazioni economiche con la Libia, eppure da queste percentuali si evince anche che i paesi latinoamericani siano, se non altro, un mercato migliore per le importazioni che non per le esportazioni. Considerando solo Brasile ed Argentina, si può notare che nel 2010 il valore delle merci acquistate da Tripoli si è aggirato attorno al 3% sul totale. Ciò che, però,  riequilibra le percentuali è la capacità dell’UE di “fagocitare” le esportazioni libiche (circa il 77%)[7]. Detto questo, manca una posizione comune dei paesi latinoamericani sulla crisi libica e ciò non può che sollevare una serie d’interrogativi. Le opinioni espresse dai vari capi di stato hanno mostrato, perlopiù, il tentativo di volersi smarcare dall’associarsi alle dichiarazioni di condanna di Europa e Stati Uniti (seppur con le dovute eccezioni). Brasile ed Argentina hanno indubbiamente alcuni interessi in Libia, Chávez e Ortega sostengono la lotta contro i tentativi neo-imperialisti di Europa e Stati Uniti vedendo in Gheddafi un possibile allineato alla causa (se non addirittura un alleato), mentre per Cuba la Libia rappresenta il dodicesimo partner commerciale per numero d’importazioni effettuate.

Tuttavia, è possibile che la mancanza di una posizione chiara su quanto sta avvenendo in Libia possa avere delle ripercussioni non solo nelle relazioni future con il governo di Tripoli, ma anche all’interno degli stessi paesi latinoamericani. Non si vuol sostenere che il mancato sostegno di uno di essi alla causa dei rivoluzionari libici produrrà inevitabilmente degli effetti al suo interno, ma occorre chiedersi in che maniera i leader di Venezuela e Nicaragua, i due paesi che più di altri hanno sostenuto Gheddafi, cercheranno di cucire i rapporti con il CNT. Soprattutto, non è escluso che tali leader, quando la Libia sarà rappacificata, debbano spiegare i motivi che li hanno indotti a sostenere Gheddafi, uno che non ha esitato a definire topi tutti coloro che lo stavano mettendo alle strette e che non ha risparmiato loro cannonate e assedi prolungati. Con ogni probabilità la guerra in Libia non produrrà alcuna crisi nei paesi dell’America latina, ma forse intaccherà la credibilità di leader e politici che appellandosi costantemente al popolo hanno raggiunto il successo[8]. Indirettamente, ciò non potrà che dar forza alle iniziative delle potenze occidentali e, soprattutto, al loro moralismo spesso ottenebrato dalle dichiarazioni di alcuni presidenti latinoamericani.


[1] Centre International de Recherches et d’Etudes sur le Terrorisme & l’Aide aux victimes du Terrorisme (CIRET-AVT), “Libye: Un Avenir Incertain. Compte-rendu de mission d’évaluation auprès des belligérants libyens”, Mai 2001, Paris.

[2]Foreign Policy, 24 February 2011, “Libya’s relationship folly with Latin America”.

[3]Cfr. Al Jazeera, 25 February 2011, “Latin America’s sudden silence on Gaddafi”, The Guardian, 28 February 2011, “How can Latin America’s revolutionary leaders support Gaddafi’?

[4]Jose Esteban Castro, “Gaddafi and Latin America”, in Springer Science + Business Media, 21 May 2011.

[5]Ibidem.

[6]Sulle relazioni economiche tra Libia ed Unione Europea si vedano le schede paese pubblicate sul sito dell’U.E. http://trade.ec.europa.eu/doclib/cfm/doclib_search_submit.cfm

[8]Foreign Policy Association, 25 February 2011, “Latin America Speaks to Libya: A Contraddiction of Policy

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