L’ascesa cinese e il Privilegio Esorbitante

di Matteo Dian,

Nei futuri libri di storia l’agosto del 2011 potrebbe essere ricordato come una delle tappe fondamentali del declino americano e dell’ascesa cinese[1]. O forse si tratta dell’ennesimo falso allarme[2]. Quello che è certo è che nell’ultimo mese abbiamo assistito ad una serie di episodi preoccupanti per la tenuta del primato statunitense.

Primo: il dramma del debito con il relativo rischio di default degli Stati Uniti ha evidenziato una notevole polarizzazione interna e una crescente difficoltà nel gestire questioni macroeconomiche fondamentali come quella della gestione del debito pubblico.

Secondo: il downgrade del debito (la pagella in ribasso da parte di Standard and Poor’s per la prima volta dal 1917).

Terzo: la reazione del governo cinese, che detiene la fetta più grande del debito estero americano. Xinhua, agenzia di stampa legata al governo cinese, ha dichiarato infatti: «il governo americano deve fare i conti con il fatto che i bei tempi in cui poteva risolvere i propri problemi semplicemente facendo debiti sono finiti». Un’altra nota parla di «spese militari eccessive» e di un «welfare gonfiato».

L’ «impero dei consumi» americano vive da trent’anni ben al di sopra dei suoi limiti, prendendo a prestito i capitali necessari sia per mantenere un alto livello di consumi sia per produrre i «beni pubblici» necessari all’egemonia politica, economica e militare degli Stati Uniti (spese militari, sostegno economico agli stati amici e altro)[3]. L’egemonia statunitense è legata, quindi, al continuo accesso al credito e alla «solvibilità» degli Stati Uniti. Quest’ultima è assicurata da una serie di precondizioni fondamentali: in primo luogo la salute dell’economia americana. Da ciò deriva la percezione che il debito sia solvibile e che i bond degli Stati Uniti siano ancora il miglior investimento in circolazione.

Inoltre, la tenuta dipende dalla centralità del dollaro nel sistema monetario internazionale che conferisce a Washington un «esorbitante privilegio», ovvero la possibilità di avere credito più facilmente e a tassi più bassi e, di conseguenza, la possibilità di mantenere livelli di spesa pubblica e consumi più alti[4]. I fatti di agosto testimoniano come la salute dell’ economia americana e la sua solvibilità siano state, almeno in parte, messe in dubbio.

Questi avvenimenti recenti, tuttavia, assumono particolare rilievo se considerati alla luce di un’altra tendenza di medio periodo: il governo cinese ha preso posizione sempre con maggiore forza contro la persistente centralità del dollaro e contro il mantenimento dell’«esorbitante privilegio» da parte di Washington.

Pechino ha, infatti, più volte annunciato la sua volontà di diversificare le proprie riserve, diminuendo la quota di dollari e acquistando titoli in euro e yen. Ora la domanda è questa: Pechino può veramente spostare i propri risparmi altrove, danneggiando l’economia e, di conseguenza, l’egemonia americana? La risposta, ad oggi, è no. Per una serie di fattori. La centralità del dollaro, la liquidità e le dimensioni del mercato finanziario americano rendono i bond americani ancora l’investimento più sicuro su cui convogliare l’enorme quantità di risparmi cinesi. Inoltre, l’euro e lo yen sono, per motivi diversi, più in difficoltà del dollaro stesso.

Il governo cinese è conscio che, in questo sistema monetario e finanziario internazionale, la minaccia di diversificare il proprio portafogli è un arma spuntata. La strada alternativa è quella di cercare di porre le basi per un sistema che superi il problema della dipendenza cinese dai titoli americani.

Dopo la crisi, la Cina ha iniziato a proporre una serie di riforme della governance finanziaria e monetaria internazionale basate sul superamento del privilegio americano, mettendo in dubbio, almeno per quanto riguarda il lungo periodo, anche il secondo pilastro che sostiene l’impero dei consumi, ovvero la centralità del dollaro.

La proposta cinese, espressa per la prima volta nel 2009 dal governatore della Banca del Popolo Zhou Xiaochuan, e ribadita con forza durante gli ultimi mesi, è quella della creazione di una valuta internazionale di riserva non legata ad un singolo stato, capace di mantenere la stabilità nel lungo periodo. L’idea non è nuova, ma riprende un’ipotesi avanzata da Keynes degli anni ’40[5]. Secondo Zhou, la nuova moneta internazionale dovrebbe essere formata da un paniere di valute (dollari, euro e renminbi) e dare vita ad un sistema plurale molto diverso dall’attuale basato sull’egemonia del dollaro.

Secondo un recente report del think tank londinese Chatham House, l’evoluzione in senso plurale del sistema monetario sarebbe non solo possibile ma costituirebbe un fattore di stabilità[6]. Un mondo economicamente multipolare avrebbe bisogno di un sistema basato su diverse valute di riserva e di nuove forme di cooperazione. Il declino relativo degli Stati Uniti e l’ascesa cinese avrebbero generato tensioni risolvibili solo riformando il sistema di governance economica globale. Inoltre, un sistema monetario plurale contribuirebbe a risolvere il cosiddetto «dilemma di Triffin»: la necessità di fornire una valuta di riferimento al sistema tende a generare un deflusso di capitali, un debito strutturale e un conflitto tra gli interessi «domestici» degli Stati Uniti e la stabilità del sistema stesso[7].

L’ipotesi di un sistema plurale è stata considerata dai gruppi di lavoro del G-20 degli ultimi mesi e ha generato un vasto dibattito tra gli esperti. Joseph Stiglitz e il nuovo direttore del FMI Christine Lagarde sono tra i più autorevoli sostenitori di questa proposta[8]. I punti critici sono essenzialmente due. Un sistema con diversi fornitori di beni pubblici, come la moneta di riferimento, può funzionare in modo efficiente? Inoltre, la Cina e il renminbi sono in grado di svolgere questo ruolo?

Il primo punto è essenzialmente teorico, anche se porta con sé evidenti ripercussioni pratiche. Generalmente, sia gli economisti sia gli studiosi di relazioni internazionali tendono a sottoscrivere l’affermazione di Charles Kindleberger secondo la quale «per avere un’economia mondiale stabile è necessario un unico stabilizzatore»[9].

Di conseguenza un bene pubblico come la valuta di riferimento del sistema monetario internazionale deve essere fornita da un unico attore. Sulla necessità di uno stabilizzatore unico, tuttavia, non esiste consenso. La possibilità della fornitura congiunta di beni pubblici è stato uno dei temi centrali del dibattito per la teoria delle relazioni internazionali e la IPE per almeno un decennio. Una serie di studiosi ha infatti contestato la posizione dello stabilizzatore unico, sostenendo che una struttura istituzionale adeguata può garantire il funzionamento del sistema anche «dopo l’egemonia»[10].

Il secondo punto critico è la capacità istituzionale della Cina e del renminbi di affiancare il dollaro (ed eventualmente l’euro) come componente della nuova «valuta internazionale».

In questo caso le dimensioni dell’economia sono un fattore necessario ma non sufficiente. Il precedente storico dell’ascesa del dollaro all’inizio del Novecento lo dimostra. Gli Stati Uniti sorpassarono la Gran Bretagna in termini di PIL nel 1870. Ciò nonostante, il sistema allora vigente, basato sulla centralità della sterlina, rimase in vigore fino alla Seconda Guerra Mondiale. Fino alla Prima Guerra Mondiale, il ruolo internazionale del dollaro è stato assolutamente marginale, nonostante il primato economico americano. Questa marginalità era il riflesso di una marcata inadeguatezza istituzionale.

La Federal Reserve è nata solo nel 1913, prima gli Stati Uniti erano privi di una vera e propria banca centrale. La Prima Banca degli Stati Uniti, voluta da Alexander Hamilton, era stata abolita nel 1811, la Seconda Banca degli Stati Uniti era stata chiusa da Andrew Jackson nel 1836. Solo dal 1913 è iniziata l’ascesa del dollaro culminata nel 1944 con l’edificazione del sistema di Bretton Woods.

Ad oggi, la situazione cinese è simile. Il sistema politico cinese non è in grado di garantire la capacità istituzionale necessaria. Inoltre, il renminbi non è ancora pienamente convertibile e la banca centrale e il governo stanno progressivamente perdendo il controllo dell’inflazione. Il problema centrale, tuttavia, è probabilmente quello della «gestione politica» del credito sia bancario sia finanziario. Quest’ultimo, anche se in notevole espansione, è ancora limitato e inefficiente. Il sistema legale è inadeguato alle esigenze di un’economia di mercato e impedisce un’efficiente protezione degli investimenti e il tasso di corruzione è molto elevato[11].

Il sistema bancario, caratterizzato dalla presenza di quattro maggiori istituti di credito statali, affiancati da banche private minori, è ugualmente fragile e condizionato dalla commistione tra politica ed economia. Questo sistema ibrido è sostenuto dalla non convertibilità del renminbi e sul controllo dei flussi di capitali. La convertibilità e la liberalizzazione porterebbero ad una fuga di capitali verso mercati più sicuri e con rendimenti più elevati, causando una seria crisi dell’intero sistema economico. Inoltre, la mancanza di trasparenza non permette un equilibrio stabile tra livello di rischio, tassi di interesse e prezzi, rendendo l’intera struttura creditizia intrinsecamente fragile[12]. Questi ostacoli sembrano più difficili da superare rispetto a quelli affrontati dagli Stati Uniti all’inizio del Novecento. L’internazionalizzazione del renminbi richiederebbe l’accelerazione delle riforme economiche e un nuovo rapporto tra il potere del PCC e la sfera economica.

In conclusione, gli avvenimenti di agosto devono essere considerati alla luce di questi trend di medio e lungo periodo. Ad oggi, l’ascesa cinese è fortemente condizionata dalla dipendenza da dollari e dall’accumulo di debito americano nelle casse di Pechino. Ciò non è reversibile nel breve o medio periodo. Le proposte complessive di riforma del sistema, anche quelle discusse dal G20 si scontrano sia con l’inadeguatezza istituzionale cinese sia con la volontà degli Stati Uniti di mantenere l’«esorbitante privilegio», che consente loro di consumare e spendere di più in welfare e warfare.

Nel lungo periodo, tuttavia, emerge come l’ascesa cinese difficilmente potrà essere contenuta all’interno dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti, come prevedono sia la visione liberale americana sia la retorica cinese dell’«ascesa pacifica in un mondo armonioso», senza che l’ordine stesso venga profondamente modificato[13]. Le proposte di riforma del sistema monetario sono il primo segnale di questa tendenza. Il declino (relativo) degli Stati Uniti e «l’ascesa degli altri», soprattutto della Cina, generano non solo redistribuzione delle risorse economiche e militari ma anche una tensione nella sovrastruttura istituzionale del sistema. Le istituzioni che presiedono alla governance economica e monetaria internazionale potrebbero essere le prime ad essere toccate da questo processo di adattamento.


[1] See Martin Jacques, When China Rules the World: Thee End of the Western World and the Birth of a New Global Order New York: Penguin, 2009. Kishore Mahbubani, The New Asian Hemisphere: The Irresistible Shift in Global Power to the East. New York: Public Affairs, 2009.

Paul K. MacDonald and Joseph M. Parent, “Graceful Decline? The Surprising Success of Great Power Retrenchment” International Security, Vol. 35, No. 4 (Spring 2011),

[2] Micheal Cox, “Is the United States in decline—again? An essay” International Affairs Volume 83, Issue 4, pages 643–653, July 2007.

[3] Charles S. Maier, Among Empires: American Ascendancy and Its Predecessors (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 2006)

[4] Barry Eichengreen, Exorbitant Privilege The Rise and Fall of the Dollar and the Future of the International Monetary System. Oxford University Press, 2011.

[5] Zhou Xiaochuan ,”The Reform of the International Monetary System” The People’s Bank of China, March 24, 2009 http://www.china.org.cn/business/news/2009-03/24/content_17490662.htm Simon Rabinovitch “Top Chinese Economist Comes Out Against Dollar-Centric Economy” Huffington Post 03/30/11 http://www.huffingtonpost.com/2011/03/30/china-economist-dollar-criticism_n_842377.html Reform global monetary system Yu Yongding “Reform the Global Monetary System” China Daily 2-4-2011 http://www.chinausfocus.com/finance-economy/reform-global-monetary-system/

[6] Paola Subacchi and John Driffill “Beyond the Dollar Rethinking the International Monetary System” Chatham House Report http://www.chathamhouse.org.uk/files/16146_r0310_ims.pdf.

[7] Robert Triffin, già negli anni Sessanta, aveva spiegato come il fornitore della moneta di riferimento sarebbe stato costretto ad accettare un ampio debito estero, necessario a mantenere le riserve di valuta degli altri paesi.

[8] Caroline Bracht, “2011 G20 Plans and Preparations” G20 Research Group
www.g20.utoronto.ca/g20plans/g20plans110502.pdf

[9] Charles Kindleberger, The World in Depression: 1929-1939 (University of California Press, 1973). Robert Gilpin, War and Change in International Politics. Cambridge University Press. 1981.

Una riflessione recente sul ruolo del dollaro e la stabilità egemonica, Carla Norrlof, America’s Global Adavantage. US Hegemony and International Cooperation. Cambridge University Press. 2010.

[10] Robert O. Keohane, After Hegemony. Cooperation and in World Political Economy. Princeton University Press. 1984. Helen Milner, “International Political Economy: Beyond Hegemonic Stability,” Foreign Policy, No. 110, Spring 1998. Joanne Gowa, “Rational Hegemons, Excludable Goods, and Small Groups: An Epitaph for Hegemonic Stability Theory?” World Politics. Vol. 41, No. 3 (Apr., 1989), pp. 307-324. Duncan Snidal, “The Limits of Hegemonic Stability Theory. International Organisation. 39: 579-614.

[11] Susan L. Shirk , Joanne J. Myers, China: Fragile Superpower: How China’s Internal Politics Could Derail its Peaceful Rise. Oxford University Press 2007. Victor C. Shih, Factions and Finance in China: Elite Conflict and Inflation . Cambridge University Press. 2008.

[12] Carl E. Walter Fraser J. T. HowieRed Capitalism: The Fragile Financial Foundation of China’s Extraordinary Rise. Wiley and Sons. Singapore. 2011.

[13] G. John Ikenberry, The Liberal Leviathan. The Origin, the Transformation of the American World Order. Princeton. Princeton University Press. 2011. G. John Ikenberry, “The Rise of China and the Future of the West Can the Liberal System Survive?” Foreign Affairs , January/February 2008. Wang Jisi, “Harmonious World: New Concept of China’s Diplomacy”, Chinese Cadres Journal 7 (2007): 1.

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