L’importanza di chiamarsi Stato. La Palestina in bilico tra speranze e disillusioni

di Alessandro Accorsi,

Ogni mattina, mentre bevo il caffé sul mio terrazzo, osservo la porzione di Muro che divide la West Bank da Gerusalemme Est. Ogni volta che il mio sguardo incrocia la cosiddetta «barriera di sicurezza», spero di essere testimone degli ultimi giorni di questa decennale occupazione. Le speranze potrebbero non rivelarsi mere illusioni, poiché la vita politica, economica e quotidiana palestinese sembra essere scandita da una continua litania di «vedremo cosa succederà a settembre». L’espressione viene ossessivamente ripetuta come se fosse ormai diventata per i palestinesi il corrispettivo de «l’anno prossimo a Gerusalemme» per gli ebrei prima della nascita dello Stato di Israele. Paragone appropriato, visto che settembre può rappresentare il tanto atteso D-Day per la nascita dello Stato Palestinese.

A fine agosto si potrebbe verificare una congiuntura favorevole per un’ambiziosa mossa diplomatica: termineranno i due anni del piano di State Building iniziato dal Primo Ministro dell’ANP Salam Fayyad e scadrà il periodo richiesto da Obama per far ripartire uno stanco processo di pace[1]. A questi due appuntamenti si aggiunge che per la prima volta, rifiutando di lavorare anche solo per l’apparenza di un qualsiasi processo, Israele gioca il ruolo del partner negoziale non affidabile[2].

Per questi motivi, la dirigenza dell’OLP e dell’ANP sembra intenzionata a presentare all’ONU una risoluzione per la richiesta di riconoscimento/ammissione di uno Stato Palestinese. Tuttavia, nonostante le innumerevoli dichiarazioni e l’approssimarsi delle scadenze, non c’è ancora chiarezza sul contenuto e sul destinatario della risoluzione.

Chiedere il riconoscimento è cosa ben diversa dall’ammissione di uno Stato come membro effettivo delle Nazioni Unite. Tanto più che l’ONU non ha il potere di riconoscere uno Stato, o quantomeno un riconoscimento non avrebbe effetti decisivi, soprattutto in un contesto in cui l’entità statuale non solo non esiste, ma è sotto occupazione. L’ammissione, al contrario, permetterebbe di trasformare il problema da un conflitto tra una potenza occupante e un popolo che ha il diritto all’autodeterminazione in un conflitto tra due Stati veri e propri. Israele si troverebbe ad occupare un territorio non più «conteso» – come sostiene – ma quello di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

I problemi sono almeno due. Il primo è che l’ammissione non certifica la statualità, né tanto meno la crea. Un membro dell’ONU deve essere uno Stato a tutti gli effetti prima di entrare nell’Organizzazione e le caratteristiche della statualità sono meramente fattuali, non solo legali. Uno Stato sovrano sembra esistere solo sul terreno, insomma. Il secondo problema riguarda la procedura di ammissione. Secondo la Carta e come specificato dalla Corte Internazionale di Giustizia in una sentenza del 1950, l’ammissione di uno Stato viene decisa dall’Assemblea Generale su iniziativa del Consiglio di Sicurezza. Quindi, il potere numerico di cui godono i palestinesi nell’AG – sempre che sia tale – rischia di essere annullato dal veto degli USA o da un voto negativo del CdS.

Ma quali sono gli obiettivi principali che vogliono raggiungere i palestinesi?

Il primo è di bypassare – ed eventualmente esporre con il veto – l’honest broker americano. Ciò metterebbe definitivamente su un binario morto l’attuale formula del processo di pace. In questo modo, per ora solo teoricamente, potrebbero rompere il monopolio di Washington sui negoziati e chiedere ad altri attori (UE?) di farsi avanti[3]. Il secondo obiettivo sarebbe di ottenere il riconoscimento dei confini del 1967. Il terzo punto consiste nel tornare al tavolo negoziale con Israele partendo da una posizione più forte. Un voto positivo dell’ONU, infatti, non porrebbe certo termine all’occupazione dei Territori, ma eliminerebbe dal novero delle questioni spinose molti di quegli ostacoli che appaiono insormontabili.

Eppure, quando tutto sembra perfettamente incastrato, ecco che si avvertono i primi scricchiolii, i primi ripensamenti e anche a me il caffé mattutino pare più amaro.

In primo luogo c’è un problema all’interno dello stesso movimento principe della politica palestinese, oggi più che mai frammentato e incapace di portare avanti quell’istanza storica su cui ha sostanzialmente posto un monopolio con Oslo. Tanto che, parafrasando Gramsci, Fatah non è più il partito egemonico, ma solo il partito dominante dell’arena politica palestinese.

L’iniziativa di settembre sembrava poter rilanciare il ruolo guida del movimento e ridargli slancio e consenso. Il (davvero) minimo comune denominatore su cui si è trovato un accordo di policy e la contrarietà di molti esponenti limitano però notevolmente l’ampiezza e l’organicità della strategia che dovrebbe accompagnare l’iniziativa.

Fatah aveva a disposizione diverse opzioni a supporto della mossa diplomatica, nessuna delle quali incentrata sui negoziati: costruire le istituzioni statali, promuovere la non violenza, ottenere il massimo sostegno internazionale. Tuttavia, l’ANP – non scegliendo nessuna di queste e continuando a rendersi disponibile alla ripresa dei negoziati in qualsiasi momento – indebolisce l’iniziativa di settembre. La fa apparire come un bluff di cui loro stessi sono poco convinti, pensato più per muovere le acque dopo 20 anni dalla Conferenza di Madrid che per ottenere realmente qualcosa. I pezzi grossi del clan Abbas sono stati sguinzagliati in giro per il mondo, in un disperato e forse tardivo tentativo di convincere quei paesi ancora indecisi – non l’Italia che voterà contro. Ma l’opera di pressione politica poteva forse uscire dai canali diplomatici del Palazzo di Vetro e, in ogni caso, essere pianificata meglio.

Il Piano Fayyad, per il quale avevano speso parole di elogio FMI e Banca Mondiale, ha iniziato a mostrare proprio negli ultimi mesi il lato critico e oscuro della medaglia. Appare sempre più chiaro, infatti, che il 9,3% di crescita del PIL nel 2010 sia non solo insostenibile, ma estremamente dipendente dai contributi dei donors. Al punto che l’ANP è colpita da una grave crisi finanziaria e non riuscirà a pagare in toto gli stipendi del settore pubblico[4].

C’è poi la dimensione regionale. I paesi arabi non solo non sono stati coinvolti con il rilancio della proposta di pace saudita e con l’inquadramento dell’iniziativa diplomatica nella più ampia ottica di stabilizzazione regionale[5]. Lo strappo tra la leadership di Fatah e quelle dei regimi vicini non è stato ricucito e non è stato avanzato nessun piano politico o finanziario di supporto al futuro Stato palestinese. Particolarmente interessante è la posizione dell’Arabia Saudita, concentrata a finanziare una Santa Alleanza conservatrice e a flirtare con Hamas per sottrarla alla sfera d’influenza iraniana. Mentre da un lato la famiglia reale esorta a procedere all’ONU, dall’altra è la principale responsabile della crisi finanziaria, non avendo ancora trasferito i fondi quest’anno. Se l’ANP non riesce a garantire i pagamenti ora, come potrebbe farlo il giorno dopo il voto senza l’aiuto dei regimi arabi?

C’è poi il coinvolgimento della società civile nella pianificazione dell’iniziativa. La base del movimento, la società civile nei Territori e quella internazionale sono state escluse da qualsiasi discussione e non sono state sfruttate come strumento di pressione. La diaspora in particolare, seppur frammentata, avrebbe potuto organizzare un’attività di sensibilizzazione e lobbying nei paesi ospitanti, più efficace dei viaggi disperati dei diplomatici palestinesi. Inoltre, Fatah non sembra in grado di costringere Israele a dover affrontare la sua paura più grande: commettere un errore nella gestione di manifestazioni popolari non-violente. Non sono escluse manifestazioni spontanee, ma la gente sembra più restia a marciare, sentendosi relegata ad un passivo ruolo di attesa.

Allo stesso modo, non si scorgono piani per «il giorno dopo», sia in caso di esito positivo che negativo. Se la Palestina fosse ammessa come Stato membro, la risposta di Israele non si farebbe attendere: annessione dei blocchi di colonie, dei terreni compresi tra la linea dell’armistizio e il muro, annullamento degli Accordi di Parigi[6]. Si porrebbe, insomma, il problema per i palestinesi di dimostrare le proprie capacità di governare lo Stato e contrastare l’occupazione, per esempio asserendo la propria presenza su tutto il territorio (senza distinzione tra zone A, B e C) e assicurando la sicurezza senza alcun coordinamento con le autorità israeliane. Inoltre, dovrebbero utilizzare degli elementi di pressione per costringere Israele a tornare al tavolo dei negoziati. Va bene che non bisogna aver paura di provare a vincere, ma sono effettivamente pronti?

In caso di voto negativo, invece, i palestinesi dovrebbero far ricorso alle opzioni che rimangono: smantellare l’ANP e chiedere ad Israele di riprendere il controllo di tutti i Territori sarebbe una minaccia che spaventa enormemente Tel Aviv[7]. Ma anni di finanziamenti, aiuti e interventi internazionali hanno creato un pachiderma highly-addicted all’economia di Oslo, rendendo la praticabilità di tale opzione vicina allo zero.

L’ANP dovrebbe poi ricucire il rapporto con gli USA. Il voto all’ONU viene percepito come una sfida aperta lanciata ad Obama. Già ora Washington – che non ha un rapporto idilliaco con il governo Netanyahu – sta «scaricando» Fatah. Il movimento di Abu Mazen, infatti, ha e deve avere il semplice ruolo di bastione contro l’avanzamento di Hamas. Proprio in occasione dell’annuncio dell’accordo di riconciliazione tra i due movimenti palestinesi, il Dipartimento di Stato ha mostrato il proprio disappunto nei confronti di Abbas. Il presidente dell’ANP non si attendeva una simile reazione e inizia a temere un distacco degli Stati Uniti: ciò significherebbe soprattutto perdere Israele. Nonostante tutto, Washington è l’unico attore in grado di costringere Tel Aviv a rispettare gli Accordi di Parigi.

È vero, inoltre, che i palestinesi possono sempre ritentare la fortuna all’ONU, poiché la legittimità dell’organizzazione si basa sul principio di universalità e ha sempre accettato un membro dopo un iniziale rifiuto[8]. Tuttavia, dipende dal tipo di sconfitta. Ed è qui che risiede l’errore più grande. Andando «da sola» e montando l’attesa, Fatah si è giocata gli ultimi bricioli di legittimità e autorità rimasta. Un fallimento sarebbe un fallimento totale della leadership e accelererebbe il processo di erosione del partito e di questa classe politica. Non ci sarebbero vittimismi e scarica-barile che potrebbero salvarla. Finora, in fondo, la crisi è consistita nel fatto che «il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere».

Dopo settembre, ci potrebbe non essere più un vecchio. O, almeno, solo una parte di quella vecchia configurazione del sistema politico: Hamas. Il movimento islamista rimane alla finestra e aspetta. Khaled Meshal ha concesso, in occasione della «finta» riconciliazione, tempo ad Abu Mazen per proseguire nella linea diplomatica, ma se dovesse fallire…

Settembre potrebbe, dunque, rivelarsi la conclusione del 18 Brumaio palestinese, iniziato con gli Accordi di Oslo. Da un lato potrebbe emergere un nuovo Napoleone III, incaricato di governare su una popolazione che non ha diritti da rivendicare, ma bisogni da soddisfare. Dall’altro, però, potrebbe nascere qualcosa di nuovo. La popolazione potrebbe riscoprire la fiducia in sé stessa e in quei movimenti popolari di base così interessanti, seppur ancora frammentati, nei cui confronti la paura accomuna Israele, Fatah e Hamas.


[1] Il primo Piano Fayyad è stato lanciato nell’Agosto 2009 e adottato come programma di governo del XIII esecutivo dell’ANP. Il piano, che si basa sugli approcci di good governance e security first, si proponeva uno sforzo di «state e institution building» nonostante l’occupazione. L’obiettivo finale era quello di raggiungere gli attributi della statualità entro l’agosto 2011. All’inizio di quest’anno, è stato lanciato un nuovo piano triennale. Fayyad è il Primo ministro de facto a seguito della divisione tra Gaza e Cisgiordania. A Gaza il Primo Ministro del governo guidato da Hamas è Ismail Haniyeh.

[2] Nell’Ottobre 2009 Abbas ha condizionato la ripresa dei negoziati all’accettazione di una nuova moratoria sulla costruzione di colonie in Cisgiordania. Il governo Netanyahu ha preferito non reiterare la misura. Nella rappresentazione pubblica è la prima volta in cui sono i palestinesi a sembrare disponibili ad un compromesso, come dimostrato dai «Palestine Papers».

[3] Sul coinvolgimento dell’UE nel processo di pace, Javier Solana aveva più volte dichiarato che l’Unione non voleva interferire con il ruolo statunitense. Allo stesso tempo, aveva avanzato l’idea di un maggior coinvolgimento qualora proprio entro questo settembre il processo di pace non avesse segnalato miglioramenti. La Ashton, al contrario, è stata molto più vaga sul punto e meno coinvolta nella questione. L’UE rappresenta il maggior donor nei confronti dell’ANP (contribuendo per il 50% del budget) e avrebbe quindi un forte interesse, economico prima che politico, ad una risoluzione del conflitto. Tuttavia, permangono due problemi fondamentali: la mancanza di una linea politica unitaria e la capacità di far leva su Israele.

[4] Proprio sui consumi stimolati dai dipendenti statali e sui grandi investimenti pubblici, si basa il miracolo economico palestinese.

[5] Il Piano Abdallah, o proposta Saudita, offre ad Israele la pace con tutti i paesi della Lega Araba in cambio della creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Nella risoluzione all’ONU i palestinesi dovrebbero dimostrare come un veto danneggerebbe la stabilità e sicurezza della regione.

[6] Gli accordi di Parigi rappresentano il «corollario» economico degli Accordi di Oslo. Annullandoli, Israele congelerebbe qualsiasi relazione economica con i Territori (compresa l’importazione di merci) e, soprattutto, non trasferirebbe più all’ANP le tasse doganali che raccoglie per conto di quest’ultima. Proprio per questo, sembrerebbe necessario una qualche coordinazione con i paesi arabi per far fronte alla mancanza di fondi, di materie prime, di mercato per le esportazioni.

[7] Secondo la Convenzione di Ginevra, in questo caso Israele dovrebbe farsi carico di tutte le spese di gestione dei Territori.

[8] Fu anche il caso di Israele nel 1948.

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