Primavere, d’estate. Le rivolte arabe alla prova della realtà

di Alice Marziali,

A pochi mesi dall’inizio della «primavera araba», l’incredibile susseguirsi di rivolte che hanno infiammato gli stati del Maghreb e del Mashrek mettendo in discussione i parametri di analisi della resilienza dei regimi in questione, si tenta di tracciare un resoconto di fine estate dell’evoluzione delle rivoluzioni e delle proteste nei vari paesi.

Mentre in Libia ad oggi, fine agosto 2011, i ribelli bengasini spalleggiati dalle forze Nato stanno portando a compimento l’assedio di Tripoli rendendo sempre più incerta la sorte del quarantennale dittatore al potere Gheddafi, in Siria il piccolo Assad continua a perpetrare stragi dei suoi cittadini nel rumoreggiare generale della comunità internazionale, la quale, però, a parte richiamare in patria i suoi ambasciatori, minacciare condanne di tribunali internazionali ed emettere sanzioni, si guarda bene in questo caso dall’intervenire direttamente nel vespaio damasceno. In Yemen la situazione è sospesa con un Saleh moribondo e ricoverato/esiliato in Arabia Saudita, ancora però formalmente al potere; l’incertezza creata dal vuoto lasciato dal dittatore uscente, non ancora però completamente esautorato, dà manforte ai gruppi qaedisti presenti nella penisola e alla riproposizione degli annosi cleavages che hanno scosso il paese in passato[1].

In Tunisia ed ancora di più in Egitto, dopo la sbronza di entusiasmo iniziale, si osserva con ansia la transizione verso i nuovi sistemi politici, sulla quale pesano diverse incognite. Prima fra tutte, nel caso egiziano, ritorna prepotentemente in scena la questione israelo-palestinese: con il prevedibile scoppio delle scintille estive, caratteristica ricorrente dell’annoso conflitto – tanto più in vista della dichiarazione dello stato palestinese a settembre – si pone in primo piano nei rapporti tra i due paesi la variabile del confine a sud dello stato ebraico, sempre più permeabile e sempre meno controllato. I problemi del confine con Gaza – ritenuto dagli israeliani fonte di approvvigionamento di armi per Hamas, ancor più ora che il valico di Rafah è stato aperto – uniti ai disordini che continuano da mesi nella regione del Sinai con tanto di sabotaggi ai gasdotti diretti verso Israele e la Giordania e alle incertezze di Tel Aviv per il dopo Mubarak, contribuiscono a rendere i rapporti tra i due vicini ancora più tesi. Tanto da indurre l’Egitto ad espellere l’ambasciatore israeliano dal Cairo, misura che non si ricorda dallo scoppio della seconda Intifada del 2001. Inoltre, il vituperato pericolo islamista ritorna alla ribalta a seguito delle manifestazioni salafite che hanno avuto luogo al Cairo alla fine di luglio, con tanto di slogan inneggianti allo stato islamico e barbuti minacciosi, assenti nei giorni di piazza Tahrir. Si ricorda tra gli analisti e i commentatori che i Fratelli Musulmani, rappresentanti di un Islam politico moderato e unica forza politica strutturata nel panorama partitico egiziano del post-Mubarak, si sono distanziati da queste manifestazioni estremiste, ma che comunque non possono esentarsi dal risolvere le diverse contraddizioni ideologiche e programmatiche che esistono all’interno del movimento, soprattutto in vista delle prossime elezioni[2]. Per non parlare, infine, del malcontento suscitato tra i giovani rivoluzionari dal fatto che il consiglio di transizione sia in mano agli stessi militari che costituivano lo zoccolo duro del regime precedente; ad oggi l’alternativa al compromesso, rappresentata dalla pulizia totale da ogni collusione con il vecchio, sembra però il caos che già insidia lo stato egiziano e che ha fatto sollevare vari dubbi sull’andamento economico del paese[3].

Se le repubbliche si trovano in una situazione di transizione incerta, ma già avviata o, nel caso dei regimi ancora più repressivi e ideologicamente esclusivi o geopoliticamente più complessi, nel pieno delle rivolte – con un discorso a parte per l’Algeria, buco nero troppo spaventato dalle ferite ancora aperte della guerra civile appena conclusa per insorgere di nuovo – la situazione delle monarchie appare totalmente diversa.

Nei paesi del Golfo i moti di protesta sono stati soffocati e parallelamente congelati con la solita manna «pacificatrice» dovuta alla rendita petrolifera. La redistribuzione di benefici economici e le timide aperture di facciata che hanno accompagnato le richieste di riforme hanno bloccato per ora una pentola che, anche se non esplosa, continua comunque a bollire prepotentemente. Nel caso del Bahrein le proteste per l’attuazione di riforme politiche sono state represse nel sangue con tanto di intervento diretto dei sauditi e del Consiglio di Cooperazione del Golfo e decine di morti[4].

Un discorso a parte merita invece l’analisi delle vicende marocchine e giordane, tra le quali è possibile tracciare un parallelo. Infatti, entrambi gli stati sono monarchie che si autoproclamano di discendenza profetica, ed entrambe rappresentano un’istanza ultima di unità e di identità nazionale, altrimenti frammentata da vari fattori politici, etnici, sociali. La tenuta degli stati in questione si lega inevitabilmente alla figura del sovrano, politicamente intoccabile; la responsabilità politica è quindi scaricata sui governi, che i re stessi, però, di fatto controllano. Per questo, in entrambi i paesi le proteste, pur scagliandosi contro il sistema politico e il regime nel loro insieme, non hanno mai attaccato direttamente l’istituzione monarchica. La consapevolezza crescente della effettiva responsabilità politica dei re, che hanno perpetrato attraverso le azioni dei loro entourage la depredazione sistematica delle risorse, privatizzando di fatto i due stati, rende questa certezza di un tempo oggi precaria. In assenza di una riforma profonda e strutturale dei sistemi politici e di una devoluzione dei poteri del re e dell’esecutivo non è detto che i sovrani stessi non diventino il futuro bersaglio del malcontento.

Per ora, di fronte all’inasprirsi delle proteste di piazza Mohammed VI e Abdallah II hanno attuato strategie simili, concedendo, dopo un primo momento di attendismo, riforme costituzionali di ampia portata. Il sovrano marocchino ha posto al vaglio della volontà popolare, attraverso il referendum del primo luglio, alcuni emendamenti costituzionali che, se da una parte migliorano i diritti civili dei cittadini, dall’altra lasciano intatti i poteri del re e il suo totale controllo sull’esecutivo. Di fatto sono state ignorate le riforme politiche richieste a gran voce dal movimento del 20 Febbraio che ha dato il via alle proteste[5]. Inoltre, l’integrità del territorio marocchino continua a costituire un requisito fondamentale per il godimento dei diritti civili, lasciando di fatto irrisolta l’annosa questione del Sahara Occidentale. Il conflitto che si trascina da ormai 36 anni costituisce un ostacolo allo sviluppo del paese per l’esosa occupazione militare che richiede ed è causa di sistematiche violazioni dei più basilari diritti. Inoltre, la stessa negazione dell’esistenza di un territorio indipendente a sud del Marocco è parte integrante della legittimità reale, la costruzione della quale è basata anche e soprattutto sul Sahara marocchino.

Allo stesso modo in Giordania re Abdallah, dopo aver istituito una serie di comitati per la discussone delle riforme ritenute più impellenti, in primis quella della legge elettorale e delle leggi sulla libertà di espressione e associazione, ha nominato un gruppo di 10 «saggi» impegnati a discutere le riforme costituzionali, obiettivo principale delle proteste. Il movimento per le riforme, diviso in vari gruppi di opposizione «tradizionale» – tra cui il Fronte di Azione Islamica, braccio politico dei Fratelli Musulmani – e nuovi attori politici nati all’indomani delle proteste – tra cui Jayeen, che riunisce la Sinistra Sociale, insegnanti, sindacalisti, pensionati militari – si è riunito a fine maggio in un Fronte Nazionale per le Riforme, guidato dall’ex primo ministro Ahmed Obeydat, figura di spicco dell’opposizione giordana. Il movimento, nelle sue varie divisioni, si concentra sulla richiesta che il governo rappresenti una maggioranza parlamentare eletta, e che si riduca la predominanza dell’esecutivo a favore di un maggiore bilanciamento dei poteri. Il risultato di queste riforme sarebbe un cambiamento di fatto della forma di governo giordana in una malakyia dusturia (monarchia costituzionale), o in una sua forma più edulcorata che depuri la costituzione del 1952 degli emendamenti di urgenza che hanno prodotto le distorsioni contestate.

A sorpresa il Comitato per le riforme costituzionali ha reso noti i suoi pareri a fine agosto. Posto che questi prima di entrare in vigore devono seguire l’iter parlamentare, ad una prima analisi gli emendamenti costituiscono sicuramente dei passi importanti verso il miglioramento dei diritti civili e politici attraverso, ad esempio, l’istituzione di una Corte Costituzionale e di un Comitato indipendente che controlli le elezioni. Però, proprio come nel caso marocchino, i poteri del re non verrebbero toccati, e non si inciderebbe sulla rappresentatività del parlamento e sulla arbitrarietà del sovrano nel nominare e sciogliere i governi. Di fatto, come scrive Sean Yom nella sua analisi pubblicata da Foreign Policy, la Malakia Dusturyia o i suoi surrogati sono stati ridotti a mera islah dusturi (riforma costituzionale)[6]. Riprendendo l’analisi di Marwan Muasher su Carnagie, sicuramente questi passi sono importanti se considerati parte di un’agenda più ampia, una road map che conduca effettivamente alla formazione di governi eletti e responsabili di fronte al parlamento[7].

Ciononostante, in questo momento non si può ancora parlare della quiet revolution che effettivamente le due monarchie, per le loro caratteristiche, potevano e possono tuttora avviare attraverso una devoluzione controllata dei poteri ed evitando un cambiamento radicale e violento di regime che aprirebbe senz’altro al caos.

La richiesta di adesione di Giordania e Marocco al Consiglio di Cooperazione del Golfo dimostra invece la linea politica che i due paesi stanno tentando di intraprendere, tanto più nel caso marocchino geograficamente estraneo all’organizzazione regionale: adesione al blocco dei paesi della conservazione, a cui fornirebbero appoggio politico e militare, in cambio di sostegno economico per avviare quelle politiche redistributive che costituirebbero un palliativo temporaneo ai problemi politici e sociali. Questa strada renderebbe le riforme costituzionali ancora una volta un tentativo gattopardesco ormai abusato di cambiare tutto (e ancor più questa volta, data la gravità degli eventi regionali e la posta in gioco) per fare in modo che tutto resti com’è. Sicuramente il rischio è davvero che, a fronte della mancanza di cambiamenti reali e profondi e di una certa lungimiranza da parte dei regimi, il corpo del re a lungo andare si spogli definitivamente della sua sacralità.


[1] Vedere Mario Arpino, «Al-Qaeda alla Conquista dello Yemen», Affarinternazionali, 2 agosto 2011. http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1827

[2] Vedere Paul Salem, «Islamist Protests in Egypt Question Faith of Arab Spring», Al-Hayat, Carnagie Endowement for International Peace, 4 agosto 2011.

[3] Vedere Giovanni Mafodda, «Il Nuovo Governo Egiziano e ‘le Ragioni dell’Economia», Limesonline, 22 luglio 2011. http://temi.repubblica.it/limes/il-nuovo-governo-egiziano-e-le-ragioni-delleconomia/25739

[4] Per un’analisi della situazione del Bahrein vedere International Crisis Group, «Popular Protest in North Africa and the Middle East (VIII): Bahrain’s Rocky Road to Reform», Middle East Report N. 111, July 28, 2011.

[5] Paul Silverstein, Weighing Morocco’s New Constitution, July 5, 2011, Merip.

http://www.merip.org/mero/mero070511

[6] Sean Yom, «Jordan Goes Morocco«, August 19, 2011, Foreign Policy http://mideast.foreignpolicy.com/posts/2011/08/19/jordan_goes_morocco.

[7] Marwan Muasher, “Jordan Proposed Constitutional Amendments-A First Step in the Right Direction”, August 17, 2011, Carnagie Endowment for International Peace. http://www.carnegieendowment.org/publications/index.cfm?fa=view&id=45366&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+CarnegieEndowmentForInternationalPeacePublications+%28DC+-+Publications%29&utm_content=Google+Reader

Questa voce è stata pubblicata in Relazioni Mediorientali/Middle Eastern Relations e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Primavere, d’estate. Le rivolte arabe alla prova della realtà

  1. Pingback: World In Progress No.9 | World In Progress

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...